Interviste
Felice e Massimo Lovisco | Felice e Massimo Lovisco |
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| Scritto da Barbara Improta | |
| lunedì 22 ottobre 2007 | |
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E della grande passione per l'arte che accomuna i due, padre e figlio.
Di qui sono passati tutti gli artisti che hanno fatto la storia
dell'arte lucana, mi racconta Felice con la sua vena affabulatoria che
incanta quanto i suoi grandi quadri-favole mentre Massimo, schivo e
riservato, non si stacca mai dalla sua macchina fotografica, più che
uno strumento meccanico un prolungamento del suo essere.
Sei nato nel 1950, era un momento cruciale della cultura lucana che usciva da una situazione se non di sterilità certo di dipendenza da modelli esterni alla regione, primo fra tutti quello della ‘Scuola napoletana' e che finalmente ha sentito l'esigenza di esprimere una propria identità culturale ed artistica. Qual'era la situazione culturale in Basilicata negli anni Settanta, quando hai iniziato la tua carriera artistica? F. L. : A metà degli anni sessanta incominciano a sorgere i primi movimenti aggregativi di artisti e aprono le prime gallerie d'arte a Potenza, come la galleria Spazio, La Colonnina, Settanta. Con l'apertura della Scuola professionale per ceramisti a Melfi e poi dell'Istituto d'Arte a Potenza e c'è una maggiore circolazione di idee e l'inizio di una formazione ‘professionale' nel campo artistico e nella scuola superiore. La scuola professionale di ceramisti iniziava a Melfi per concludere il suo ciclo a Calitri, c'era per gli alunni la possibilità di uscire dal ristretto ambito regionale e vedere altre realtà per poi riportare in patria le novità. Prima degli anni Settanta c'era solo una pittura post-leviana o ancora attardata sul paesaggismo napoletano, a parte poche punte avanzate come Ninì Ranaldi, un pittore che faceva invece un figurativo informale cui io mi accostai quando giovanissimo, a metà degli anni Sessanta, iniziai la mia carriera artistica. Gli artisti lucani, dal dopoguerra in poi, hanno scelto di esprimersi con un linguaggio neo-realista o neo-figurativo con forti accenti espressionistici. Nella tua pittura è evidente piuttosto l'assimilazione meditata dei linguaggi delle avanguardie, dal cubismo all'espressionismo al surrealismo fino al post-moderno. Quali sono stati i tuoi ‘maestri', i tuoi riferimenti iconografici principali? F. L. : I miei maestri sono i ‘classici', da Giotto a Masaccio, da Michelangelo a Picasso, i grandi innovatori dell'arte insomma. E poi Chagall, Bacon, il Guttuso degli anni Cinquanta, il neoclassicismo di Martini e Sironi. Dei miei contemporanei ammiro Chia e Paladino per il senso del mito e del racconto popolare in chiave moderna. Sono cresciuto nel clima della transavanguardia e ne condivido il senso di fare ricerca e sperimentazione partendo dall'insegnamento dei classici. L'accostamento aggressivo, e spregiudicato direi, dei colori primari e il forte senso plastico delle figure, che ti ha fatto definire da Dario Micacchi come un ‘costruttore di forme', danno alle tue figurazioni un senso di favola popolare, raccontata a tinte forti. Guardando i tuoi quadri ho sempre pensato ai racconti di mia nonna, pieni di spiriti del bosco e di fantasmi ma anche di una concretezza tutta contadina. La memoria storica, il paese, il mondo contadino e i suoi simboli, la storia della tua terra in che maniera hanno inciso sulla tua arte? F. L. : Sono le mie radici, tagliare le radici è impossibile. Le mie origini contadine, l'infanzia e l'adolescenza vissute tra le strade del mio paese, a contatto con la natura e la storia della mia terra e della mia gente sono la mia prima formazione alla vita e all'arte. Io non ho dovuto imitare un cliché Un contrasto affascinante che ritrovo nelle tue opere è quello tra mito e religione. I simboli religiosi e quelli pagani, minotauri e madonne, fauni e cristi, convivono spesso nei tuoi quadri in un sincretismo mirabile di ‘cattolicesimo pagano' tipico della cultura meridionale. Qual è la tua idea del mito classico e della religione? F. L. :La religione è sempre esistita, nel senso che il senso del sacro è sempre lo stesso che lo chiami paganesimo o cristianesimo. Noi abbiamo preso i simboli pagani per rappresentare simboli cristiani, una cultura è passata nell'altra quasi naturalmente, specialmente qui nel sud. Prendi gli ex-voto antichissimi che vediamo nei nostri musei di Potenza o di Melfi, le manine, i piedi di terracotta donati alle dee della fertilità per ingraziarsi la buona sorte o per grazia ricevuta, sono gli stessi che vedi affollare i nostri santuari arroccati sui monti lucani. Mi hanno sempre impressionato e li ho riportati spesso nella mia pittura. Il mito ha un fascino incredibile su di me, le mie figure sono greche e lucane come sono greche e lucane le figure del vasi magno-greci del museo di Metaponto e del Melfese. Non bisogna rincorrere la modernità a tutti i costi e perdere le proprie origini. Io sono me stesso quando creo, un artista moderno dal passato antichissimo e pieno di fascino misterioso e potente. Per certi versi mi sembri un artista antico, che esprime con un ‘fare grande', quasi da affreschista, la potenza della natura e l'eterna tragedia dell'uomo che vi è immerso. Sei però anche un grande sperimentatore, sempre alla ricerca di nuovi mezzi d'espressione e di nuove tecniche. Parlaci delle evoluzioni della tua arte in questi ultimi anni. F. L. :Io non vedo evoluzione in me, maturo, ‘invecchio' e quindi cambio e con me cambia la mia arte che è sempre espressione del mio essere, sempre diverso e sempre uguale. E' come guardarsi allo specchio tutti i giorni, non ti accorgi dei tuoi cambiamenti ma i cambiamenti ci sono, l'artista li fiuta nell'aria, li raccoglie e li trasfigura nell'arte. A volte mi trovo a fare delle cose ‘nuove' poi vedo che c'è qualche altro artista che le fa anche lui, è perché abbiamo colto una tendenza, devi solo essere attento ad annusarle! Però hai ragione, mi piace sperimentare, fare cose nuove, non fossilizzarmi, è nel mio carattere. Oltre ad essere un artista sei sempre stato un promotore e organizzatore culturale molto attivo. Nel ‘75, insieme ad altri artisti lucani, hai fondato il centro d'arte Co.S.P.I.M. e negli Ottanta il collettivo Arti Visive Quinta Generazione e anche una rivista d'arte contemporanea, Perimetro, pubblicazione trimestrale di grande eleganza grafica e acume intellettuale. Sei sempre stato convinto della necessità di formare gruppi per combattere l'isolamento culturale della nostra regione e l'ottusa latitanza delle istituzioni in questo settore. Raccontaci di queste esperienze che sono una parte importante della storia artistica della Basilicata e del perchè del loro fallimento. F. L. :Già negli anni Sessanta noi giovani artisti lucani sentivamo l'esigenza di aggregarci, di ‘fare gruppo'. Io, Pasquale Ciliento, Donato Santoro esponevamo insieme a Melfi allora, spesso con la collaborazione di Raffaele Nigro che scriveva i testi. Poi, nel '75 mi unii ad un altro gruppo di artisti potentini, Ninì Ranaldi, Gerardo Cosenza, Gerardo Corrado e fondammo il Co.S.P.I.M. Era un fatto storico, era la prima volta che a Potenza degli artisti si unissero per realizzare qualcosa insieme e M. L. :Secondo me no, anzi la trovo peggiorata. Negli anni '80 c'era una grande consapevolezza da parte degli artisti sull'importanza di collegarsi ad un circuito nazionale per non rimanere isolati, c'era una volontà di ‘storicizzare' la loro azione nel mondo dell'arte, di far sentire la propria voce. Guardando le opere tue e quelle di tuo padre esposte nella stessa mostra, non si può non constatare quanto siete diversi. Lui pittore e scultore, tu fotografo; lui istintivo e pulsionale, tu meditativo e stilisticamente controllato; lui aggressivo tu malinconico. Vi accomuna però il senso del colore trasfigurato, espressivo (gli stessi blu, gli stessi rossi che esplodono inaspettati) e un certo piglio ironico che rende meno bollente l'arte di Felice e meno eterea quella tua, Massimo. Cosa pensi di aver imparato da tuo padre? Cosa pensi che vi accomuni e cosa vi divide? M. L. :Da lui ho imparato senz'altro una propensione a guardare le cose in modo diverso, profondo, onirico. Ad accomunarci è sicuramente l'amore per l'arte come ideale, un amore puro e disinteressato. Sicuramente lui ha una versatilità manuale, un'abilità tattile che io non ho. Io parto dal momento ideativo dell'opera. Pensavo al paesaggio e all'uomo in esso immerso. E' un tema centrale per entrambi ma è come se tu Massimo fossi un impressionista, a tratti un simbolista, e Felice un espressionista. Qual è la tua idea di ‘natura'? E come, invece, vedi il paesaggio urbano? M. L. :Quando fotografo un paesaggio naturale o urbano non faccio alcuna differenza, per me sono paesaggi interiori, come quelli della serie Ubik (esposti in mostra). Trovo che certe situazioni, certi posti in un determinato momento corrispondano a miei stati d'animo, il paesaggio è solo un espediente per comunicare le mie emozioni. La situazione della fotografia in Basilicata è un po' diversa da quella della pittura, forse perché è un'arte più recente, forse per il passaggio di grandi fotografi come Cartier Bresson o Cesare Zavattini, forse grazie all'esempio di Mario Cresci che ha svolto un lavoro di revisione critica dell'immagine nostalgica e populista della regione. Sicuramente la fotografia si è svincolata prima dal cliché contadino di cui la pittura per certi versi è ancora intrisa rivolgendosi ad una rappresentazione della realtà libera da pregiudizi. E' evidente in te, fotografo dell'ultima generazione, un totale affrancamento dai temi contadini o di critica sociale e un più accentuato interesse per l'analisi acuta e sottile dell'individuo, per lo scavo psicologico. Mi riferisco soprattutto ai tuoi straordinari ritratti di musicisti di cui riesci sempre a cogliere un lampo malinconico, un pensiero intimo, un senso dell'effimero. Cosa t'interessa carpire di una persona che ritrai? Qual è il tuo approccio al personaggio? M. L. :Soprattutto nelle fotografie dei musicisti può sembrare strano ma si tratta di ritratti ‘rubati'. Io amo molto la musica, per me il ritratto di un idolo rock ha un valore feticistico. La mia è quasi una ‘caccia fotografica',voglio portare a casa un simbolo, voglio prendere di quel personaggio il suo lato più iconico, a-temporale, eterno, il più vicino possibile all'ideale che io in lui vedo. Un po' come faceva Warhol con la sua Marylin, alla fine rendo quel personaggio da me accessibile, da me avvicinabile. Essendo molto timido faccio della macchina fotografica la mia arma sociale. Sei un affermato fotografo di concerti, inviato del noto mensile d'informazione musicale Blow up. Anche in queste fotografie hai uno sguardo da ‘ammiratore' che trasfigura i musicisti in idoli e fa rivivere tutta la magia e l'elettricità che emana da un palco durante un concerto. Che rapporto hai con la musica e quanto conta nella tua formazione di fotografo? M. L. :Conta molto perché io nasco musicista. Quando ero ragazzino ascoltavo i Depeche Mode e ciò che mi ha spinto a fare fotografie è stato l'aver trovato delle immagini dei miei idoli (erano le foto di Anton Corbijn) che riuscivamo a trasmettermi le stesse emozioni della musica quindi ho capito che la fotografia, l'arte potevano avere la stessa forte energia emozionale della musica. Un altro tema fondamentale della tua fotografia è il movimento e il senso della ‘durata'. Penso ai tuoi paesaggi ‘dilatati' e ai tuoi fotodinamismi. Questi ultimi sono dei consapevoli omaggi al futurismo, a Bragaglia ma vi avverto una sottile malinconia, un senso del tempo che fugge e che nemmeno la fotografia può fermare del tutto, riducendo le figure a ombre colorate, incerte nello spazio. Qual è la tua concezione del tempo e dello spazio? M. L. :Il tempo è il mio più grande cruccio, per me il grande quesito esistenziale con cui tutti dobbiamo confrontarci. La fotografia, più del cinema, ha in sé connaturata la filosofia del tempo. A A proposito dello spazio, m'incuriosisce molto il tuo ultimo progetto, Ubik. In mostra ci sono questi splendidi paesaggi di un ‘altrove' indefinibile e misterioso che tu vuoi esporre nei posti più remoti del pianeta. Ce ne parli? M. L. :Ubik è nato con l'idea di portare l'arte contemporanea nei posti dove nessun altro penserebbe di poterla trovare. E' un tentativo di democraticizzare l'arte, significativo in questi tempi in cui la globalizzazione ha fatto sì che i centri d'arte si siano sempre più centralizzati ed in cui un artista deve esporre a New York per essere tale. Invece l'arte è un linguaggio universale e come tale universalmente comprensibile e fruibile. Riaffiora il ruolo sociale dell'arte come elemento di sviluppo e arricchimento indispensabile in società civile, la stessa idea di tuo padre. Vorrei concludere chiedendo a entrambi cosa vi piace e cosa no dell'arte dell'altro. F. L. : Quello che mi piace di Massimo è lo slancio ideale, la profondità di riflessione, la serietà e l'onestà del suo lavoro, ogni cosa che fa è a lungo meditata. A volte alcune sue tematiche sono estranee alla mia sensibilità. M. L. : L'arte di mio padre non riesco a giudicarla obiettivamente perché è come se facesse parte della ‘mia' personale storia dell'arte, perché ne sono intriso da quando sono nato ed è stato fondamentale nella mia crescita estetica. Ricordo che lo cercavo sui libri d'arte, mio padre insieme ai grandi. Grazie. [Barbara Improta] L'intervista è estratta dal catalogo della mostra "Lovisco al quadrato" a cura di Cataldo Colella. |
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