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ACQUA IN TESTA 2006 PDF Stampa E-mail
Scritto da Pietro Sacco   
mercoledì 13 settembre 2006
ADF SOUNDSYSTEM e THOMAS BRINKMANN+TBA
Bari, 1 sett. 2006

Che non sarebbe stata la serata che c'eravamo immaginati, lo capiamo subito io e i miei compagni d'avventura giunti in quel di Bari per la seconda serata de "L'acqua in Testa Eastpak Music Festival"...
Dopo l’ottima esibizione audiovisiva dei tedeschi Rechenzentrum (un sofisticato crescendo minimal techno, scandito da un sapiente lavoro alle immagini), il presentatore annuncia che a chiudere il programma serale non saranno i Mouse on Mars, che mai ho avuto il piacere di apprezzare dal vivo, ma Thomas Brinkmann & TBA, che invece ebbi già modo di vedere lo scorso anno a San Martino Valle Caudina (AV), per il festival di “Interferenze”. La performance del “Topo su Marte”, progetto tra i più interessanti dell’avanguardia elettronica, è spostata al giorno seguente. Le sorprese non finiscono qui: non ci sono neppure gli Asian Dub Foundation, come annunciato nel programma del festival, ma il “Sound System” della band londinese. Per carità, l’ADF Sound System è sempre un bel sentire, ma per chi come me non ha avuto ancora la fortuna di assistere ad un concerto degli Asian Dub Foundation, è stato un po’ deludente veder salire sul palco un dj con le cuffie al posto della band con gli strumenti!
In ogni caso, il dj con le cuffie è Pandit G, uno dei fondatori degli ADF, accompagnato da tre voci entrate negli ultimi anni a far parte del gruppo angloasiatico: gli MCs Spex e Lord Kimo, grinta da vendere e precisione da metronomi, e Ghetto Priest, membro della famiglia On-U Sound dotato di un fantastico strumento vocale.
Il dubbing rap trascinante di Spex e Lord, appena addolcito dal tocco melodico di Priest, e i numeri in consolle di Pandit G compongono un set devastante e potentissimo che fa rimpiangere il muro di basso di Dr. Das e la chitarra camaleontica e graffiante di Chandrasonic, solo quando vengono eseguiti brani originali degli ADF. Da brividi, comunque, l’introduzione di “Round Up”, affidata alla voce evocativa di Ghetto Priest.
Impeto rock e influenze etniche orientali confermano la vocazione a contaminare i suoni, tipica della band d’oltremanica, con il pulsare martellante e frenetico drum’n’bass che, ora si alterna a misurati passaggi reggae, ora si mescola e si sovrappone a suggestive strutture dub. Classici del reggae riproposti in chiave drum’n’bass e il remix di “Clandestino” di Manu Chao, con il tema del pezzo squarciato da improvvise sfuriate jungle, vengono particolarmente apprezzati dal numeroso pubblico presente. L’acustica è buona: l’impianto non è molto potente, ma i bassi suonano che è una meraviglia. Ghetto, bandana rossa e cappello a tese bianco in testa, sembra uno sciamano quando, solo sul palco, intona la suggestiva “Masters of deception”.
Dopo due ore di performance tiratissima, eteree atmosfere dub fanno da trampolino di lancio per i fuochi d’artificio finali.

Spazzata via la delusione iniziale dalla travolgente tempesta ragga-jungle dell’ADF Sound System, ci affidiamo per la decompressione alla deep minimal techno di Thomas Brinkmann e Natalie Beridze, in arte TBA: suoni morbidi, profondi, ipnotici con i bassi a penetrare fin dentro le ossa e gli alti a lanciare misteriosi messaggi subliminali. Di sicuro una delle più alte forme di psichedelia moderna. Dj-set molto elegante e sofisticato, anche se l’apporto di TBA è praticamente pari a zero per problemi tecnici che la talentuosa artista georgiana tenta invano di risolvere. Proposta anche una interessante versione minimal-glitch di “Harlem” dei Suicide.

[Pietro Sacco]

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