Non me ne vogliano i fan sfegatati dell'attore romano, ma
io nel suo monologo alternato a musiche, non ci ho visto nulla di eccezionale.
Anzi, fermo restando la nobiltà d'intenti: le storie "incredibili"
dei precari di
Atesia, call-center romano (uno dei più grandi d'Europa
) che schiavizza e sfrutta per pochi centesimi soprattutto l'intelligenza dei
"suoi" addetti, lo spettacolo non decolla, e si perde nei rivoli di
una protesta tutto sommato pacata e nei limiti, che non riesce a coinvolgere,
secondo mè, lo spettatore, come meriterebbe. Sembra quasi che in fondo poi
questa dei "precari", sia una fase che tutti viviamo, ma che poi
supereremo, come se fosse stato solo un brutto sogno. Secondo mè invece questi
fatti sono più drammatici di quanto si crede. Ed il lungo monologo di Celestini
non rende piena giustizia all'allarme sociale provocato da leggi indegne come
le
Legge 30, che dà lavoro a tempo e poi ti lascia a bocca asciutta,
fino al prossimo "incarico"; finte "esperienze" che non
serviranno ad un cazzo. Ora, ovviamente non è colpa di Celestini tutto ciò, ma
quando mi sento dire che la tivù ed Andreotti sono il male, mentre si fà solo
il solletico alle politiche sul lavoro ( non ) avviate dall'ultimo governo di
Centro-Sinistra, senza affondare le unghie sul vero problema della nostra
società ( cioè l'intera "classe-casta" politica italiana ),
ultrasinistra compresa, allora è inutile questo stare in mezzo al guado, questo
dire non dire. Chiamando neanche tanto ironicamente "consigli per gli
acquisti" invece che banale ed ovvia pubblicità il dvd in vendita
all'uscita dal teatro, prendendo in giro
Maurizio Costanzo, ma di fatto
usando i suoi stessi metodi affabulatori. Eppure Celestini col suo stile così
pacato ed efficace, riesce a scaldare una platea colma di ragazzi che ascoltano
con interesse le sue storie, che a me però paiono poco approfondite e
sfilacciate. Il tutto è alternato alle musiche dal vivo eseguite da un trio
composto da
Roberto Boarini al violoncello,
Gianluca Casadei alla
fisarmonica e
Matteo D'Agostino alla chitarra. Niente male i loro
accompagnamenti quasi "gaberiani" che ben si calibrano con la
prosopopea del nostro.
Oltre due ore di spettacolo ed alla fine un fiume di
applausi, meritati si, ma "inconcludenti" come la messinscena scarna
e povera. Sembra quasi di assistere ad un rito collettivo da domenica
pomeriggio per gente "impegnata", che poi in fondo ha altro a cui
pensare.Insomma poca forma, molta carne al fuoco, ma manca l'ingrediente
principale, l'amalgama. Il talento a volte non basta, se manca una
sceneggiatura, ovvero un copione credibile e non raffazzonato ed a volte un po'
sterile . A maggior ragione quando ci sono esempi di teatro italiano molto più
illuminanti come quello di
Ulderico Pesce ad esempio, che uniscono con
semplicità la protesta con un'impatto scenico si scarno, ma più aggressivo ed
efficace. Insomma meno "appunti" e più storie.
Siamo riusciti a "smontare" un piccolo mito? Non
saprei, ma ci abbiamo provato lo stesso...
[Maurizio Inchingoli]