Live report
DEPECHE MODE | DEPECHE MODE |
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| Scritto da Luigi Catalani | |
| domenica 30 luglio 2006 | |
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Poi tocca ai
Franz Ferdinand: 40 minuti intensi e convincenti, ma penalizzati da un
audio che fa disperdere il loro suono nel grande catino sul quale le
ombre si fanno sempre più lunghe.
Gli scozzesi sono giovani e hanno
solo due dischi all'attivo ma dimostrano già una padronanza del palco
notevole e distillano le loro hits con disinvoltura e decisione. Poi si
fa notte. In tutti i sensi. Lo stadio si riempie in tutti i suoi posti
disponibili (nell'occasione circa 50.000 ad occhio e croce),
l'attesa sale, i più fortunati e perseveranti conquistano (dopo
un'inspiegabile attesa lunga più di due ore) gli agognati posti ai
bordi del palco e della passerella. Il palco ha riverberi d'argento:
tre ciambelloni metallici, come dischi volanti con tanto di lucine
incorporate, nascondono i sintetizzatori, le tastiere e il piano. Sulla
sinistra una mirror ball metallica che sprigionerà meno effetti
speciali del previsto, limitandosi a far scorrere parole e brevi
messaggi. Sullo sfondo un grande telo con la figura piumata che
campeggia sulla copertina dell'ultimo disco, l'ennesima meraviglia di Anton Corbijn. Poco dopo disvelerà sei schermi
rettangolari e mobili che inclinandosi in varie combinazioni creeranno
fondali originali e suggestivi, di grande impatto. Ai lati del palco
due schermi per proiettare le immagini live ai lontani spettatori
delle tribune, cui sono stati riservati amplificatori supplementari che
si calano giù dalla copertura dell'impianto. Una poderosa selezione di
musica elettronica introduce i tre Depeche Mode e i due musicisti che li
accompagnano alle tastiere e alla batteria.
Lo squarcio assordante di "A Pain That I'm Used To", i battiti potenti e marziali, la voce elegante e suadente. Il rito ha inizio. Gahan è un gentleman che ha ancora voglia e ha ancora voce. Si muove lungo il palco, a testa alta e petto in fuori, fiero e convincente. La voce è precisa. Inconfondibile. Martin Gore, cigno nero occhi di cera, è il suo alter ego: la scrittura e la melodia, le lacrime e le emozioni. Intimo e celestiale. Quando imbraccia la chitarra e resta solo sul palco, ti sembra di stare nella tua cameretta e lui è lì a cantare i tuoi sogni. Ed è tutto vero. Andrew Fletcher è un treno nella neve. Scudisciate synth e voglia di trafiggerti, di scuotere lo stadio dalle fondamenta. Il battito technoide di un cuore new wave. E le braccia al cielo. Le tastiere e la batteria ci sono eccome: sono cinque veri. E poi via con la roulette delle hits. La faranno? Non la faranno? Alla fine nessuna vera sorpresa e una scaletta rigida e programmata come una batteria elettronica: 19 colpi e via. E la bava alla bocca e i rimpianti d'ordinanza e la delusione per ognuno degli altri 20 pezzi che sono nel juke-box degli ultimi vent'anni e che non trovano spazio stasera (il mio cruccio personale? "The Sinner In Me"). Costretti ad accontentarci di un'ora e 45 minuti di vampe e affondi nel cuore del pop sintetico. Ogni attacco un ricordo. Ogni canzone una stagione. Gloria e fumo. Neon e buio. Pelle nera e sudore. I corpi. Gli occhi, soprattutto gli occhi: di Martin che si avvicina chitarra al collo e sembra che ti guardi in realtà canta al cielo, di Dave che ceruleo e austero ti fissa e ti trapassa e se ne va. Ali nere sulla schiena. Fede peccato e devozione. I sensi il silenzio un rumore bianco una voce familiare. Un flash un valore intimo un soffio. Nulla è impossibile. Per un minuto. "Reach out and touch faith. Reach out and touch faith. Reach out and touch faith". Lo spirito e la polvere. Umani troppo umani. Cruciali. Come le vene. [Luigi Catalani] Scaletta completa: A Pain That I'm Used To A Question Of Time Suffer Well Precious Walking In My Shoes Stripped Home It Doesn't Matter Two In Your Room Nothing's Impossible John The Revelator I Feel You Behind The Wheel World In My Eyes Personal Jesus Enjoy The Silence Shake The Disease Photographic Never Let Me Down Again |
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