Le
magliette dei
Tool surclassano sì in
numero quelle dei
NIN, ma il vero
fan dei
NIN, si sa, non porta la
maglietta dei
NIN, e non sarebbe
giusto assegnare a nessuno dei due il titolo di headliner.
All'arrivo
ci sono sul palco i giovani virgulti
Petrol,
che le radio alternative passano incessantemente. Pose da very punk, torsi
nudi, ma stringi stringi è solo l'ennesima college band da dimenticare in
fretta.
Poi tocca
agli
...and you will know us by the
Trail of Dead, che da soli meriterebbero il prezzo del biglietto. Alle 4
del pomeriggio gli sono concessi 40 minuti di show, che per loro equivalgono a
non più di cinque canzoni: giusto il tempo di spaccare tutto e di regalare
momenti di intensità scenica e musicale che fanno chiedere a molti se chi verrà
poi saprà essere all'altezza.
I
Trail of
Dead sono una forza della natura, si alternano agli strumenti con
noncuranza, spezzano corde e bacchette in quantità pur essendo, tutto sommato,
una band di rock progressivo. Pochi nel pubblico (tra cui il sottoscritto)
conoscono i pezzi a memoria e ne vorrebbero ancora, ma non si può, bisogna
lasciare il palco agli
Hot hot heat,
l'ennesimo fenomeno adolescenziale di cui non vediamo l'ora di celebrare il
funerale. Pensate a quanto sono esplicativi i nomi: cosa può un gruppo che si
chiama "caldo caldo caldo" contro uno che si chiama "...e ci riconoscerai dalla
scia di morte"? Fare da caffè solubile?
Comunque
perfino più di quanto possano i successivi
Maximo
Park che incitano a suon di "let's rock!" una folla di gentaccia vestita di
nero che mal recepisce i pantacollant rossi del tastierista e la berretta sulle
ventitré del cantante.
Ancora ci
chiediamo quando riattaccheranno a suonare i
Trail of Dead e quando switcheranno il volume dal livello
"seminario" a quello "concerto rock" che già il palco ha cambiato fisionomia e
ha fatto spazio a schermi video e pedane che non possono avere che un nome:
Tool. Che dire. Che non c'è nel rock
una line-up tanto tecnicamente dotata? Che hanno una potenza e precisione di
suono da sciogliere i residui intestinali? Che sono semplicemente perfetti?
Diciamolo. Diciamo pure però che sono anche troppo perfetti. Che se lasciassero
il palco e mettessero un cd non si sentirebbe la differenza. Che a un certo
punto cercare le differenze tra i loro album è diventato come cercarle nella
Settimana Enigmistica (quella che vanta numerosi tentativi di imitazione).
Insomma: fantastici, però che palle.
Assale un
terrore: ma se loro sono così freddi, cosa sarà dei
Nine Inch Nails che sono per l'80% campionamenti e computer? Ci
riflettiamo mentre con mossa felina sfruttiamo il deflusso e da
ultimi-dietro-al-bar ci posizioniamo magicamente a 10 metri dal palco, al
centro, a formare un triangolo perfetto con le casse. Come sarà, come non sarà,
la musica riattacca e... non è che ci sarebbe molto da dire, della più
stratosferica performance che la musica oggi è in grado di offrire.
Ma se
proprio si deve, va detto che non è solo questione di gusti. C'è anche un
innovativo ed emblematico uso della tecnologia, sia musicalmente che nella
messinscena.
Trent Reznor dimostra
di essere la personalità artistica che sempre abbiamo sospettato/sperato che
fosse (sebbene da un paio di album tendevamo a dubitarne), palesando una
consapevolezza estrema sul ruolo delle macchine nel suo/nostro
immaginario/armamentario espressivo. Passa mezz'ora di botte, chitarre spaccate
(non volutamente) e urla lancinanti, e quando ci aspettiamo che tutto vada
normalizzandosi su questa strada lo scenario muta radicalmente: il palco si
riduce a un paio di metri di ampiezza, sbarrato da una rete a sensori su cui
vengono proiettati colori che sembrano codici ascii, e veniamo catapultati in
una dimensione dove non c'è spazio per l'essere umano, ma solo per
Trent Reznor, o meglio per
Nine Inch Nails, qualcosa che del tutto
umano non è. E non basta. La parete diventa poi una barriera prospiciente, un
filtro attraverso il quale scorgere solo sagome sfocate. E non basta. La rete
diventa una cortina di stelle in frantumi per raccontare la polverizzazione
emotiva di
Hurt, il capolavoro dei
NIN, tre lettere capitali che come il
granito si incastonano su quella rete a sancire che è finita.
Davvero
niente da ridire su una kermesse con tanta roba, ma una spina dal fianco va
tolta.
Se hai in
cartellone
Trail of Dead,
Tool e
NIN, che appartengono alla stessa scuola (quella della gente che fa
vera musica), che si salutano vicendevolmente, che si concedono apparizioni
reciproche nei reciproci concerti, che bisogno hai di insudiciare la line up
con tre tra i gruppi più insignificanti che ci sono in circolazione? E
soprattutto, con quale coraggio fai suonare i
Trail of Dead 40 minuti e i
Maximo
Park un'ora? Credevamo che con i
Melvins
che suonano da spalla ai
Nirvana
avessimo detto addio a queste infamie, e invece pare che non sia ancora venuto
il momento. Gli è andata bene che nessuno sia salito sul palco a dargliene di
santa ragione...
[Davide
Morena]