In parte registrato in un remoto villaggio romeno,
The way the wind blows è un viaggio che dal deserto del Nuovo Messico, patria di
Jeremy Barnes,
conduce alle misteriose terre dell'Est europeo, passando attraverso
secoli di storia e mito, sangue e passione, realtà e illusione.
E' la ricerca di sentimenti che si credeva perduti, evocati da suoni che sono musica e fotografia della vita. Gioia e dolore, felicità e malinconia, matrimoni e funerali, tessere di un mosaico che può essere raffigurato con note e strumenti, nella fantasia di esploratori-artisti come
Jeremy Barnes e la violinista
Heather Trost, a caccia di colori e sfumature appropriate in una terra lontana come la Romania. L'incontro con i
Fanfare Ciocarlia, collettivo di ottoni romeno apprezzato in tutto il mondo, ha dunque il sapore di un evento straordinario e ineluttabile, foriero di creazioni artistiche, inedite eppure familiari alla coscienza e alla memoria ancestrale dell'uomo. Dialogo passionale fra Occidente e Oriente, che si scoprono a parlare la stessa lingua e a condividere le medesime emozioni, suggerite dagli strumenti della tradizione musicale popolare ed etnica. Fondere culture e sensibilità differenti, d'altronde, è perfettamente coerente con la tradizione klezmer, linguaggio musicale meticcio, figlio della fede, del travaglio, del continuo peregrinare degli ebrei dell'Est, e del confronto che ne è scaturito con le nazioni e i popoli incontrati. La musica che non ha tempo, non conosce neppure confini geografici...
Suonando simultaneamente l'accordion, strumento dal fascino antico, e una gran varietà di percussioni dal suono evocativo e grezzo,
Barnes scandisce lo scorrere del tempo e ne svela l'illusorietà, creando ambientazioni di romantica sospensione e misterioso folklore balcanico, con affascinanti arabeschi in ottone, suggestive figure d'archi, voci, cori ispirati e sognanti. Si rievocano gli antichi fasti dell'Impero Ottomano, al ritmo di una sfrenata danza rituale, accompagnata da percussioni tribali e condotta dall'oud, il liuto orientale, sultano e maestro cerimoniere (
God Bless the Ottoman Empire); si cavalca, come in un western di Sergio Leone, nei territori che furono di Bisanzio, immaginando Morricone dirigere una fanfara anziché la sua orchestra (
Song for Joseph).
Le canzoni di
The way the wind blows sono tracce di un passato ancora presente, frammenti di un racconto di vita e di morte, tramandato per secoli in forma orale e musica, che sentiamo nostro per la sua universale vocazione. La morte è il pianto di tromba e violino che segue un corteo funebre, in apertura di disco (
In the River). I passi di un flamenco gitano, eseguito la sera attorno al fuoco di un accampamento, sono la vita (
Fernando's Giampari), come le vorticose, sensuali movenze di violino e accordion nella danza, frenetica e liberatoria, di
The Sparrow.
Pare assorto in meditazione il violoncello quando ripete con tono dimesso un lamento atavico, subito esorcizzato dal balletto sulle punte, agile e nervoso, del violino.
Lo strumento suonato da
Heather Trost si fa interprete di quello spirito di libertà, che è vitale in ogni traccia del disco: come sospinto dal soffio del vento, disegna traiettorie imprevedibili come quelle di un uccello in volo (
The Way the Wind Blows).
Ricordi sopiti emergono dalle note di un malinconico, languido walzer (
Waltz for Strings and Tuba), mentre il suono lamentoso degli ottoni, che si stende sul tappeto monocorde e drammatico di piano e archi, fa da preludio al finale, in cui il corteo ascoltato all'inizio riprende e conclude la sua marcia (
Saltz Water,
There is a River in Galisteo). Si chiude così il cerchio di un'opera visionaria, capace di palesare a chi l'ascolta sconosciute dimensioni di memoria e di sogno.
[Pietro Sacco]
Ascolta i brani del disco: