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CESARE BASILE PDF Stampa E-mail
Scritto da Davide Morena   
martedì 15 agosto 2006
Firenze
11 agosto 2006

Basterebbero le coordinate spazio-temporali a raccontare l'atmosfera di una sera su un mondo disabitato e fiacco oltre il descrivibile, ma se non bastasse c'è l'ennesimo temporale pomeridiano e una distorsione muscolare toracica interna che rende ogni mio movimento un gesto titanico.
Mi tiene in piedi la più amabile compagnia, e l'inattesa conferma del concerto di Cesare Basile al parco dell'Albereta, meglio noto per il ristorante multietnico e il maxischermo in fase mondiale. Un'occhiata al palco basta a svelare che non ci sarà band ad accompagnare il bravo musicista catanese, che si esibirà invece in uno one-man-show voce-chitarra-armonica. Davanti al palco poche sedie di colori diversi, anche queste forse a scopo multietnico, e un paio di signore di mezz'età che già alle 21.00 cominciano a chiedere "ma quand'è che principia?", non immaginando che il buon Cesare è tutt'altro che puntuale e che difficilmente si avvicina al palco prima del quinto-sesto whisky. Chi lo sa è tranquillamente immerso in un felafel e una mussaka, tra pinte di birra autoctona.
Finalmente si inizia e sono già le 23.15. Delle signore è già stata denunciata la scomparsa alla polizia, ma loro resistono, vogliono sentire questo giovane (?) e ispirato autore che dicono abbia persino scritto le canzoni dell'ultimo long playing di Nada, la livornese mezza grulla. Non si aspettano forse le signore una trafila di canzoni che cantano cose turpi e scabrose, stati d'animo che nessuno si augura e che se capitano ci si guarda bene dal rendere noti.
Vengono dagli ormai cinque album di Basile, ex Quartered Shadows, in ordine sparso: "Di schianto", da Closet Meraviglia, più di qualcuno dal bellissimo Gran Cavalera Elettrica, fino a "Dal cranio" dal fresco fresco Hellequin Song. Attraversano oltre dieci anni di songwriting in continuo crescendo di un autore cupo e devastato, che in sede di sbronza (e parlo per esperienza personale) è assai più allegro di quanto non traspaia dalla sua musica. Di sicuro si ride poco al suo concerto dell'11 agosto a Firenze tra le pozzanghere del dopo-acquazzone e la distorsione muscolare a continuo contatto con lo schienale della sedia. Eppure nella desolazione cittadina il piccolo gruppetto davanti al palco (una trentina di persone) ha lo status di una folla e non molla, canta le canzoni con Cesare che rivolge loro addirittura alcune parole, lui che è imploso nel suo mondo di puttane giù al porto, di sbandate in macchina in notti piovose, di emozioni inespresse e inesprimibili. Lui che ha trovato in Robert Fischer un perfetto compagno di Prozac e con lui ha dato vita al sublime progetto Willard Grant Conspiracy, e che Dio voglia non incontri mai Scott Walker, ché insieme i due potrebbero generare un buco nero di paranoia che li risucchierebbe.
Le prime a cedere sono le signore, che per aver resistito fino a mezzanotte si aggiudicano comunque il rispetto dei veri rockers; poi cedo io, meschinamente, battuto da un mal di schiena che un vero rocker non dovrebbe mai confessare; Cesare invece tira avanti, con le sue canzoni intime e profonde, su una ripa monotona ma segnata di poesia. Persino la mia amata compagnia mi confessa, mentre mi porta a braccia verso la macchina, "bella quella canzone d'amore di lei che sta tutta dentro a un palmo di mano". Ciao Cesare, ci rivediamo ad ottobre con Willard Grant, se Voltaren me lo permette.

[Davide Morena]

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