Sotto questo punto di vista, il disco può presentare parecchie delusioni, anche pensando che la produzione artistica è stata affidata a quello strano figuro di
Mark Kozelek (
Red House Painters, per chi non lo sapesse): è costituito essenzialmente da quattro accordi, nessun riff "eclettico", una batteria che picchia quando se ne ha la necessità. Ma forse è proprio questa scarsa originalità ad essere il punto di forza della band.
Sparhawk, in questi dieci, veloci brani, ci mette giusto l'essenziale. Infatti, è un album intimo, graffiante e esistenzialmente freddo in alcuni casi, mentre in altri il calore delle emozioni trasmesse è avvertibile anche a livello fisico. Molte delle tracce si rifanno a quegli anni tra la fine degli '80 e l'inizio dei '90, quando l'underground prendeva struttura in forma distorta e imperava l'elogio del cattivo gusto e l'esaltazione dell'anima. Saltano subito all'orecchio, quindi, i riferimenti ai gruppi fondamentali di quel periodo (
Sonic Youth e
Slint in primis; un omaggio non dovuto, ma molto apprezzabile ai
Karate in Kids).
Ci viene messa tutta la rabbia e la delusione, per trattarle con una buona dose d'esperienza, che ovviamente non manca. Le parole e gli stati d'animo vengono appoggiati da giri di chitarra studiati con matematica precisione, per essere di rafforzamento (
Breaker, dove è presente come corista
Mimi Parker dei
Destroyer.
Le distorsioni sono lanciate al massimo, ma non danno fastidio: hanno una sonorità di fondo che non dispiace, cattura l'attenzione e lascia soddisfatti (
What She Turned Into,
For Her Blood).
Ci si trova di fronte alla parte più nascosta dell'anima dell'artista. Il prodotto è eccellente, non si potrebbe chiedere di meglio. Si deve solo dare la possibilità a questo disco di lasciarlo suonare fino alla fine. Poi, lo si rimette dall'inizio, è inevitabile!
[Renato
Fiorito]