Letture di Sabrina Foschini e Domenico Brancale.
Bologna
Teatro San Leonardo
22 maggio 2008
"Non sarò mai al sicuro dentro la parola".
E' una esperienza al limite dell'indescrivibile quella di
una performance di Domenico Brancale.
Davvero, è quasi doloroso rimanere impassibili di fronte
alla sua "paura" di uscire dalle parole. Sembra che queste si
impossessino di lui e lo obbligano a fare da tramite tra il suo corpo e noi
spettatori, pronti a farci subissare da queste liriche animalesche, terminali,
che scavano un solco profondissimo nelle nostre povere anime. Come
un'agricoltore con la vanga che dissoda il terreno per fare uscire fuori la
parte umida, viva della terra. Il respiro e l'alito, il profondo e
l'inconscio.In poco più di venti minuti il poeta lucano ci guida leggendo a
memoria, in una forma di dialetto "in-sostenibile" ed affascinante,
le sue liriche terrigne e necessarie. Alza lo sguardo verso il nulla, a volte
invece cerca il nostro di sguardo, con una faccia ed un ghigno da spiritato
demonio che non riesce a trattenere queste lame taglienti, colpi di mitra ,
pietre e massi lanciati al nulla, forse. Ad un certo punto il suono della voce
piega le parole, le deforma, le rende afone, un rantolo composto solo da
consonanti impazzite trasfigura il corpo-strumento di Brancale, se ne
impossessa, cade in trance; amplifica la voce, grida, sbraita la dolce amarezza
di un'anima in pena. Scende a patti con la materialità della vita, il sangue,
le corde ("a zoche c'affoche"), il tempo, la morte. E'
un attimo infinito di delirio incontrollato, le note sono distorte e vanno a
farsi benedire, in un musicale maelstrom profondissimo, sempre più giù, negli
abissi delle nostre anime. Il corpo mistico di Domenico Brancale questa sera è
sprofondato, sfondato, distrutto, cancellato, tremolante. Perduto.
Nel buio del piccolo Teatro San Leonardo, all'interno della rassegna di Arte, Danza e
Neuroscienze intitolata "The sense
of body", dove pochi fortunati assistono a quest'unica ed
irripetibile esibizione, ci accorgiamo che la poesia è stata ammazzata,
stravolta, violentata quasi. Urge quindi rianimarla, ridarle un senso terreno,
un motivo di esistere, farne ri-circolare il sangue all'interno. Un vampiro ne
ha succhiato il nettare, e lo ha trasfuso alle nostre membra. Con un odore
sulfureo e dolce allo stesso tempo.
"Uno come me pensa di andare oltre, uno come me è
già morto". Da "L'Ossario
del Sole".
Prima di lui le poesie in s-oggettiva della bolognese Sabrina Foschini, abile performer
dalla parola suadente, che letteralmente mangia le proprie liriche, e ci rende
partecipi di questo banchetto a base di lettere ritmate, sessuali, come frutti
del peccato. Dolci e candite. Con annessa lettura di stralci da
"mistiche" come Teresa
d'Avila, e da Cristina Campo,
poetessa bolognese, di cui Brancale ha curato una pubblicazione postuma.Ma il
bello è già avvenuto. La tempesta è passata, il ciclone ci ha spazzati via.
Rimangono solo le macerie della nostra esistenza. Le fondamenta di uno scenario
post-atomico da cui ripartire più determinati di prima verso una ricostruzione;
l'obiettivo e il traguardo finale. Una salvezza assurda, liberatoria, inutile
forse, ma benefica, consolatoria. Le nostre povere ossa umide, esposte al sole,
ad essiccare come frutti della terra prima di essere riposte, tumulate,
lasciate ai posteri. A futura memoria."Sono apparso alla Madonna",
diceva beffardo Carmelo Bene.
Brancale dal canto suo l'ha cacciata, perchè le ha chiesto la ragione per la
quale soffriamo, e questa gli ha risposto che non c'era un motivo. Dobbiamo
accettare questo fato, il destino. Egli non si arrende a tutto ciò, e cerca una
risposta nell'utopia, nel puro rinvenire della parola.
Perchè si vive?
[Maurizio Inchingoli]
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