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Porcupine Tree PDF Stampa E-mail
Scritto da Renato Fiorito   
giovedì 19 giugno 2008
"FEAR OF A BLANK PLANET"
Roadrunner Records
2007
progressive

Steven Wilson è sulla scena musicale da un ventennio, e senza alcun dubbio i suoi (mai aggettivo possessivo potrebbe essere più azzeccato) Porcupine Tree gli hanno dato modo di ottenere il successo che si merita. L'ultimo, molto deludente, album in studio prodotto è stato "Deadwing". E onestamente non gli si addice la chiave pop che aveva cercato di attribuirgli. Insomma, se già ha orde di fan disposte a tutto, e l'ho provato sulla mia pelle, perché pubblicare un album del genere?
Poi vi sono sono stati due anni di "interregno", dove le pubblicazioni si sono limitate a un buono (seppure superfluo) live e a un disco di deliri senza arte ne' parte. E adesso, la svolta: "Fear of a Blank Planet", sarà per il passaggio alla Roadrunner, che in questo periodo qualcosa di decente ha ripreso a pubblicarlo, sarà per la vergogna subita dall'avere nella discografia un disco come "Deadwing", segna una innovazione importante nel gruppo.
Continuano a suonare progressive, ma i cambiamenti sono evidenti a chiunque abbia ascoltato perlomeno le uscite più importanti ("On the Sunday of Life...", "Voyage 34", "Metanoia", "Signify" e "In Absentia"). L'album in questione è il più cupo e riflessivo, dal punto di vista musicale. Volgarmente detto: se Maynard James Keenan fosse nei PT, produrrebbe esattamente una cosa del genere! I riff sono accattivanti, duri, di grande impatto e creano scenari allucinati e paranoici. A cui vengono aggiunti i testi.
Ecco, se c'è una pecca, è proprio nei testi. Dove sono finiti quei viaggi psichedelici che il nostro trasmetteva attraverso parole profonde? Ora sembra tutto molto più frivolo, adolescenziale. Sembra un bambino nervoso perché la società lo omologa, e manda a quel paese tutti, genitori compresi (è evidente fin dalla prima traccia, che da' anche il nome al disco). Parla di videogiochi, di nevrosi, di malesseri, di pistole, e questa è una grossa delusione.
I riferimenti, che imputo al cambiamento di etichetta (e si sa, la Roadrunner esige un po' di schifezze anche da artisti che potrebbero dare tantissimo), ai Tool sono molteplici, ma prevalgono in maniera netta in Anesthetize: la canzone parte con un riff pesante che si trasforma in melodie tenui, trascorsi dieci minuti, con le quali lentamente si spegne. Il resto è tutto buono, fatte le dovute considerazioni, e a parte una scopiazzatura frettolosa ai NIN in Sleep Together, non ci sono altre cose rilevanti.
Un album come si deve per certi versi, pessimo per altri. Ma Wilson vuole così!

[Renato Fiorito]

 
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