Sembra rimandare all'esecuzione perfetta di questo dettato di
memoria artaudiana
Questo buio feroce, l'ultima creazione di
Pippo Delbono, maestro indiscusso del teatro contemporaneo. Nasce per
caso l'idea di questo spettacolo, dalla scoperta di un piccolo,
vecchio testo sul percorso di un malato di Aids verso la morte, e per
l'ennesima volta vede il regista ligure impegnato a portare in
scena la propria esperienza di vita, frammenti di un passato di amori
sbagliati e siringhe infette. E così la morte, il terrore
della morte, ma soprattutto un senso altro della morte, intesa come
coscienza lucida del vivere, sono al centro di questo incastro, poco
e molto logico assieme, di frammenti, struttura memore del teatro di
Pina Bausch col quale Delbono si è in parte formato.
Sconosciuti
si incontrano nella asettica sala d'aspetto di un ospedale; la
scarpetta di cristallo entra al piede della meno bella delle
aspiranti Cenerentola; una snob americana ricorda in modo
involontariamente comico, quindi tragico, la propria famiglia; un
uomo nudo e tragicamente sottopeso si perde, cantando
My way, in
una enorme poltrona da salotto borghese; sacchetti ricolmi di sangue
sono calati giù sul palco come fosse un reparto di
rianimazione: è attraverso queste immagini che si dà la
poetica e lacerante riflessione su
questo buio feroce che è
la morte.
A dare vita a questo mondo, ancora una volta gli attori
storici della compagnia di Delbono, da
Pepe Robledo a quelli che
hanno fatto gridare al
teatro della diversità: da
Bobò,
settantenne microcefalo, analfabeta e sordomuto, a
Nelson, un tempo
senzatetto di casa nei pressi della stazione di Napoli. Da non
dimenticare naturalmente la presenza di Delbono stesso, protagonista
qui di una struggente danza, racconto di un mondo di corpi lontano
dalle realtà cosmetizzate e perfette del balletto classico,
tra i momenti più intensi dello spettacolo.
Questo buio
feroce diventa così l'ulteriore edizione di un manifesto
di un teatro dove sempre più spesso si muovono in scena
disabili e down, ma la parola "diversamente abile" conserva solo
il cattivo odore del politicamente corretto.
Come
nei
Racconti di giugno, le ossessioni ricorrenti e le
esperienze capitali della vita del regista invadenti occupano ogni
spazio disponibile. Impossibile non ascoltare il lacerante richiamo
della vita che si libera, non affatto paradossalmente, da questo
racconto sulla sofferenza.
[Flavia Cardone]