Clubcult
DOUR IT AGAIN | DOUR IT AGAIN |
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| Scritto da Fester | |||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||
| mercoledì 12 settembre 2007 | |||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||
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Quest'anno il nostro consueto appuntamento con la grande musica doveva avvenire in Portogallo poi, per problemi organizzativi, si è consumato di nuovo in Belgio. Il programma del XIX Festival di Dour (che mi fregio di aver scovato) era talmente vasto e conveniente da non suscitare in noi il benché minimo rimpianto: 227 nomi saggiamente ingaggiati da Mr. Carlo Di Antonio (ideatore ed organizzatore di questa e di altre manifestazioni socio-culturali, segretario di partito, deputato, membro di commissioni parlamentari, amministratore di società e campione di atletica). Dal pop all'indie, dal rock alla drum'n'bass, dall'elettronica alla techno, dalla canzone d'autore al folk, il tutto ingrassato da un corposo strato di reggae e suoi piccantissimi derivati. La cosa che più mi intrigava, comunque, era la compresenza di volti emergenti e vecchie glorie della musica a tutto tondo: Skream, Luke Vibert, Simian Mobile Disco e Goldie, soltanto per fare un esempio.
Il
nostro viaggio di unici web-partners italiani è
iniziato con due giorni d'anticipo, giusto per conciliare gli
inconvenienti del vivere a Sud con qualche ora in più di
vacanza. A
bordo di un Espressone venduto per Intercity, abbiamo lasciato
Potenza con un intero scomparto a nostro vantaggio. Favorito
dalla lentezza del mezzo (e dai miei colpi di sonno), Vanzetti ha
potuto far suoi tutti gli spazi. Notebook,
lampade da tavolo, suppellettili, piante di ficus e cornici d'argento
sono state rimosse tra Battipaglia e Salerno, allorquando il nostro
studiolo è stato invaso dal popolo delle vacanze. Un
ragazzetto alla moda, una giovane annoiata, una signora
prosperosissima ed una giapponese impagliata si sono contesi, a colpi
di trolley, le poltrone vacanti. Incauta l'amica del Sol Levante a
presentarsi sul treno con un banale zainetto. Rassegnati
alla democrazia del ritardo siamo giunti a Roma solamente a notte
fonda.
Alle 8.00 in punto del giorno successivo mi sono intrufolato dentro la metro con la stuoia di Vanz sotto braccio, anche se l'idea di atterrare a Charleroy in tenuta da mare mi dava la nausea. A Ciampino Vanzetti, in preda alla foga, non solo ha tentato di abbandonare la tenda sulla navetta ma si è presentato addirittura con aste e picchetti all'imbarco. Per chiudere degnamente, a bordo (non avendo mai volato con Ryanair) ci siamo messi a cercare i nostri posti. Il fatto che tutti e due avessimo il medesimo numero sulla carta d'imbarco non ci ha illuminati per niente. Solo dopo aver attraversato tutto il velivolo abbiamo scoperto che era consentito fare a cazzotti per sedersi dalla parte del finestrino. A quel punto ho pensato di potermi contendere, con il pilota, anche la cloche. Al decollo, causa rumori sinistri, non ho più riso per aver risparmiato sul costo del volo (ad essere sincero ho proprio esclamato: "Giggì, amm' fatt' ‘na fessaria!"). Non contenti di aver lesinato finanche sulla bellezza delle assistenti pur di rifarsi del basso costo, in quota l'equipaggio ci ha propinato di tutto. Il magazine della Compagnia, in realtà, nascondeva un catalogo due volte quello di Postalmarket, con dentro dalle guaine per dimagrire al polonio. Mi ha turbato non poco la messa in vendita di un tappo di plastica con manopola per il volume, in grado di restituire (per 29 euro e 90...) le gioie del sentire a qualunque audioleso. Dopo tre quarti d'ora abbiamo appreso dell'esistenza del "gratta e vinci". In palio i dispositivi di sicurezza che ci avevano mostrato prima della partenza. Sul finire, dalla cabina di pilotaggio, ci sono arrivati anche inequivoci indizi per indovinare il nome del futuro leader del Partito Democratico italiano. Sani e salvi ma scaricati a bordo pista, ci siamo maledetti per non aver acquistato nemmeno un ombrellino da cocktail. Lo splendido cielo fiammingo, come di consueto, traboccava di pioggia. Fortunatamente però da queste parti se ti serve qualcosa la ottieni senza troppe domande. Pensi ad un autobus per andare in città? Ti si materializza davanti. Vuoi prendere un treno? Ti attende al binario 1 (mica al 56 come a Bologna) e parte dopo pochi minuti. Lo perdi? Nessun problema: riparte dallo stesso binario ad intervalli ravvicinati. Così, grazie ad una organizzazione efficiente, qualunque italiano (pensando ad una incredibile serie di colpi di culo) è perfettamente in grado di raggiungere la propria destinazione.
Senza
patemi arriviamo nella cittadina di Mons (www.mons.be,
capitale della provincia dell'Hainaut), deliziosa meta
prescelta per l'unica sosta comoda di tutto il viaggio. Conquistato
un giaciglio all'ostello (http://www.laj.be),
ci siamo precipitati verso la solita piazza elegante senza nemmeno un
ristorante tipico attorno (quand'è che i belgi si
stancheranno di mangiare pita, pizza e paella?). Dopo
un rotolone di pane azzimo ripieno di pollo e la prima
desideratissima birra, abbiamo curiosato per le vie dello shopping,
visitando anche la mediateca. Qui Vanzetti - credendo di darsi
importanza - si è presentato come bibliotecario. Il suo
interlocutore però, pensando che fosse in cerca di lavoro, non
gli regalato grandi soddisfazioni.
Degne di nota l'ottava edizione del Festival internazionale di arte contemporanea au Carré (2 settimane di teatro, danza, musica ed esposizioni) e la particolarissima festa della Ducasse, che riunisce in un'unica giornata due antiche celebrazioni: la Processione del Carro d'Oro e il Combattimento del Lumeçon fra San Giorgio ed un drago verde pisello. Al ritorno in ostello, ho trovato una inquietante valigia da caldaista accanto al mio letto. Vanzetti, nel frattempo, stava provando il conforto di un internet point, sostanzialmente una soffitta abitata da un nordafricano (se ci avessero fatti a pezzi non se ne sarebbe accorto nessuno). Alla terza ora di navigazione, il gestore si era attivato per assegnare i numeri alle postazioni, definire gli orari di utilizzo delle macchine e far stampare i biglietti da visita. Per cena abbiamo optato per un delizioso cous-cous. Nell'attesa della prelibata pietanza, ci è capitato di assistere ad una rocambolesca irruzione della forza pubblica nel palazzo di fronte (5 agenti per sfondare una fradicia porta di legno...). Il cameriere - ridendo - ci ha detto di un tizio "mbrieco" (al piano di sopra) che stava tentando il suicidio. Noi, irriverenti, ci siamo bevuti due bottiglie di vino. Ho preso sonno scoprendo che Vanzetti è in grado di passare dalla veglia alla roncopatia nel giro di qualche secondo.
Nelle quattro foto di Fester una veduta panoramica della piazza principale di Mons (Belgio) e alcuni flash dal Festival.
Comodamente,
da Mons siamo passati a Saint Ghislain, dove ad
attenderci c'era il pullman per Dour. Così
come a Kievit, il tutto si svolgeva in campagna a poca di
stanza dal centro. All'ingresso erano in molti a cercare i
biglietti, polverizzati in prevendita per un clamoroso sold out
(34.000 abbonamenti!). Con
grande sollievo ci siamo diretti verso il nostro camping
(quello dei volontari), praticamente a ridosso del Club Circuit
Marquee. Montata
la tenda, infreddoliti, abbiamo messo mano al prodotto lucano (pane,
salsiccia e provolone ormai stagionato) che Vanzetti si era
prudentemente portato in vacanza. Non
sapendo da che parte fosse l'entrata, abbiamo effettuato il nostro
debutto dal retro di un palco. Solo dopo ci siamo resi conto che il
percorso corretto prevedeva un elegante passaggio alle spalle dei
gabinetti. Una
volta dentro, però, ho dovuto riconoscere che con qualche
tendone da circo ed un bel po' di patate era stato compiuto un
miracolo. L'area concerti si componeva di due main stage e quattro
spazi coperti (tutti dotati di impianti terrificanti), oltre a
variegati punti ristoro, aree chillout, servizi igienici e spazi
pubblicitari. Simpatico il market con bancarelle all'entrata.
In certe zone, tuttavia, le superfici a disposizione sono risultate, alla lunga, insufficienti così come pure i cash point (solo 3 per 40 mila persone ogni giorno) ed i bagni (più di qualcuno avrà notato, tra sabato e domenica, i rigagnoli di piscio gironzolare fumanti nei pressi delle aree concerto...). Il pubblico era principalmente belga e francese, e sembrava più freak di quello del Pukkelpop. Con grande entusiasmo ci siamo diretti alla Press Area: un'oasi di tranquillità nelle vicinanze di una pista d'atletica (...Di Antonio, però, non si stava allenando) governata dalla dolcissima Annie (vero angelo custode di fotografi e giornalisti) sempre cortese e sorridente (a lei vanno ancora i miei baci più grandi). Ritirato il salvacondotto per scattare le foto, alle 19.30 mi sono diretto verso Le Petite Maison Dans La Prairie (da noi volgarmente chiamato "da Petitt" manco fosse una trattoria). Ad attendermi puntualissimi Dj Hype e Daddy Earl Mc. In considerazione dell'orario ero certo di non trovare la bolgia eppure mi sono dovuto ricredere. Daddy, in pompa magna, ha annunciato l'arrivo di Hype urlando a gran voce "Non vogliamo dell'acqua sul palco ma della fottuta vodka per il dj!". Dopo di che il turntablist anglosassone (già campione DMC) ha preso ad iniettarci drum'n'bass intramuscolo, mantenendo ritmi veloci e passaggi ipertesi. Immancabili (e meritati) i boati del pubblico.
L'umidità
della sera si faceva sentire, così, ascoltando gli Skatalites
(prima formazione ska con 40 anni di carriera alle spalle), siamo
ritornati in campeggio per affrontare meglio vestiti uno dei gruppi
più attesi: Vive La Fète!, duo synth-clash
formato dalla biondissima Els Pynoo e Danny Mommes (già
bassista dei Deus) e resi noti dal celeberrimo couturier
Karl Lagerfeld. Li
conoscevo ma ero curioso di assistere ad un loro spettacolo. Con
all'attivo un bel repertorio, i Vive La Fète! (sul
Main Stage con il supporto di basso, batteria e tastiera) non
mi hanno affatto deluso. Più di qualcosa, al sottoscritto,
deve averla suggerita la succinta mise della cantante: una
sottana ridotta che scopriva seni generosi, cellulite e mutanda. La
fascinosissima Els (esplosiva, erotica ed instancabile) si è
dimenata (gemendo ed urlando) con incredibile intonazione (superba in
"Noir dèsir"). Liriche sarcastiche e pulsanti ("Mr.
Le President", "Maquillage" e "Mon Dieu"),
melodiche tostissime e ritmi accelerati, ci hanno fatto ballare e
divertire per un'ora abbondante.
Alla fine dello spettacolo siamo corsi dai Tiefschwarz, i quali (all'Eastpak Core Stage), stavano festeggiando il loro primo decennio. Già tanto gradito un anno fa, il duo di Stoccarda (forte di un doppio celebrativo alle spalle) è apparso in preda ai fumi dell'alcool, anche se tutto sommato ha proposto uno show sostanzioso e d'effetto. Travolto da una valanga di dischi, ho dovuto compatire (e fotografare a fini di lucro) Vanzetti che - nel mentre - sopportava il peso e le smorfie di una spagnola festante sulle sue spalle. A braccia protese siamo arrivati alla torta, potendo anche apprezzare il Vincenzo Scifo della consolle (Cosy Mozzy), sostenuto da una signora (probabilmente la madre) che lo riprendeva con la videocamera teneramente. All'1.20 ci siamo spostati alla Dance Hall per fare nostri anche i Cinematic Orchestra. Lodevole la scelta di farla suonare, la celebre ensamble di Jason Swinscoe (raffinato polistrumentista con panama bianco) era indubbiamente rivolta ad un pubblico "adulto". L'atmosfera prima dell'inizio era naturalmente ovattata e, sotto il tendone, si godeva di un piacevole spazio. Alle prime note siamo stati tutti rapiti. Nel corso dello spettacolo ho provato vera emozione, sentendomi parte di una celebrazione importante (sicuramente da camera e non da megaevento), in cui i temi del jazz si sono fusi magicamente con il soft-rock, il trip hop e l'elettronica. Le sapienti incursioni dei fiati, le percussioni suadenti e le trame melodiche eleganti, sono state arricchite dal compiacimento jazzistico di Jason e dalla splendida ugola della giovanissima Hiedi. Piacevolmente scontata l'esecuzione di "The awakening of a woman". Non paghi, alle 2.40 ci siamo accaparrati anche il live degli Swayzak, ripiombando così in una atmosfera bollente. David Brown e James Taylor (il cui nuovo disco si intitola "Some Other Country"), ci hanno proposto impulsi detroitiani emblematici della loro profonda (e stranamente poco cantata) visione del mondo tuttavia un po' lontana dalla poetica di "State of grace" o dalla saggezza di "Make up your mind". Spremendoci come limoni, dalle 3.00 alle 5.00, abbiamo assistito alle acrobazie "Ninja" di Dj Food (con Darren Knott in un torrenziale ed eclettico quattromani in versione Solid Steel) e dei Coldcut (alle prese con una nuova installazione: Journeys by VJ, ovvero un poderoso live show nel quale ciò che si vede si sente; un rimescolamento continuo di video e loops arcinoti così programmato da sembrare finto). Un bel bottino comunque per la prima serata. Le foto: nell'ordine Vive la Fète! (photo Fester), Tiefschwarz (photo Fester), Cinematic Orchestra (photo Luigi Catalani), Dj Food & Darren Knott (photo Fester)
Dopo
una pioggia notturna che aveva trasformato la tenda in un pedalò,
incoraggiato dal cielo sereno alle 15.30 Vanzetti mi ha anticipato
nelle aspersioni per correre dagli A Hawk And A Hacksaw (che egli stesso aveva avuto l'onore, insieme ai compari Pietro e Max, di portare in Basilicata pochi mesi prima). Jeremy
Barnes ed Heather Trost avevano - rispetto a Potenza - un umore
diverso (non erano i soli). Sostenuti da un pubblico di conoscitori e
curiosi, i due giovanissimi, ci hanno mostrato un personale amore per
la musica folk. Passando dal serio al faceto, i fortunati presenti
hanno attraversato località polverose, scatenandosi ad ogni
fermata in gongolanti trenini. La reazione della folla ha suscitato
nel duo ampi sorrisi, facendo dimenticare (anche a me) le ragnatele
del locale in cui si erano esibiti. Dopo
gli applausi un bel bis, terminato con la sensazione di aver fatto il
giro del mondo in autostop.
Fino alle 19.30 ci siamo concessi una lunga pausa Spuntì (gustoso spalmabile che credevo non producessero più) in attesa - per le 20.00 - dei Rapture. Vito Roccaforte (batteria) e Luke Jenner (voce e chitarra, glam e piacente), partendo nel '98, si sono perfezionati - come gruppo - soltanto tra il 2001 ed il 2002, allorquando hanno incontrato Matt Safer (voce e basso), Gabriel Andruzzi (tastiere, sassofono e percussioni) e, soprattutto, i due geniali produttori DFA. Il risultato dal vivo non poteva non essere entusiasmante: tamponamenti house-rock per far esplodere i polmoni al dancefloor. Così, grazie a chitarre cazzute, melodie azzeccate, vocalizzi sovrastati da bassi amplificati da casse potenti, ci siamo abbandonati ad un delirio in retromarcia che da "Get Myself Into It", passando per "Whoo! Alright Yeah...Uh Huh", è culminato nella celeberrima "House Of Jealous Lovers".
A
seguire i Clap Your Hands Say Yeah, che però non siamo
riusciti a reggere fino in fondo. Dopo
le fiamme dei Rapture, infatti, non dovevamo aspettarci sul palco
centrale ritmi più alti. Il
quintetto di Brooklin (che deve la sua fama anche al fatto di essersi
autoprodotto e sostenuto grazie al web) ha proposto alle migliaia di
fans uno spettacolo degno (soprattutto nella parte vocale sostenuta
da Alec Ounsworth) che, però, ci ha un tantino annoiati. Troppo
americano e malinconico, il rock dei C.Y.H.S.Y. raramente ha
catturato la nostra attenzione; a tratti country, ci ha fatto venire
solo una gran botta di fame.
Dopo aver ingurgitato qualche salsiccio, abbiamo affrontato contromano la folla, per gustarci il secondo dei tre intermezzi del sound system Jah Voice, corpulento cuscinetto di una serata all'insegna del dub. Father Jhono (fondatore della crew con asciugamano bianco alla spalla), è stato però oscurato - nelle attenzioni - dalle peripezie di una stonata in vestito e stivali, la quale prima è salita sui tralicci delle luci (è stato Johno, dopo 10 minuti, a doverla supplicare di scendere...) e poi, saltandomi sulla testa, si è messa per giunta ad ancheggiare sul palco. Al di là del deprecabile fatto che la security se la rideva, i miei interessi erano tutti per Rob Smith e Ray Mighty, attesi per mezzanotte. Con 18 anni di carriera dub e trip hop alle spalle ed insigni creatori di un sound che ha fatto il futuro, questi due bristoliani (tra i meno famosi) sono arrivati abbastanza "fumati" alla consolle. Con il supporto vocale di Earl 16 (veterano del reggae e già voce in prestito ai Leftfield), non hanno fatto altro che proporci una selezione dub fuori dal tempo. Nulla di sconvolgente ma mi ha reso felice vederli perché pensavo che ormai fosse un po' tardi. Dopo un po' abbiamo voltato pagina trovando i Simian Mobile Disco. James Ford e James Shaw - dj's e remixer anglosassoni con il pallino delle apparecchiature analogiche - hanno spronato il pubblico dell'Eastpack girotondando intorno ad un tavolo per scatenare i loro multipli effetti. Aizzato da partenze incandescenti Vanzetti si è trasformato in un vero monello. Distorsioni al limite dello spasimo; progressioni allucinanti; a suon di schiaffoni siamo volati ben oltre il muro del suono degli Underworld. Superacidi come il pentafluoruro di antimonio, i due James sono stati perforanti. Sicuramente (nel genere) il più bel live di tutto il festival. Appagati ma curiosi, all'1.00 passata ci siamo fatti rapire dal prolifico Skream (giovane producer reo di aver cambiato il corso dell'elettronica). Oliver Jones - al contempo decadente e vibrante - era giustamente osannato da un folto gruppo di adepti. L'ossessiva "Midnight request line" è stata il giusto trampolino di lancio per un set tecnicamente esaltante, senza lo stramaledetto pc. Per finire in bellezza (ma trascurando Dave Clarke, Adult e Dj 3000), abbiamo scelto i Digitalism (Jens Moelle e Ismail Tuefekci), ovvero electro-garage tedesca e suggestioni francesi. Malgrado li avessimo applauditi da poco, non ci siamo fatti scappare questo prelibatissimo bis. I due galletti amburghesi si sono riconfermati autori di uno show rodato ma scoppiettante, reso unico (nell'occasione) da migliaia di scatenati ventenni. Idealism è stato concentrato efficacemente in un live caratterizzato dalla rapida progressione dei pezzi e dalla voce squillante di Jens. "I Want I Want", la cover di "Fire in Cairo" dei Cure, "Anything Now" e "Idealistic" mi hanno fatto sgolare più di un concerto dei Rolling Stones: "I have an idea that you are here. I had the idea that you were near. I have an idea that you are here. I had the idea that you were...near. Could it be you're here. Here! Here!". Alle 4.00 passate volevamo stuprare le nostre ginocchia con i Technasia ma non ci siamo riusciti.
Le foto: nell'ordine A Hawk and a Hacksaw (photo Luigi Catalani), Rapture, Clap Your Hands Say Yeah, Jah Voice (photos Fester); a seguire, un'acrobata allo sbaraglio durante l'esibizione di Jah Voice, Digitalism e due scatti del pubblico (photos Fester).
Sin
dal risveglio abbiamo capito che al sabato sera, anche in Belgio,
conviene starsene a casa. La
folla del week-end ci stava privando delle cose cui tenevamo di più:
la tazza del water (io) e la banda larga (Vanzetti). Mentre
ai bagni del campeggio era in corso una futile disputa su chi
sporcava e chi doveva pulire (condotta a suon di porte sbarrate e
cartelli oltraggiosi), in sala stampa non era disponibile neanche una
sedia, figuriamoci un pc.
L'atmosfera convulsa ed il proliferare dei cafoni scesi dalle montagne, ci hanno indotto a sbollire innanzi alla pacatezza di Joe Lally accompagnato dall'orgoglio italico Zu. Giri di basso suadenti e divagazioni sax lussureggianti, hanno coronato il nostro pomeriggio di sole facendoci beneficiare di una musica implosa. Al termine siamo riusciti a richiamare per un attimo l'attenzione di Luca (Mai). La bella giornata ha fatto esplodere la mia voglia di reggae, così mi sono spostato all'Arena. Nonostante il ritardo, il veterano Tony Rebel e la giovane promessa Warrior King sono stati accolti dal pubblico con grande entusiasmo. Sottolineate da due illuminanti coriste, le liriche piacevoli di Warrior e le vibrazioni positive di Tony hanno trasformato Dour in una frazione di Kingston. Amore allo stato puro che ha regalato a me foto di facce distese e drappi al vento. Alle 20.00 ritrovo Vanzetti per la chiusura dei Micronauts. Il francese Christophe Monier e il greco-canadese George Issakidis (ma noi ne abbiamo visto soltanto uno e non sapevamo chi fosse) ci hanno offerto un aperitivo a base di minimal saltellante.
Dopo
un pasto frugale a base di speziatissimo kebab, ci siamo spostati "da
Petitt" per Griots & Gods, variazione hip-hop voluta
dai Dalek e dagli Young Gods. Ben
5 pc (opportunamente privati del logo) hanno fatto bella mostra sul
palco, influenzando ben poco il nostro giudizio. Parti suonate e
rappate, campioni e rumori di fondo hanno prodotto un esperimento
incollocabile e buio.
A seguire The Notwist, altra chicca di Dour. I quattro tedeschi di Monaco hanno in Markus Acher (cantante e anima compositiva dei Lali Puna e non solo) il loro fidato nocchiere. Timido nella voce e nei modi ma coraggioso quanto a miscugli di sonorità indie-pop ed elettroniche, Markus ci ha regalato un'ora di avvolgenti emozioni. Melodici e malinconici i Notwist - autori di imprevedibili svolte - hanno espresso il meglio nella seconda parte del live, improntata ai respiri sublimi di "Consequence". In più occasioni, Markus ha prodotto fruscii (con l'ausilio di un Technics) saggiamente riprocessati da Martin Gretschmann. Annie, al di sotto del palco, ha goduto e non poco. Il troppo stroppia - si sa - ma non siamo riusciti a resistere alle insegne luminose di questo festival: 1. Luke Vibert (cui va tutto il mio plauso per il passato) autore di un excursus d'annata troppo orecchiabile, talmente molle da farlo rimanere con una sigaretta spenta tra le labbra per più di mezz'ora (ascoltate il mix di "It's The Beat" dei Simian Mobile Disco, tanto per farvi un'idea); 2. Autechre, claustrofobici ed angoscianti con le loro sonorità celebrali, ci hanno costretti a fissare il buio che li ingoiava; 3. Busy P alias Pedro Winter ex manager dei Daft Punk e pigmalione di tanti poppanti emergenti, SebastiAn, i fidanzatini Uffie & Dj Feadz, Dj Mehdi e Justice (ovvero l'etichetta Ed Bangers), festaioli, autoreferenziali e fighetti (da rivedere, magari separatamente e di lunedì), hanno riscaldato una minestra musicale in cui chiunque, anche la baby-sitter, aggiungeva del pepe (a metà tra Bim Bum Bam e l'avanspettacolo). L'orrore provato non ci ha consentito di seguire Erol Alkan (al quale, partito in modo chiassoso con una versione commerciale di "Organ donor", promettiamo una circostanza migliore).
Alle
2.30 abbiamo cercato riparo sotto l'egida del dio Vitalic. Pascal
Arbez era indubbiamente il più atteso. Sotto
il palco - oltre ai fotografi - c'era un manipolo di bambocci con
tanto di telecamera. Chi aveva il pass (come me) era stato fatto
entrare (scavalcando) con la concessione di un misero quarto d'ora.
Dopo pochi minuti, però, un tizio mi ha disturbato dicendomi
che non potevo fare riprese (peccato per lui avevo solo una macchina
fotografica...). Risolto l'equivoco, un energumeno con le braccia
allargate ha cominciato a farsi valere costringendo tutti i
possessori del braccialetto 4 a sloggiare, trascurando i mocciosi che
se la ballavano. Frastornato
mi sono spostato dal lato opposto ma senza intravedere alcuna via di
fuga. Fortunatamente,
però, una mano (di donna) spuntata dal nulla mi ha fatto
ritornare tra la folla, salvo poi a pretendere (con le cattive) di
essere ricompensata in natura per il soccorso. L'alito
agghiacciante della fanciulla, tuttavia, mi inchiodava al ruolo di
scrupoloso cronista. Vitalic
(in abito da sera) ha cominciato a pressarci come l'asfalto senza
alcun sintomo di sforzo. Duro
e puro, ci ha travolti con le sue hit manipolate, mandandoci al
tappeto nonostante fossimo inferociti (io più di tutti). Il
ko tecnico è intervenuto con "U and I" e - secondo
il mio modesto parere - dopo il botto dell'amico Dario
l'esibizione doveva finire. A
Vitalic però "non glie ne frega niente se si schianta"
e ancor meno di vedere il nemico alle corde. Così,
d'improvviso è ripartito bruscamente per poi fermarsi di
nuovo allo stesso modo e ricominciare tutto da capo con "Valletta
Fanfares" (che in apertura aveva fatto da intro)
appesantita da una cassa imponente. Il
prossimo uragano che si abbatterà sulla Florida dovrebbe, come
minimo, portare il suo nome.
In sala gessi, abbiamo atteso il pronto intervento di Dr. Lektroluv, sempre bello a sentirsi anche se a quel punto era del tutto sprecato. Tra i pezzi proposti un bel mix dell'abusata "You gonna want me" (Van She, Jesper Dahlback o Tocadisco?) Dopo le prime cure, ossequiosi, lo abbiamo lasciato.
Le foto: nell'ordine Joe Lally solo e accompagnato dagli Zu (photos Luigi Catalani), Tony Rebel, Griots & Gods (photos Fester); a seguire, ancora Griots & Gods (photo Luigi Catalani), Notwist e due immagini del pubblico (photos Fester).
L'ultimo
giorno ci siamo dedicati al cazzeggio. Ispirati da un'atmosfera
domenicale (molte le famiglie con prole e le coppie mature accorse
curiose) abbiamo ciondolato tra la Press Area ed i palchi.
Alla conferenza stampa, Mr. Di Antonio ha risposto a Vanzetti di non voler aumentare la popolarità del suo piccolo festival (ignaro del fatto che la nostra idea di piccolo si ferma, al massimo, a 2000 persone) ma non si è pronunciato (o almeno così ci è parso, visto che parlava in francese) sul perché dell'assenza degli artisti italiani (eccetto gli Zu, che tuttavia non erano nemmeno in programma). Alle 18.00 ci siamo accasciati dinanzi ai Wolf Eyes ma quanto a tranquillità potevamo trovare di meglio. Questi lupi affamati di spettatori paganti (eravamo un centinaio), ci hanno aggrediti con ferocia lo-fi, pur concedendoci (sul finire) una tregua d'introspezione. Non ero molto presente ma ricordo - come in un incubo - rumori, sussulti, urla feroci e singhiozzi prodotti - tra l'altro - da un sassofono con la faringite ed un basso ridotto all'essenziale (paletta, tastiera e corde)...Il diavolo è brutto proprio come lo si dipinge. Mi sono riavuto soltanto al Main stage, di fronte ai 1990S: tre scozzesi usciti (a dispetto del nome) dagli anni ‘70. Jackie McKeown stava sul palco con fare trasandato, dando l'idea di essere cresciuto in gran fretta; poi voce, basso, batteria e chitarra. temi rock consueti suonati - senza sogni di gloria - facendo da spalla agli amici Franz Ferdinand.
A
seguire i Black Rebel Motorcycle Club, capitanati da Peter
Hayes, faccia, voce e chitarra pulita tanto piaciuta alla folla. Mi
sentivo un po' meglio ma non avevo fatto i conti con i
65daysofstatic, band post-rock di Sheffield. Deliranti e
rabbiosi per quasi tutto il concerto, con i loro movimenti fulminei
sembrava non volessero farsi inquadrare (la"distruzione delle
mie piccole idee").
Consueto pienone, invece, per Dj Shadow, rilassato come ad una comunione in campagna. Dopo i saluti al microfono ha dato corrente ai suoi piatti (ma anche al computer per la mia disperazione). L'ho già detto ma lo ripeto: Josh Davis non è più lo stesso; ha perso - forse non poteva fare altrimenti - la sua ruvidezza e la sua voglia di breaks. Pochi graffi e molte carezze, effetti speciali e modernità. Il suo tocco sporco si è appiattito come un emmepi3, cedendo il passo alla favella e agli smaglianti sorrisi. Tutto sommato un ottimo set. Un Dj Shadow più umano che mi è piaciuto. Un bel regalo ce lo ha fatto giocando con "Organ donor". Mentre alle sue spalle partiva una lunga didascalia che recitava pressappoco così: "Lo so, adesso starete pensando: ancora con questo organo... ma che volete sono dieci anni che me la chiedono e non posso non farla", lui ha cominciato ad accennarla su una tastiera, l'ha fatta crescere come un tormento ed esplodere, nel finale, in tutto il suo banale splendore. Un tripudio. Ripreso il microfono ci ha ringraziati per scomparire soddisfatto dietro le quinte.
Il
festival volgeva al termine ma la necessità di un po' d'aria
ci ha portati da Tobin, l'unico dj (scelta azzeccata) cui è
stato concesso l'onore del palco centrale. I
suoi bassi rimbalzavano a centinaia di metri. Quando siamo arrivati
sembrava che fosse alla stretta finale. Invece ha continuato
imperterrito a far tremare 20.000 persone.
D'n'b corposa, mescolata a campioni ibridi ed irreali. Un capolavoro innovativo e geniale e non la solita dimostrazione di forza. Sul palco era da solo ma, per quello che si sentiva, sembrava accompagnato da una orchestra di Gremlins. Amon Adonai Santos de Araujo "cotechigno" Tobin - meticoloso come un orefice vicentino - ha dato luce ad un vero gioiello. Più che un dj-set, una macumba. Distorsioni ricombinate, sovrapposizioni continue e suoni a cascata mi hanno fatto dimenare per un'ora senza pensare più a niente. Il gran finale si è consumato tra chitarre mostruose e colpi proibiti. Un saluto a Chris Clark (dj + batteria suonata dal vivo, il buon keng sarebbe stato più preciso) per il triste commiato da Dour. Che dire, un festival rigoroso e senza fronzoli. Tutte promesse mantenute (con un'unica cancellazione). Ben studiato negli abbinamenti e con poche sovrapposizioni di nomi importanti (tre giorni tuttavia erano sufficienti). In chiusura mi sento di suggerire qualcosa per il l'edizione del ventennale: una migliore distribuzione degli spazi magari con più aree chill-out; l'apertura dei tendoni su tre lati e non su uno soltanto; la messa in sicurezza dei picchetti e dei sostegni (più di qualcuno, nel buio, ci è inciampato); la pavimentazione con tavole di legno delle aree coperte; la manutenzione dei bagni ed un migliore coordinamento dei volontari (in alcune occasioni poco volenterosi). [Fester]
Le foto: nell'ordine Wolf Eyes, 1990s, Black Rebel Motorcycle Club, 65daysofstatic (photos Fester), a seguire Dj Shadow, Amon Tobin (photos Fester), Fester, Annie (thank you!) e Luigi Catalani.
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