| Berlin Tanzt (und viele mehr...) |
|
|
|
| Scritto da Fester | |||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||
| giovedì 10 luglio 2008 | |||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||
|
Berlino, al contrario, rende liberi senza essere
tollerante; vive intensamente rinunciando al traffico; consente ad un
paraplegico di andare da solo allo stadio con il tram; garantisce ai giovani
spazi ed opportunità e - quando non parla inglese - lo fa per scelta non certo per
ignoranza.
Potrei aggiungere altro ma credo sia sufficiente raccontare Berlino attraverso il buco della serratura della sua vita notturna e dei suoi club. 3 aeroporti; 5 stazioni ferroviarie; 24 percorsi metropolitani; 91 linee fra tram ed autobus (6 addirittura di traghetti), il tutto a servizio di 8 grandi quartieri che diventano altrettante città con quello che inevitabilmente ne consegue: concerti, eventi, rassegne e dj-set H 24. Con questi numeri e con una permanenza ridotta a sole quattro notti, sarebbe stato da Fausto Bertinotti non prepararsi almeno uno straccio di programma. A causa dell'eccessivo ritardo accumulato nella patria della spazzatura dal bimotore "acidJazz" che ci aveva a bordo, non siamo riusciti a raggiungere - dopo la sistemazione in ostello (www.generatorhostels.com) - una delle tante mete selezionate per la serata. Accontentarsi (si fa per dire) di un sontuoso giro a piedi nel centralissimo quartiere di Mitte è stato quasi inevitabile. Con il primo tram di passaggio, siamo arrivati a Rosa Luxemburg Platz, spostandoci - senza accorgercene - all'Hackescher Markt, una gradevole zona a ridosso della metropolitana soprelevata, pullulante di ristoranti e locali (tra i quali il RuderClub www.ruderclub-mitte.de), riccamente protèsi verso l'esterno. Nei pressi dell'Isola dei Musei - lambita dal fiume Spree - abbiamo scoperto un paio di chioschi circondati da palme rigogliose sotto le quali decine di giovani avventori conversavano sprofondati su sedie a sdraio sistemate sopra un paio di centimetri di sabbia verosimilmente trasportata - a metà degli anni '80 - da lungimiranti connazionali di ritorno dalla Riviera Romagnola. La sensazione che abbiamo provato nel frequentare questi luoghi è stata subito di assoluta tranquillità anche perché - malgrado la scarsa illuminazione prerogativa di molte strade - la possibilità di poter essere stuprati da un balordo al di là dei cespugli è notevolmente più bassa di quella che si può avere nell'indovinare un 13 al totocalcio. Percorrendo Friedrichstrasse fino all'incrocio con la mitica Unter den Linden, dopo circa quindici chilometri di strabiliante cammino, abbiamo fatto ritorno alla deludente Alexanderplatz (non senza ammirare l'austerità della Biblioteca nazionale, del Museo di Storia, della Cattedrale e del Palazzo del Comune). All'ombra della mastodontica antenna della televisione - distrutti ed affamati - abbiamo preferito fagocitare un gustosissimo doner kebap (il ragazzo turco che gestisce la baracca non solo è cordiale e parla un miscuglio di anglo-tedesco-italo-arabo-spagnolo ma rimane anche sveglio tutta la notte), piuttosto che metterci - con ulteriore dispendio di suole - alla ricerca del palazzo al cui 12° piano sapevamo essere ubicato il modaiolo WeekEnd Club (www.week-end-berlin.de). Nelle quattro foto: la statua della vittoria, Hackescher Markt, l'isola dei musei, Alexander Platz. Per visitare il quartiere di Prenzlauerberg siamo scesi alla stazione di Schonauser, percorrendo verso sud una buona metà dell'omonimo viale. Il tipico fermento del fine settimana raggiunge il suo apice all'incrocio tra le strade Eberswalder, Danzinger e Kastanien, nei cui pressi è impossibile non notare il Kulturbrauerei (www.kulturbrauerei-berlin.de). Questo complesso di edifici costruito nel 1911, è stato convertito nel 1998 in un imponente centro di divertimenti popolari e culturali. Su una superficie di ben 25.000 mq, sono stati concentrati teatri, club (23, Soda e Frannz www.frannz.de), bar, ristoranti, librerie, gallerie d'arte, biergarten, cinema e sale concerti con risultati tali da far impallidire Walter Veltroni e le sue faraoniche kermesse. Molto colpevolmente, però, ci siamo incamminati in direzione opposta, lungo Kastanien Strasse, caratterizzata da negozi e localini dallo stile più disparato e dall'atmosfera sorprendentemente quieta. (Nonostante a Berlino si beva in continuazione, mai nessuno si è preso la briga di farci partecipi delle sue sbronze). Per godersi meglio questo via vai compassato di gente (tanto a piedi quanto in bicicletta), ci siamo fermati in un locale all'angolo con Schonauser Allee con divani, poltrone e lampade retrò che facevano tanto studiolo. Sorseggiando una tequila sunrise, abbiamo ingannato il poco tempo che ci separava da quello che credevamo fosse l'imminente inizio della serata all'Icon Club (www.iconberlin.de). Più di qualcuno, infatti, potrebbe suggerirvi di andare a ballare con un certo anticipo onde evitare di buttare la serata nel bel mezzo di code interminabili. L'ospite di turno sarebbe stato Vicarious Bliss (dj-producer della premiata ditta Ed Banger), responsabile - al pari degli altri nomi dell'etichetta - della esumazione del compianto french touch. Temendo la ressa - verso mezzanotte - ci siamo spostati al n. 15 della vicina Cantian Strasse: una breccia modello Porta Pia attraverso la quale si accede ad una specie di cantiere a cielo aperto. Abbiamo capito di essere nel posto giusto grazie al logo del locale proiettato contemporaneamente sul marciapiede e sulle facciate degli edifici circostanti. L'assenza di code all'ingresso e la mancanza di vivacità nei pochissimi astanti, ci ha consentito - nell'arco di tempo necessario per decidere se andarcene o rimanere - di memorizzare i volti di due adolescenti australiani su di giri, eccessivamente fieri delle intramontabili espadrillas sfoggiate per l'occasione. Pagato il biglietto d'ingresso (10 euro), grazie ad un paio di rampe di scale, siamo scesi (non senza timori) al di sotto del piano strada. Ad accoglierci, un pungente odore di muffa ed una temperatura ottimale per la stagionatura del culatello. L'Icon, difatti, è un dedalo di stanzette di varia metratura, all'interno del quale il mattone rosso tipico delle nostre cantine la fa da padrone. In più di uno scantinato ha due bar, qualche divanetto ed una sala da ballo pullulante di proiezioni. Non essendoci proprio il pienone, abbiamo iniziato a consumare, scoprendo ben presto che a Berlino - per voler seguire i buoni consigli - si rischia di finire come Calisto Tanzi. Le serate, solitamente, decollano dopo le tre e tale circostanza determina sicuramente la bancarotta e i giramenti di testa di chi (come noi) decide di muoversi con largo anticipo. Davvero singolare (ma comprensibile) è l'abitudine di corrispondere ai clienti un euro per ogni vuoto restituito al bancone. (Se il ballo non è il vostro forte potrete sempre arricchirvi alle spalle dei più indolenti). Al nostro arrivo, in consolle si stavano prodigando due coppie di ragazzini, perfettamente in linea con la piega che sapevo avrebbe preso questa particolare serata. Solo al terzo gin tonic, abbiamo visto arrivare la Guest, visibilmente a digiuno di rasatura e di shampoo. Nel frattempo i due australiani notati alla porta, avevano preso ad esibirsi spavaldamente a centro pista, accennando passi di danza epilettici difficilmente emulabili. Il più scaltro dei due - così salticchiando - si è quindi intromesso (senza suscitare alcuna reazione) tra due ragazze tedesche e, nel tentativo maldestro di fare colpo, si è messo a simulare addirittura uno strip-tease. Vicarious, dal canto suo, si è affacciato sul palco dopo due ore e sette consumazioni. In sua attesa, i resident del locale sono andati talmente a ritroso nella storia della musica dance tanto da proporci "Push The Feeling On" dei Nightcrawlers. Ci saremmo ballati anche Barry White se Vicarious, sul più bello, non avesse fatto partire la celebre romanza "Nessun Dorma" di Puccini. Questo prologo inaspettato, però, ha avuto un triste e repentino finale: nel passaggio al secondo disco, infatti, il cd-player che stava suonando si è improvvisamente inceppato, emettendo una serie intermittente di rumori strazianti. Ciò nonostante Vicarious (già partito per la tangente) non si è affatto scomposto e, dopo aver stoppato tutto, è ripartito con sorriso smagliante, vomitandoci addosso il meglio dell'Ed Banger sound: una sequela distorta e sminuzzata di chitarre ed arpeggi ai limiti del delirio, appiccicata su una trama che degrada rapidamente dall'electro al punk-rock, passando per l'italo-disco, con cantati e ritornelli sicuramente privi di senso. Pescando a piene mani dai vari SebAstian, Dj Mehdi, Surkin, Boys Noize e Kavinsky, Vicarious ha cominciato a dimenarsi tra le nuvole di fumo prodotte dalle sue sigarette, interrompendo la musica più volte per il becero gusto transalpino di esortare i presenti con il più classico degli "Allez!". Una potenza. Cavalli di battaglia come "A couse de garcon" di Yelle, e "D.A.N.C.E" dei Justice, "You Gonna Want Me" di Tiga e "Blue Monday" dei New Order, ci hanno fatto dimenare a più non posso (nonostante il tasso di umidità da bagno turco sfiorato verso le quattro), immersi in un contesto sempre genuino ed entusiasta che normalmente non gradisce l'invadenza delle macchine fotografiche. Il meglio del meglio, però, ce l'ha offerto l'immancabile australiano (ormai alla frutta secca) allorquando, agguantata alle spalle una minorenne del posto, ha cominciato a strusciarsela sui genitali come una saponetta sotto la doccia. La poverina - pur non risparmiandosi in smorfie - in rapida successione si è ritoccato le labbra, ha telefonato ad una zia di Colonia, ha chiamato un taxi ed ha frugato nella borsetta, regalandoci - come se nulla fosse - numeri da grande prestidigitatrice. Sfinita, alla fine, gli si è concessa dopo abbondanti dieci minuti di sbattimenti. Sudati come dromedari, abbiamo guadagnato l'uscita intorno alla 5, aggredendo - a giorno ormai fatto - un Mc ctrl+alt+canc che ha riavviato prontamente i sistemi operativi dei nostri cervelli. Nelle quattro foto: Logo Icon, Vicarious Bliss, Watergate, Lido. Il nostro obiettivo era il celeberrimo Watergate (www.water-gate.de), in virtù del "Sool album release party" organizzato per promuovere il quarto lavoro di Ellen Allien. Non era per nulla facile preferirlo allo storico Tresor (www.tresorberlin.de), che rilanciava proponendo addirittura Jeff Mills. Il Watergate, si trova nel quartiere di Kreuzberg, alla fine di un ponte torricellato che pare fatto in cartapesta. Il club occupa due piani (waterfloor e mainfloor) di un prestigioso edificio a vetri (proprio di fronte alla sede della Universal) e vanta un magnifico terrazzo sospeso sull'acqua, con pavimento in doghe di legno e poufs in similpelle. Giunti a destinazione, abbiamo trovato un folto pubblico intento a seguire qualcosa d'interessante. Un manipolo di buontemponi, infatti, si stava preparando a marchiare il parapetto della vicina ferrovia sopraelevata con una riproduzione del logo del prospiciente Club 103 (www.103club.de). Il sigillo, fatto di gommini appiccicosi, colorati e luminescenti, era stato adagiato sopra una tavolozza di legno. Nel momento cruciale, però, la prolunga fatta di scope utilizzata per raggiungere l'altezza desiderata, ha ceduto e - seppur tra gli applausi - ha costretto i goliardi a lanciare manualmente ciò che rimaneva dell'opera in direzione dei treni in transito. Sorridenti, ci siamo incamminati lungo Schlesische Strasse, affollata di gente e locali, molti dei quali con dj. Nel vano intento di incrociare almeno un venditore ambulante di wurstel (neanche uno in due giorni), ci siamo soffermati di fronte ad un interessante negozietto di dischi (Piatto Forte), davanti all'ingresso di un altro club famoso (www.lido-berlin.de) ed al cospetto della facciata variopinta di un palazzone occupato. Fregandocene stavolta della eventualità di trovare la fila, ci siamo ulteriormente allontanati dal Watergate, optando per un fugace spuntino in un locale gestito da alcuni palestinesi. Probabilmente i più integralisti di tutta la Germania settentrionale. Pietanza del giorno (manco a dirlo) era il kebap, anche se per la farcitura ci siamo affidati al gusto degli educatissimi padroni di casa. Da bere, al posto della birra, mi è stato cordialmente proposto un salutare bricchetto d'acqua con le proprietà chimico-fisiche in lingua araba. Dopo aver messo a friggere due pezzi di toma da abbinare alla carne, i ragazzi al bancone hanno infilato di tutto nelle nostre focacce, subito chiuse con l'innesto (a colpi di pollice) di tre peperoni interi ciascuno onde evitare eventuali fuoriuscite di salsa. Più che un panino, un congegno pronto ad esplodere. Terminato il lauto pasto, siamo ritornati in Falckenstein Strasse, scorgendo davanti alla porta del Watergate una fila a dir poco allarmante. Eravamo preparati alla ressa anche perché - oltre ad essere sabato - insieme ad Ellen Allien (che già era tanto), avrebbero suonato Sasha Funke (uno degli artisti più interessanti della scena minimal-tech berlinese); gli italianissimi Unzip Project (ovvero Marco Ligurgo e Toni Puglisi, salentini di origine ma bolognesi adottivi con un piede a Berlino, già nel Link Electronic Department e cofondatori del progetto associativo Shape); Hector (produttore di buon livello per le etichette Phonica ed Horizontal) e Benno Blome (patron della tedeschissima Sender). Armati di santa pazienza, abbiamo approfittato dell'attesa per informarci sulla capienza del club e degustare un gin lemon recuperato al momento. La fila tuttavia procedeva in maniera spedita, anche perché a più di qualcuno veniva sistematicamente negato l'ingresso. Visibilmente agitato, ho chiesto spiegazioni ad una ragazza che mi stava di fianco. Lei, imperturbabile, mi ha risposto che non sapeva se quello per cui stavamo attendendo fosse il Watergate, che veniva dal Lago di Costanza ('sti cazzi), che avrebbe dovuto incontrare un amico all'interno e che secondo il suo punto di vista, la selezione dipendeva dal tipo di abbigliamento. Davanti a noi avevamo una giovane coppia scoppiata: lei carina e curata, lui brutto, basso e barbuto. Alla richiesta dei due di poter oltrepassare il cordone, il buttafuori sentenziava senza ritegno "Lei va bene, tu non entri". Con un movimento fulmineo, allora, ho fatto scorrere la zip del mio giacchino (un seconda mano comprato a Bologna), per far apprezzare - in tutto il suo splendore - la pregevole manifattura della camicia di lino provvidenzialmente indossata. A sorpresa, però, il giovanotto sgradito - anche grazie ad un cortese contraddittorio - era riuscito inaspettatamente a spuntarla e, di conseguenza, siamo stati ammessi anche noi non potendo a quel punto, il gorilla, eccepirci alcunché. Una volta dentro, però, ci siamo resi conto che il concetto berlinese di ambiente esclusivo è piuttosto latente. Si cerca piuttosto di dosare gli ingressi, cercando comunque di privilegiare le stravaganze. (Una tizia, infatti, al posto della gonna si era infilata un pezzo di quella rete di plastica arancione che si usa per recintare i cantieri). Il biglietto poi non è proibitivo (12 euro) e chi entra è sicuramente un ossessionato del ballo. Immaginare di trovarsi di fronte a fotomodelle aggredite da giovanotti attillati intenti a trafficare con gli spiedini di frutta, è da imbecilli. Soddisfatti di tanta normalità, non ci siamo voluti perdere la magnifica vista offerta dalla terrazza. Al rientro, suggerito dal venticello, abbiamo letto l'inverosimile timing della serata: Waterfloor 0.00 - 4.00: Unzip Project 4.00 - 7.30: Sasha Funke 7.30 - end: Hector, Sasha, Ellen Mainfloor 1.00 - 3.30: Hector 3.30 - 6.30: Ellen Allien 6.30 - end: Benno Blome Uno schiaffo sonoro ai rinsecchiti orari italiani. Al piano di sotto - pazzescamente affacciato sul fiume - avevano cominciato ad alternarsi gli Unzip: due o tre pezzi minimal a testa tanto per riscaldare il dance floor. Mi ci è voluto davvero poco per capire che sarebbe stata (anche grazie a colei che mi ci aveva portato) una serata davvero eccitante. Un numero perfetto di clienti, nel frattempo, si alternava sorridente tra l'interno e l'esterno del locale, attendendo senza premura di poter accedere alla sala grande. Il ritmo dei nostri connazionali si faceva gradualmente più sostenuto, senza comunque attirare l'attenzione del pubblico circostante. Nel Mainfloor, al contrario, si respirava un maggiore consenso. Hector (decisamente propenso alle vecchie sonorità house combinate con pezzi di tendenza), si apprestava a portare alla giusta temperatura la griglia sulla quale, qualche ora più tardi, ci avrebbe arrostito Ellen Allien. Strabilianti i giochi di luce del soffitto a sottolineare un sound fresco e pimpante. Ritornando al piano terra, abbiamo trovato una situazione totalmente diversa. A colpi di sovrapposizioni impeccabili ed effetti sapientemente dosati, gli Unzip Project (visibilmente più sciolti), erano finalmente riusciti ad animare la sala, convincendo più di qualcuno a manifestare la propria gratitudine nei pressi della consolle. Da segnalare, verso le 2.45, un leggero intoppo del pc che non ha comunque intaccato la robustezza ormai ostentata dal dj-set. Poco prima delle 3 abbiamo assistito al decollo (un razzo lunare in partenza che ha costretto molti di noi a tapparsi le orecchie senza tuttavia riuscire a distogliere dal colpo di sonno una coppia sbracata sui divanetti di fianco) e la definitiva consacrazione (secondo il mio modesto parere) della coppia italiana a migliore protagonista della serata. Un set di 4 ore, evoluto e ragionato, non proprio alla portata di tutti. Verso le 3 e 40, a malincuore, ci siamo spostati. Al piano di sopra, Ellen Allien (nel consueto abito lungo), scompariva al di là della consolle assediata da uno zoccolo duro di scalmanati. L'isola bar, con la sua invadenza, non ci ha consentito un transito agevole verso la pista. Abbiamo così ripiegato sul gradone di destra, ricavandoci uno spazio ridotto fra sei italiani ed una coppia di pilastri inclinati. Mi aspettavo una esibizione in linea con le canzoni del nuovo album anche se nella Mainroom - torrida come un villaggio africano - nessuno dava l'impressione di voler cazzeggiare. Ritmi forsennati imposti da una techno corposa hanno caratterizzato gran parte del set di Sua Altezza Ellen Allien, senza tuttavia che alla rapidità quasi nervosa dei suoi movimenti sul mixer, corrispondessero sussulti del pubblico di pari importanza. Ricordavo quanto fosse generosa e pestona la "berlinetta" ma constavo ulteriormente che alle volte, a voler fare troppo, si rischia di degenerare. Quasi con la schiuma alla bocca, passate le 4.00, Ellen è incappata nelle prime cazzate. Più di qualche sovrapposizione mi è parsa sbavata ed alcuni passaggi fulminei hanno finito per ridurre notevolmente il mio interesse per quello che stavo ascoltando. I più si sono agitati incessantemente ma pochi hanno accompagnato la performance con manifestazioni di giubilo. Dopo altri tre quarti d'ora ci siamo convinti a guadagnare le scale. Al piano di sotto, un ottimo Sasha Funke illuminato dalla luce del sole, stava preparando al delirio un nutrito gruppo di intenditori. Stranamente il terrazzo era ancora affollato, ma il meglio del meglio indubbiamente era dentro. In un'atmosfera da after hours, grazie alla sua musica ipnotica ("The intimate touch", "In between ways"e "Point final" possono valere d'esempio), Sasha ci ha rapidamente risollevati dal piattume inaspettatamente prodotto da Ellen. In una atmosfera irreale, ogni sguardo rivolto all'esterno, si trasformava in un fotogramma indelebile. Il contrasto tra i due piani del locale era oltremodo stridente: buio, caldo e velocità, contro luce, respiro e dilatazione dei tempi. A rovinare tutto, l'immancabile scemo del Belpaese che si è avvicinato chiedendomi se ero interessato all'acquisto di qualche sostanza. La migliore virtù dei tedeschi è che non si permettono di essere così fastidiosi. Malgrado, tutto, ci siamo spostati per la chiusura di Ellen, convenendo ben presto che sarebbe stato meglio non farlo. Alle 5.23, infatti, dopo l'ennesimo passaggio azzardato, la parte sinistra dell'impianto ha cominciato a gracchiare. Il fastidioso disturbo si è protratto - malgrado lo smarrimento di tutti - per almeno tre o quattro canzoni. Risolto il problema e dopo aver suonato un pezzo più moderato, la nostra ha ripreso a picchiare senza ritegno fino alle 6 e 30, ritirandosi - senza cerimonie - per far posto al meglio piazzato Benno Blome, che ha continuato a malmenare. Con un bel po' di rimpianti siamo scesi al Waterfloor, gustandoci gli ultimi scampoli (almeno per noi), di questo incredibile party. Più che ballare abbiamo osservato, sfiniti, le facce segnate degli Unzip e degli altri che ci giravano attorno. Un film già visto decine di volte ma reso unico dallo splendore di questo posto. Fuori la città aveva ripreso a pulsare, ce l'avevamo di fronte, ma nessuno all'interno aveva mai smesso di farlo. Siamo usciti sui primi dischi di Hector, non senza rivolgere l'ultimo sguardo alla terrazza ancora incredibilmente gremita, affacciandoci (come degli ebeti) al parapetto del ponte. Preceduti da una ragazza con le braccia conserte ed incrociando tanti reduci del sabato sera, siamo saliti sul tram che ci avrebbe portato fino a Landsberger Allee. In ostello ci siamo lanciati sul buffet della colazione, senza poterci confondere con una marmaglia di giovani congressisti nei loro abiti di circostanza. Nelle quattro foto in alto: Watergate mainfloor, Unzip Project (2), Ellen Allien. Nelle quattro foto in basso: Sasha Funke alle 6.30 del mattino, Benno Blome, Watergate: Waterfloor alle 7 del mattino, il ponte dal Waterfloor. Tra parchi affollati di famiglie in costume, fumi di salsicce e casse di birra immerse nell'acqua delle fontane, nel primo pomeriggio abbiamo raggiunto Oranienburger Tor, per non perdere la possibilità di visitare, seppure velocemente e di giorno, il Tacheles (www.tacheles.de), probabilmente il più celebre centro social/culturale della città. Al di là dei sei piani, l'edificio è dotato di un ampio cortile attrezzato con angoli bar (i retro bottega di altrettanti locali affacciati sulla strada), panchine improvvisate sull'immancabile sabbia, dalle quali è possibile osservare i movimenti operosi dei diversi artisti inquilini. Per la serata, invece, ci siamo spostati nella zona di Treptower Park, dove sapevamo esserci una gustosa dance hall. Il luogo deputato era l'Arena Berlin (www.arena-berlin.de), un altro enorme complesso polifunzionale con tanto di piscina costruita direttamente nel fiume. Più precisamente la festa si sarebbe tenuta sopra un barcone meglio conosciuto col nome di Hoppetosse. A dirigere le danze il collettivo Yaam (www.yamm.de), che è possibile trovare, all'interno di una sorta di lido posto a qualche chilometro più indietro sulla sponda opposta del fiume, proprio alla fine della East Side Gallery. Mentre eravamo al cancello d'ingresso, è sopraggiunto un furgone della polizia dal quale sono scesi sette agenti in tenuta antisommossa, subito avvicinati da un ragazzetto di colore con fare irriverente da rapper. Saliti a bordo, la diffidenza dei pochi presenti (per lo più giamaicani), ci ha spinto - dopo essere stati avvicinati da uno dei capipopolo - a dileguarci velocemente al piano superiore della barca, in attesa che arrivasse qualche rinforzo. Con il passare del tempo il numero dei giovanotti di colore è aumentato notevolmente rendendo ininfluente quello delle ragazze tedesche che pure non cessavano di salire sul mezzo. Nonostante la strana accoglienza (determinata dal fatto che tutti almeno di vista si conoscevano), siamo riusciti lentamente a farci accettare, rinfrancati dai cenni di approvazione degli omaccioni presenti. L'atmosfera si è fatta decisamente più rilassata allorquando ci siamo resi conto che ci trovavamo in un vero e proprio herbclub. Presa fiducia, ci siamo lasciati trasportare dalle buone vibrazioni dei tre selecter che si sono alternati alla consolle, guardandoci tutta via dal rimanere incastrati nel gruppo degli ospiti più minacciosi. Nella zona dei bagni, tanto per gradire, sono stato avvicinato dal nonno di Sizzla, il quale ha provato a coinvolgermi in un duetto con una ragazza delle sue parti, sulle parole della canzone che in quel frangente stava andando di sopra: "Don't go away, Don't go away...I love You, I Love you". Sorridente, non ho ascoltato la supplica, perché temevo il linciaggio da parte dei congiunti della fanciulla (un limite comune ai neri ed ai calabresi è che, pur pretendendo di fare gli splendidi con le ragazze altrui, impongono alle proprie di stare mute e sedute). Dopo qualche altro giro di pista, verso le 3 ce ne siamo andati, anche se sapevamo che la serata sarebbe andata avanti per ore. Il tassista marocchino che ci ha riportati in ostello, ci ha consigliato, la prossima volta, di fare un salto anche al Berghain (www.berghain.de). Nelle quattro foto in alto: al parco, Tacheles: cortile, Tacheles: ingresso, Arena Berlin's pool. Nelle tre foto in basso: Yaam, Hoppetosse (2). [Fester] |
|||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||
| Pros. > |
|---|