Nella piccola sala
Interaction dell'Arena del Sole
parte sibillina una voce: è quella metallica di un collaboratore di giustizia
che ricorda un episodio...
Una scarna messinscena dal taglio espressionistico
fà da coreografia alle storie raccolte dal figlio di
Giuseppe Fava, Claudio, che ci mette al corrente della tragedia
appena vissuta: la morte di suo padre, cronista de "Il Giornale del Sud" e fondatore de "I Siciliani", ammazzato
dalla Mafia a Catania nel 1984.L'opera teatrale si ispira all'omonima piece di Peter Weiss e si sviluppa attraverso
le deposizioni dei testimoni del processo: avvocati, giornalisti, mafiosi,
magistrati e personaggi "grotteschi" della Catania degli anni 80.
Tutti interpretati dal talentuoso
Claudio
Gioè, già attore affermato ne "La Meglio Gioventù" di
Marco Tullio
Giordana, e nella discussa fiction tv "Il
Capo dei Capi" nei panni di Totò Riina. Con lui la bravissima e
discreta
Donatella Finocchiaro,
languida attrice in "Angela"
di
Roberta Torre, e in "Perduto
Amor" di
Franco Battiato, nelle vesti degli altri personaggi che
gravitano attorno a questa opera, così disadorna ed efficace. Nel giro di appena
un'ora si dipanano le deposizioni più o meno veritiere ed ipocrite dei vari
imputati, chiamati a testimoniare su una figura scomoda come quella di Fava.
Intellettuale dei più sopraffini, autore di opere teatrali e di sceneggiature
per il cinema (ricordiamo quella per
"Palermo or Wolfsburg"
del regista tedesco
Walter Schroeter, vincitore dell'Orso d'Oro al Festival di Berlino nel 1980 ).
Al centro del palco Claudio Gioè inscena con fare discreto
ed istrionico i vari personaggi; c'è in lui una partecipazione che si avverte
molto forte. Infatti la resa drammatica delle sue "deposizioni" fa
venire quasi la pelle d'oca, in particolare quella iniziale del collaboratore
di giustizia Maurizio Avola ; a tutto ciò si aggiunga
l'espressività quasi commossa e sensibile della Finocchiaro, che partecipa con
enfasi agli atti del processo. Questa storia forse sepolta dal tempo viene
invece riattualizzata dal talento di questi due attori isolani che
evidentemente hanno molto a cuore le sorti della loro disastrata e stupenda
regione. La regia di
Ninni Bruschetta
poi non deve sforzarsi tanto per risultare diretta ed anche per certi versi
alleggerita dagli attori e dalle musiche enfatiche dei
Dounia, quartetto catanese che raccoglie al suo interno ex-membri
dei
Kunsertu e si affida alla
voce delicata ed espressiva del palestinese
Faisal Taher. Questi musicisti contrappuntano le fasi del processo
con musiche acustiche dal sapore cinematico, grazie all'uso di contrabbasso,
chitarra e percussioni. Alla fine un lungo e meritato applauso invade la
piccola sala, e risulta incredibile poi che siano passati 24 anni dalla morte
di Fava e che il processo si sia concluso solo lo scorso anno.
Avevamo dimenticato questo episodio tragico, forse
seppellito per sempre dalla poca attitudine delle istituzioni a ricordare
personaggi non allineati ed "obliqui" come Giuseppe Fava,
evidentemente troppo scomodi ed inafferrabili. Poco addomesticabili, come
pensavano forse i suoi editori e i politici dell'epoca. Anche se bisogna
ammettere che le cose non sono cambiate poi molto da allora. Forse si uccidono
meno giornalisti ma si agisce alla radice della loro mentalità, tagliando le
gambe ai giovani talenti e tenendoli al soldo di editori senza scrupoli, capaci
di ottenebrare le loro menti con sostanziose quantità di denaro. Un esempio per
tutti : purtroppo c'è gente che crede ancora che il TG5 sia un telegiornale "imparziale" e che si fa
paladino della lotta alla Mafia. Povera, diffusa, ingenuità... Allora opere
teatrali piccole ed oneste come questa servono a tenere alta l'attenzione, ed a
vigilare sulla presunta onestà di certi media e sulla presunta "buona fede
" di certi "bravi ed integerrimi" giornalisti. "La
Mafia è nella politica" diceva Giuseppe Fava. E guarda
caso la tv ama cosi tanto occuparsi di politica... Rischiare la vita, anche a
costo della morte; nobile e coraggiosa attitudine. Sempre più rara,
purtroppo...
"Gli
individui che vivono su un piano esteriore sono salvi in partenza; ma che cosa
hanno da salvare, se non conoscono il minimo
rischio?"
Emil M. Cioran , "Al
culmine della disperazione" Ed. Adelphi.
[Maurizio Inchingoli]