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LISA GERMANO PDF Stampa E-mail
Scritto da Pietro Sacco   
lunedì 06 novembre 2006
"IN THE MAYBE WORLD"
Young God 2006
songwriter

Come una mano che in sogno ti accarezza il volto con indicibile dolcezza, la sua voce calda, fascinosa, ferma il tempo e toglie il respiro;
sussurra i suoi tristi pensieri, lieve, velata, come le forme di suono che s'intravedono, avvolte nella nebbia del tempo: dei sogni difficilmente si conservano nitidi ricordi. Magiche melodie disegnate da delicati arrangiamenti acustici nascondono tesori da scoprire ad ogni ascolto.
"It's the memory of the onset": le parole scivolano su un tappeto di note evanescenti e liquide, steso per miracolo là dove in principio erano solo rumori lontani (The Day). Ha inizio una poesia che, corteggiata dal vento, trova lentamente la rima e la strada seguendo il filo del piano, attraverso misurati interventi di violino (Too much space). Cullati da archi e carillon, si veleggia per visioni oniriche ("And the stirring of dreams around"), momenti di intima, amara riflessione (Moon in Hell). Illusioni, storie senza fine vivono il tempo di un fischiettare distratto, hanno la consistenza di un tenue cinguettìo (Golden Cities). Vertice del viaggio emotivo le confessioni di Into Oblivion, assecondate dal piano e seguite da un sapiente e romantico coro di chitarre, su cui curiosamente si affaccia un flauto.
Affiorano dissonanze, si colgono sottotraccia disturbi, interferenze che vengono in superficie sotto forma di melodie inquiete, di gelide, spettrali filastrocche scandite da cori che mettono i brividi (In the Land of Fairies). I vocalizzi di Wire giungono allora come un caldo abbraccio che serve un pò a rincuorare, prima che il suono assuma contorni più netti, forte di presenze anche ritmiche (In The Maybe World). Un valzer appena accennato si compone, introdotto da un'intima conversazione tra chitarre e sospiri (Red Thread). La voce pare nascondersi, divenendo a tratti quasi inudibile nell'ambiente rarefatto e straniante di A Seed, anticamera per le ultime due pagine, scritte al piano, di questa incantevole elegia (Except for the Ghosts, After Monday).

Anelito del silenzio, dell'oblio ("oblivion my friend"), fuga verso spazi vuoti, sconfinati, dove ormai non c'è più vita: "It's just a dying place [...] Maybe it's time we said goodbye"...

[Pietro Sacco]

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