Il 17 aprile dovevo essere a Roma per far mio l'ennesimo
rapporto di lavoro occasionale ma non potevo non trattenermi fino al 19, giorno
in cui - al mio beneamato
Brancaleone
- avrebbero suonato i
M.A.N.D.Y. Pare che l'acronimo sia legato ad una questione intima e
privata relativa ad una donna. Ma la storia di questo duo (contrassegnata della passione
per la musica coltivata - come accade a molti - tra le pareti di un garage), sarebbe
tuttavia iniziata qualche tempo prima, ovvero nell'attimo in cui i due di
Francoforte - ancora adolescenti - decidevano di lanciarsi mano nella mano da
un trampolino alto 10 metri superando - con un solo tuffo - la paura del vuoto
e dell'avvenire.
Patrick Bodmer e
Philipp Jung (compagni di merende e complici della consolle) sono emersi
nel mondo del clubbing anche grazie alla benevolenza del buon
Thomas Koch (alias
DJ T), che li ha voluti come
resident
al Monza Club. Insieme a costui (ed ai Booka Shade) i nostri hanno poi dato
vita alla strepitosa etichetta
Get
Physical, sottraendosi così alle asfissianti logiche delle major e
realizzando - a parer mio - uno dei progetti più raffinati ed evoluti
dell'house contemporanea. Nei nomi dell'etichetta e del singolo più conosciuto (
Body Language del 2005) è evidentemente
contenuta la sintesi efficace dello stile artistico dei M.A.N.D.Y.: corporeo e
stuzzicante, da ballare o da ascoltare
a seconda delle circostanze. Per i due avvenenti produttori,
infatti, il dancefloor è vissuto come un luogo di predominio sociale, dove è
possibile scambiarsi messaggi e segnali in perfetta coscienza, stimolati da
groove
eclettici ed eleganti. Sinceramente, prima del 19
aprile, non credevo che i M.A.N.D.Y. potessero fare a meno di suonare insieme e
nemmeno che potessero farlo senza avere un massiccio pubblico di fronte.
Preso dall'euforia, sabato pomeriggio ho addirittura
acquistato il 38° numero della fortunatissima collana
Fabric, dedicato proprio ai M.A.N.D.Y.: un concentrato di pomodoro delle
tracce meno tendenziali, da
Robag Wruhme a
Martin Eyerer, passando per
Claude
Vonstroke e
DJ T, naturalmente. Dopo la solita abbuffata preparatoria (prima o poi mi farò
venire un coccolone), sono partito da Viale Regina Margherita godendomi tanto la
temperatura mite della serata quanto il clamoroso anticipo sulla tabella di
marcia.
A mezzanotte e mezza ero a Via Levanna. Sul marciapiede, solitamente affollato, non c'era nessuno.
Per un istante ho pensato che l'addetto all'apertura se ne fosse dimenticato. Preso dalla voglia di cominciare non ho dato nessun peso
alla circostanza, dirigendomi verso la sala grande che stupidamente immaginavo stracolma. L'accesso al cuore del locale invece era impedito e di
bassi impetuosi provenienti dall'altra parte nemmeno l'ombra. Non potendo fare altro, mi sono messo a consumare. Due,
tre, forse quattro gin lemon, consolato dall'electro incalzante miscelata (in
diretta su Radio Popolare Roma) da un ragazzone in bella vista al di là dei
vetri della nuova postazione realizzata nella sala più piccola. Al culmine del set siamo arrivati addirittura in cinque. All'una e
ventinove ho manifestato tutto il mio sgomento (alcolico e soporifero) al mite Vanzetti
con un eloquente messaggio:
"Il
Branca è semivuoto... avessero annullato?".
Subito dopo però ho notato dei movimenti verso la sala grande.
I video giravano, la musica anche il bar era aperto e così pure la cassa ma la
main room restava comunque inspiegabilmente
deserta. Il mistero sulla scomparsa dei clienti s'infittiva, ma era
ormai evidente che più di qualcuno aveva preferito la grattachecca o, peggio
ancora, la gita fuori porta. Sul palco un tizio in maglietta aveva comunque iniziato a suonare
anche se con fare visibilmente pacato. Ho dato per scontato che fosse una "spalla" e che
i M.A.N.D.Y. non sarebbero mai arrivati perché trattenuti dalla guardia di
finanza all'aeroporto di Fiumicino.
Con il passare dei minuti qualcun'altro si è fatto avanti,
in tutto saremo arrivati ad 80, forse anche a 100, non saprei dirlo, fatto sta
che ognuno di noi poteva disporre di ben 6 metri quadri per esibirsi in
spaccate e piroette.
Raccattati anche i passanti a spasso col cane, alle 2 e 35
c'è stato il primo sussulto della serata. Quello che credevo essere un
apripista, in realtà, corrispondeva alla fisionomia di
Philipp Jung. Questi, non avendo fretta di incalzare il pubblico e
concedendosi anche il lusso di allontanarsi dalla consolle per chiacchierare con
una tipa a bordo palco, ci ha dimostrato la bontà delle sue teorie circa le
relazioni sociali che è possibile intrattenere all'interno di un club. Versandosi di tanto in tanto il contenuto di una bottiglia
posizionata alla sua sinistra, Philipp è riuscito comunque a trascinarci (con
il whisky maschio senza raschio), verso un lento ma inesorabile crescendo.
Il set è stato sicuramente impeccabile e lo stesso Philipp
- a bottiglia ormai finita - ha preso a ballare come se fosse anche lui nel bel
mezzo della stanza. Senza giungere al sudore incontrollabile né vedere Patrick,
ho potuto comunque apprezzare ogni variazione ritmica dei pezzi (certamente ripetitivi,
quasi tribali, ma mai asfissianti), impreziositi da mille piccoli dettagli - ora
appiccicosi ora gocciolanti - all'interno dei quali anche i frammenti vocali e le
trame melodiche si incastonavano perfettamente. L'esibizione è stata sicuramente impeccabile, suddivisa equamente
tra vinili e cd. Da
registrare un solo boato degno di nota e l'apoteosi - verso le 3.50 - sulle
note di "Push Push" dei
Rockers HI-FI nella pregevolissima versione Pusher
proprio dei M.A.N.D.Y.
Incoraggiato dalla costante rarefazione delle presenze,
poco dopo le quattro, mi sono fermato, giungendo ad una banalissima
considerazione: quando la pista è vuota anche il migliore dei dj-set se ne va
allegramente a puttane.
[Fester]