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DEPECHE MODE PDF Stampa E-mail
Scritto da Luigi Catalani   
domenica 30 luglio 2006
Roma
Stadio Olimpico

17 luglio 2006

Il rock-grunge degli Scarling inizia a far agitare i primi arrivati allo stadio Olimpico quando il sole è ancora alto e forte.
Poi tocca ai Franz Ferdinand: 40 minuti intensi e convincenti, ma penalizzati da un audio che fa disperdere il loro suono nel grande catino sul quale le ombre si fanno sempre più lunghe. Gli scozzesi sono giovani e hanno solo due dischi all'attivo ma dimostrano già una padronanza del palco notevole e distillano le loro hits con disinvoltura e decisione. Poi si fa notte. In tutti i sensi. Lo stadio si riempie in tutti i suoi posti disponibili (nell'occasione circa 50.000 ad occhio e croce), l'attesa sale, i più fortunati e perseveranti conquistano (dopo un'inspiegabile attesa lunga più di due ore) gli agognati posti ai bordi del palco e della passerella. Il palco ha riverberi d'argento: tre ciambelloni metallici, come dischi volanti con tanto di lucine incorporate, nascondono i sintetizzatori, le tastiere e il piano. Sulla sinistra una mirror ball metallica che sprigionerà meno effetti speciali del previsto, limitandosi a far scorrere parole e brevi messaggi. Sullo sfondo un grande telo con la figura piumata che campeggia sulla copertina dell'ultimo disco, l'ennesima meraviglia di Anton Corbijn. Poco dopo disvelerà sei schermi rettangolari e mobili che inclinandosi in varie combinazioni creeranno fondali originali e suggestivi, di grande impatto. Ai lati del palco due schermi per proiettare le immagini live ai lontani spettatori delle tribune, cui sono stati riservati amplificatori supplementari che si calano giù dalla copertura dell'impianto. Una poderosa selezione di musica elettronica introduce i tre Depeche Mode e i due musicisti che li accompagnano alle tastiere e alla batteria.
Lo squarcio assordante di "A Pain That I'm Used To", i battiti potenti e marziali, la voce elegante e suadente. Il rito ha inizio. Gahan è un gentleman che ha ancora voglia e ha ancora voce. Si muove lungo il palco, a testa alta e petto in fuori, fiero e convincente. La voce è precisa. Inconfondibile. Martin Gore, cigno nero occhi di cera, è il suo alter ego: la scrittura e la melodia, le lacrime e le emozioni. Intimo e celestiale. Quando imbraccia la chitarra e resta solo sul palco, ti sembra di stare nella tua cameretta e lui è lì a cantare i tuoi sogni. Ed è tutto vero. Andrew Fletcher è un treno nella neve. Scudisciate synth e voglia di trafiggerti, di scuotere lo stadio dalle fondamenta. Il battito technoide di un cuore new wave. E le braccia al cielo. Le tastiere e la batteria ci sono eccome: sono cinque veri. E poi via con la roulette delle hits. La faranno? Non la faranno? Alla fine nessuna vera sorpresa e una scaletta rigida e programmata come una batteria elettronica: 19 colpi e via. E la bava alla bocca e i rimpianti d'ordinanza e la delusione per ognuno degli altri 20 pezzi che sono nel juke-box degli ultimi vent'anni e che non trovano spazio stasera (il mio cruccio personale? "The Sinner In Me"). Costretti ad accontentarci di un'ora e 45 minuti di vampe e affondi nel cuore del pop sintetico. Ogni attacco un ricordo. Ogni canzone una stagione. Gloria e fumo. Neon e buio. Pelle nera e sudore. I corpi. Gli occhi, soprattutto gli occhi: di Martin che si avvicina chitarra al collo e sembra che ti guardi in realtà canta al cielo, di Dave che ceruleo e austero ti fissa e ti trapassa e se ne va. Ali nere sulla schiena. Fede peccato e devozione. I sensi il silenzio un rumore bianco una voce familiare. Un flash un valore intimo un soffio. Nulla è impossibile. Per un minuto. "Reach out and touch faith. Reach out and touch faith. Reach out and touch faith". Lo spirito e la polvere. Umani troppo umani. Cruciali. Come le vene.

[Luigi Catalani]


Scaletta completa:

A Pain That I'm Used To
A Question Of Time
Suffer Well
Precious
Walking In My Shoes
Stripped
Home
It Doesn't Matter Two
In Your Room
Nothing's Impossible
John The Revelator
I Feel You
Behind The Wheel
World In My Eyes
Personal Jesus
Enjoy The Silence
Shake The Disease
Photographic
Never Let Me Down Again

 
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