Steven
Wilson è sulla scena musicale da un ventennio, e senza alcun dubbio i
suoi (mai
aggettivo possessivo potrebbe essere più azzeccato) Porcupine Tree gli hanno
dato modo di ottenere il successo che si merita. L'ultimo,
molto deludente, album in studio prodotto è stato
"Deadwing". E onestamente non
gli si addice la chiave pop che aveva cercato di attribuirgli. Insomma, se già
ha orde di fan disposte a tutto, e l'ho provato sulla mia pelle, perché
pubblicare un album del genere?
Poi vi
sono sono stati due anni di "interregno", dove le pubblicazioni si
sono limitate a un buono (seppure superfluo) live e a un disco di deliri senza
arte ne' parte. E adesso, la svolta:
"Fear of a
Blank Planet", sarà per il passaggio alla Roadrunner, che in questo periodo
qualcosa di decente ha ripreso a pubblicarlo, sarà per la vergogna subita
dall'avere nella discografia un disco come "Deadwing", segna una innovazione importante nel
gruppo.
Continuano
a suonare progressive, ma i cambiamenti sono evidenti a chiunque abbia ascoltato
perlomeno le uscite più importanti ("On the Sunday of Life...", "Voyage 34",
"Metanoia", "Signify" e "In Absentia"). L'album in questione è il più cupo e
riflessivo, dal punto di vista musicale. Volgarmente detto: se
Maynard James
Keenan fosse nei PT, produrrebbe esattamente una cosa del genere! I riff sono
accattivanti, duri, di grande impatto e creano scenari allucinati e paranoici.
A cui vengono aggiunti i testi.
Ecco, se
c'è una pecca, è proprio nei testi. Dove sono finiti quei
viaggi psichedelici che il nostro trasmetteva attraverso parole profonde? Ora sembra
tutto molto più frivolo, adolescenziale. Sembra un bambino nervoso perché la
società lo omologa, e manda a quel paese tutti, genitori compresi (è evidente
fin dalla prima traccia, che da' anche il nome al disco). Parla di videogiochi,
di nevrosi, di malesseri, di pistole, e questa è una grossa delusione.
I
riferimenti, che imputo al cambiamento di etichetta (e si sa, la Roadrunner esige un po'
di schifezze anche da artisti che potrebbero dare tantissimo), ai
Tool sono
molteplici, ma prevalgono in maniera netta in
Anesthetize: la canzone parte con
un riff pesante che si trasforma in melodie tenui, trascorsi dieci minuti, con
le quali lentamente si spegne. Il resto
è tutto buono, fatte le dovute considerazioni, e a parte una scopiazzatura
frettolosa ai
NIN in
Sleep Together, non ci sono altre cose rilevanti.
Un album
come si deve per certi versi, pessimo per altri. Ma Wilson vuole così!
[Renato
Fiorito]