A Rest, melodica
filastrocca inondata da una coltre di rumori condotti ad arte dalla chitarra di
Mark Morgan. Un giro di basso circolare impostato da
Richard
Hoffman, subissato da suoni tribali dal vago sentore weird-world
ancestrale, ci conduce nel marasma di
Debt Depths. Melodie
spoglie fanno da ossatura essenziale a questi pezzi cosi 80's che sembra di
sentire i più cattivi
Talking Heads passati al frullatore dei migliori
Einsturzende
Neubauten.
In
Doven Hoof una lontana chitarra
twang scandisce il ritmo tra abrasioni noise e folate elettroniche, con la
batteria di
John Lockie a far da contralto quasi post-metal. Rigurgiti
ed ossessioni sono il leit-motiv incessante ed onnipresente, ogni
"canzone" sembra avere più anime ed assumere una multiforme
vitalità. Mesmeriche elucubrazioni che ci liberano da ogni paranoia. Con la
melodia funerea e cantilenante di
The Electrician, come
degli
Xiu Xiu remixati dai
Butthole Surfers più pazzi ed
invischiati con l'elettronica più malsana. Eppure
"Through the
Panama" ha un tono serioso e quasi accademico. Non mi meraviglierei se
li vedessi sul palco di un teatro d'avanguardia. Nonostante siano solo un
fottutissimo trio rock con le palle.
This Moist Real of Hell
è puro harsh-noise dove si fa il verso a
Blixa Bargeld: cattivissima e
sulfurea discesa negli inferi delle più putrescenti fogne newyorchesi.
Perforated
è un lamentoso assolo di chitarra con batteria elettronica free da togliere il
fiato: i singulti della chitarra stessa sono posti al limite dell'udibile. Come
una sega arrugginita ci tolgono di mezzo e ci spazzano via.
Morboso. La tempesta
di
Certificate of no Effect ci accompagna verso la
title-track. Quattro minuti di insana e sincopata rincorsa verso un muro; con
deragliante effetto finale che tutta la produzione dei
Sonic Youth
può scordarsi di aver messo in atto. Passatemi la provocazione, ma qui si fa
proprio sul serio, e senza pretese avanguardistico-intellettuali da salotto
buono di Brooklyn. Arriva poi in sottofondo il pianoforte di
Degraded
Hours: cupa nenia piena di frequenze disturbate che fanno da oscura
trama ritmica ad una voce che si fa eco delle nostre paure più recondite. Gran
finale col botto:
Black Peter, maestosa suite chitarristica
che manco i
Battles di
Ian T. Williams sotto acido
saprebbero affrontare. Una poderosa cavalcata di oltre sei minuti tutta in
feedback e distorsioni che deraglia e sbanda ma non esce mai dai binari. Va
dritta nelle nostre teste perforate da questa mezzora scarsa di sano e
consapevole rumore. Finalmente questa parola ha un senso (melodico) compiuto
e non più solo spregiativo. Un plauso alla
Load per averci visto giusto,
ed alla produzione di quello sporco geniaccio di
Andrew Wk, eccentrico
ed ubiquo folletto trash-pop.
La catarsi e la bestialità. La lentezza e la paranoia di
vivere sublimate in
"Through the Panama". Attraverso un viaggio nella
profondità dei loro cervelli avvistiamo un barlume di vita. Disperata vita...
[Maurizio Inchingoli]