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Scritto da La ragazza con la pistola   
giovedì 12 luglio 2007
"GULAG ORKESTAR"
Ba Da Bing!  2006
ethno-folk-pop

Non amo il pc, mi annoia, mi aliena. Lo uso soprattutto per ascoltare, lo sfrutto e lo disprezzo.
Come spesso mi succede scovo radio indipendenti per procacciarmi nuova musica che ignoro. In uno di questi ascolti fortuiti di pezzi lanciati in modalità shuffle in questa nuova forma di (ex) etere (virtuale), ieri me n'è caduto uno sotto il naso o meglio dentro i timpani e aveva forza di un sasso fiondato fuori dalle casse e levità di una piuma di uccello. Se è possibile disorientarsi tra una catena di sant'Antonio di Modest Mouse, Interpol, Tv on the Radio, Grandaddy, Blonde Redhead eccetera, bisogna che accada la magia di trovarsi immersi fino al collo in un pezzo qualsiasi di Gulag Orkestar, con tutti gli abiti inzuppati di Beirut. Provate ad ascoltare Prenzlauberg, la seconda traccia del disco. A me vengono subito in mente i verdi e i rossi intensi del mondo di Amelie Poulain e man mano che il pezzo si schiude, dai petali ne esce il sosia di Emir Kusturica (parlando di balcani costatazione banale quanto mai veritiera...).
Senza tacere sull'età anagrafica del creatore di questo favoloso progetto: 19 anni. Nome? Zack Condon. Un tipo geniale che si è innamorato delle sonorità balcaniche in termini formali e solo formali, perchè quando ascolterete il disco scoverete senza troppa fatica tra gli ottoni (adoperati alternativamente nello stesso pezzo in duplice chiave est e ovest) e gli strumenti più etnici, sonorità pop e addirittura vagamente elettroniche del tutto definite che con l'Europa dell'est hanno a che fare quanto la vodka con un kinder pinguì (provate una Postcard from Italy). E poi?
Subito dopo torna la fisarmonica di Yann Tiersen e ci catapultiamo fuori da una roulotte di un campo nomadi o alle spalle di un luna park, ma ci sembra a un certo punto di ritrovarci tra i beduini!!! E se dicessi che nella marcia (per me funebre) di Rhineland (heartland) tra ottoni onnipresenti e un banjo super folk c'è qualcosa che assomiglia parecchio alla voce lamentosa di Antony and the Johnsons? Ma è in Scenic World che la contemporaneità pop esce allo scoperto senza veli, diciamo in bikini, sfilando su protoelettronici tasti di un pianino di altri tempi che tanto mi ricorda qualche pezzo sciolto di uno strano e bellissimo disco, che ho visto solo una volta in vita mia fuori dalle mura domestiche (Magnetic Fields), anche e soprattutto per le stesse intonazioni vocali. Bellissima quanto brevissima Scenic World: giusto un intervallo occidentale per dare sfogo ad un attacco puramente slavo che incita la febbre di Bratislava.
Insomma, l'origine della parola "macedonia" intesa come dessert è etimologicamente collegata al disordine variegato che ha sempre movimentato i destini delle zone geografiche in questione, ma in questo disco fiabesco i tremori e i sussulti vengono legati insieme dall'impasto soffice e dolce delle voci che sorvolano fiati, violini, percussioni, congas, fisarmoniche e piani strizzando un occhio ai nuovi cantautori americani (hanno partecipato al progetto Jeremy Barnes e Heather Trost di Neutral Milk Hotel e A Hawk and a Hacksaw).
E per buttarla sul dulcis in fundo, a chiudere il disco in punta di piedi sulle tastiere elettro (e in punta di ugola...), una delicatessen allo zucchero filato color turchese: After the Curtain.

[La ragazza con la pistola]
 
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