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INDIPENDENT DAYS 2007 PDF Stampa E-mail
Scritto da Davide Morena   
venerdì 05 ottobre 2007
Eccelso, meraviglioso Indipendent Days quest'anno a Bologna. Due nomi annunciati con mesi di anticipo sufficienti a mobilitare masse ingenti - NIN e Tool - e a giustificare un prezzo del biglietto non facile - 40 euro più prevendita - che si dividono equamente i favori degli astanti.
Le magliette dei Tool surclassano sì in numero quelle dei NIN, ma il vero fan dei NIN, si sa, non porta la maglietta dei NIN, e non sarebbe giusto assegnare a nessuno dei due il titolo di headliner.
All'arrivo ci sono sul palco i giovani virgulti Petrol, che le radio alternative passano incessantemente. Pose da very punk, torsi nudi, ma stringi stringi è solo l'ennesima college band da dimenticare in fretta.
Poi tocca agli ...and you will know us by the Trail of Dead, che da soli meriterebbero il prezzo del biglietto. Alle 4 del pomeriggio gli sono concessi 40 minuti di show, che per loro equivalgono a non più di cinque canzoni: giusto il tempo di spaccare tutto e di regalare momenti di intensità scenica e musicale che fanno chiedere a molti se chi verrà poi saprà essere all'altezza.
I Trail of Dead sono una forza della natura, si alternano agli strumenti con noncuranza, spezzano corde e bacchette in quantità pur essendo, tutto sommato, una band di rock progressivo. Pochi nel pubblico (tra cui il sottoscritto) conoscono i pezzi a memoria e ne vorrebbero ancora, ma non si può, bisogna lasciare il palco agli Hot hot heat, l'ennesimo fenomeno adolescenziale di cui non vediamo l'ora di celebrare il funerale. Pensate a quanto sono esplicativi i nomi: cosa può un gruppo che si chiama "caldo caldo caldo" contro uno che si chiama "...e ci riconoscerai dalla scia di morte"? Fare da caffè solubile?
Comunque perfino più di quanto possano i successivi Maximo Park che incitano a suon di "let's rock!" una folla di gentaccia vestita di nero che mal recepisce i pantacollant rossi del tastierista e la berretta sulle ventitré del cantante.
Ancora ci chiediamo quando riattaccheranno a suonare i Trail of Dead e quando switcheranno il volume dal livello "seminario" a quello "concerto rock" che già il palco ha cambiato fisionomia e ha fatto spazio a schermi video e pedane che non possono avere che un nome: Tool. Che dire. Che non c'è nel rock una line-up tanto tecnicamente dotata? Che hanno una potenza e precisione di suono da sciogliere i residui intestinali? Che sono semplicemente perfetti? Diciamolo. Diciamo pure però che sono anche troppo perfetti. Che se lasciassero il palco e mettessero un cd non si sentirebbe la differenza. Che a un certo punto cercare le differenze tra i loro album è diventato come cercarle nella Settimana Enigmistica (quella che vanta numerosi tentativi di imitazione). Insomma: fantastici, però che palle.
Assale un terrore: ma se loro sono così freddi, cosa sarà dei Nine Inch Nails che sono per l'80% campionamenti e computer? Ci riflettiamo mentre con mossa felina sfruttiamo il deflusso e da ultimi-dietro-al-bar ci posizioniamo magicamente a 10 metri dal palco, al centro, a formare un triangolo perfetto con le casse. Come sarà, come non sarà, la musica riattacca e... non è che ci sarebbe molto da dire, della più stratosferica performance che la musica oggi è in grado di offrire.
Ma se proprio si deve, va detto che non è solo questione di gusti. C'è anche un innovativo ed emblematico uso della tecnologia, sia musicalmente che nella messinscena. Trent Reznor dimostra di essere la personalità artistica che sempre abbiamo sospettato/sperato che fosse (sebbene da un paio di album tendevamo a dubitarne), palesando una consapevolezza estrema sul ruolo delle macchine nel suo/nostro immaginario/armamentario espressivo. Passa mezz'ora di botte, chitarre spaccate (non volutamente) e urla lancinanti, e quando ci aspettiamo che tutto vada normalizzandosi su questa strada lo scenario muta radicalmente: il palco si riduce a un paio di metri di ampiezza, sbarrato da una rete a sensori su cui vengono proiettati colori che sembrano codici ascii, e veniamo catapultati in una dimensione dove non c'è spazio per l'essere umano, ma solo per Trent Reznor, o meglio per Nine Inch Nails, qualcosa che del tutto umano non è. E non basta. La parete diventa poi una barriera prospiciente, un filtro attraverso il quale scorgere solo sagome sfocate. E non basta. La rete diventa una cortina di stelle in frantumi per raccontare la polverizzazione emotiva di Hurt, il capolavoro dei NIN, tre lettere capitali che come il granito si incastonano su quella rete a sancire che è finita.
Davvero niente da ridire su una kermesse con tanta roba, ma una spina dal fianco va tolta.
Se hai in cartellone Trail of Dead, Tool e NIN, che appartengono alla stessa scuola (quella della gente che fa vera musica), che si salutano vicendevolmente, che si concedono apparizioni reciproche nei reciproci concerti, che bisogno hai di insudiciare la line up con tre tra i gruppi più insignificanti che ci sono in circolazione? E soprattutto, con quale coraggio fai suonare i Trail of Dead 40 minuti e i Maximo Park un'ora? Credevamo che con i Melvins che suonano da spalla ai Nirvana avessimo detto addio a queste infamie, e invece pare che non sia ancora venuto il momento. Gli è andata bene che nessuno sia salito sul palco a dargliene di santa ragione...

[Davide Morena]

 
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