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WOLFMOTHER PDF Stampa E-mail
Scritto da Davide Morena   
martedì 15 agosto 2006
wolfmother
"WOLFMOTHER"
Interscope/
Modular 2006
metal

Si potrebbero chiamare "White Sabbath" questi Wolfmother, tanto suonano come una copia "luminosa" dei giganti Black Sabbath.
Voce e sound hanno infatti più di un debito verso i padrini di heavy metal e relativi sottogeneri, così come tutto un certo immaginario sembra essergli stato catapultato dall'Inghilterra dei primi anni settanta direttamente in quel di Sidney, Australia.
In tempi non sospetti i nostri resuscitano il power trio, di quelli che usava una volta: basso chitarra e batteria. Si premurano anche di render chiaro che la paternità delle loro canzoni appartiene a tutti e tre, anche se è la personalità di Andrew Stockdale, cantante oltre che chitarrista, a spiccare maggiormente - quantomeno in questo album di debutto. Stockdale non è né Toni Iommi né Ozzy Osbourne, ma ci crede fermamente, e può sembrare in effetti una sorta di innesto dei due: di quello i riff, di questo il timbro e la modulazione vocale. Genio e carisma di entrambi sono un'altra storia, ma c'è di che sperare, perché va detto che con dei punti di riferimento così, non potrebbe esserci miglior partenza. I Wolfmother infatti sono abili musicisti, capaci con i tre strumenti base (e l'ausilio sparuto delle tastiere suonate dal bassista Chris Ross) di creare atmosfere affascinanti ed eterogenee, con canzoni assai più mature di quanto facciano tanti loro coetanei che in terra d'Albione nascono e restano solo promesse.
I pezzi sono ben arrangiati e il gruppo rodato in anni di esibizioni live che hanno il loro peso: accenti da psych-rock adornano le scarne strutture di base, senza che prendano mai il sopravvento e portino a divagazioni dalle quali chissà se i tre sarebbero in grado di venir fuori incolumi. Del resto di band come The Mars Volta ne basta una al mondo.
Dentro la copertina con illustrazione fantasy firmata Frank Frazetta (di rigore) il disco parte con "Colossus", ma è con "White Unicorn" che i Wolfmother lasciano il primo segno: crescendo e ritornello sono potenti e facili da ricordare, come accade più avanti con "Joker & the Thief" e a ruota "Dimension", ennesimi testi dal sentore onirico-fiabesco. In queste (e in "Apple tree") si avverte più che altrove un'altra influenza del gruppo, che è il rock'n'roll puro, o meglio quello nel revival di Hellacopters, Electric Frankenstein e forse anche White Stripes. Niente di questo secolo comunque. La miscela col proto-metal sabbathiano è garantita dalla produzione di D. Sardy che sa addolcire la pillola e renderla una bomba commerciale, come già fatto con bands come Oasis, Jet, Dandy Warhols.
Meno tamarri dei Monster Magnet; meno fiacchi dei The Music; meno lisergici degli Sleep; meno cool degli White Stripes; meno tenebrosi dei Black Sabbath; meno boriosi degli Oasis; i Wolfmother riescono a tenere un po' tutte queste cose insieme, meno di ognuno di questi, ma forse proprio in questo riuscendo a trovare qualcosa di unico.
E se i Darkness sono stati capaci, da soli, di rivitalizzare il glam, non è detto che i Wolfmother non possano fare altrettanto con l'hard rock psichedelico. Perché ascoltandoli ci vuole un notevole sforzo di volontà per non sbattere le chiome al vento e sollevare le mani cornute al cielo.
 
[Davide Morena]

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