Pinback PDF Stampa E-mail
Scritto da Maurizio Inchingoli   
Lunedì 06 Febbraio 2012 11:39
Locomotiv, Bologna, 18 novembre 2011

Fa tanto freddo, ed è un sollievo entrare in un Locomotiv caldo e non troppo affollato , pronti per ascoltare gli americani Pinback.

A sorpresa però ci imbattiamo nel set d'apertura inscenato da un misterioso personaggio: tale Jp Inc. Chi è costui? Viene da chiederci subito. La risposta è che non lo sappiamo, ma sta tutta nella sua folle performance in veloce speech che prevede solo brevissime pause tra un pezzo e l'altro ─ No Prob Limo è un surreale calembour-peana dedicato alle lussuose auto di rappresentanza che fa ridere alquanto. In buona sostanza si tratta di siparietti para-pubblicitari, musicati alla bell'e meglio, degni dei Ween che parodiano l'hair metal scontrandosi con Bill Hicks; ma fate conto che i primi ad un tratto si fanno trascinare dalla febbrile ecolalia senza respiro del defunto comico yankee, mescolandola ad umori da Troma film con musiche degne del James Ferraro di On Air, e la ricetta è servita.

Dopo questo spiazzante intermezzo, giusto il tempo di un veloce sound-check, ecco apparire il duo californiano accompagnato da un silenzioso drummer.

Attaccano con il loro onesto rock mediamente indie e dalle trame core ma non troppo, facendo andare in visibilio un discreto numero di aficionados, pronti a cantare a squarciagola i loro piccoli classici, ma a noi viene il sospetto, più che fondato dalle evidenti pose che, fatta salva una seppur buona ispirazione, ci possono solo ricordare tanto i Built To Spill orfani di Neil Young, o anche i Pavement meno eccentrici e più anonimi, fate voi. Le cose girano meglio quando le ritmiche si fanno più sbilenche, vedi l'ottima From Nothing To Nowhere, ed il tutto assume un tono più alieno ─ da menzionare a questo proposito le immagini che scorrono dietro il trio dove riconosciamo, tra le altre, anche quelle del pauperistico Dark Star di John Carpenter ─, fino alle classiche Good To Sea e il synth rock della furbetta Fortress, anthemica quanto basta per ricreare quell'effetto empatia col pubblico che ci si aspettava. Questo non a caso recepisce, ed accoglie tra le proprie braccia il barbuto Rob Crow ─ che somiglia tanto al film-maker Kevin Smith, quello di Clerks ─ che si dimena col microfono scendendo dal palco, e la cerimonia può dirsi completa.

A conti fatti un'esibizione comunque piacevole di un gruppo dal buon pedigree artistico, che tuttavia difetta di personalità secondo noi, ma che colma questa mancanza con un buon fare professionale, e non è mai poco di questi tempi.