L'ennesimo focolaio lo appicca
Jeff Mills, che regala due-serate-due. Mosso dalla fede, prenoto la doppietta e parto. Ancora un fuoriclasse. Ormai non è più necessario andare a Londra o Berlino. Nel giro di qualche anno Roma si è rifatta la pelle: tabula rasa (di un passato dance da cittadina di provincia) elettrificata. Stavolta tocca all'uomo che ha attraversato la techno come un raggio gamma: lo snodo cruciale tra la sacra trimurti detroitiana (
May-
Atkins-
Saunderson) e la techno di massa, tra l'
Underground (
Resistance) e le stelle.
Sabato è ospite d'onore al Branca, la dimensione ideale. Le due di notte, la consolle ancora incandescente per effetto di
Donato Dozzy (una conferma), l'angelo nero si sistema elegante dietro il suo piano di lavoro: 3 piatti, 2 cdj player, la Roland. Parte. Atterrerà tre ore dopo. Un portamento da marziano, fuoco nero e occhi da lucertola. Una prima ora semplicemente da sogno. L'equilibrio esatto tra il cervello e lo stomaco, tra le astrazioni alla
Plastikman e i rodeo Detroit. La Techno come scienza esatta. Si danza in estasi. Non ballo. Mi ballano intorno ed io con loro, grazie a loro. Dopo pochi minuti ho già perso il conto dei dischi: nulla dura più di 40 secondi, eppure sembra tutto così unico. A volte m'incanto a studiare la causa, più aliena che umana, di questo suono: una tecnica paranormale. Ma preferisco assaporarne l'effetto, techno iniettata lentamente. Velluto, ebano e fluorescenze. "The Bells", come previsto, è il punto di non ritorno. Chiusura afro, tra echi di voci e piani house, l'ultimo fuoco d'artificio. Poi la fine. La percezione esatta che l'uomo viene da un altro pianeta.
L'indomani la distanza tra la terra e gli astri si riduce e non di poco. Auditorium, Sala Santa Cecilia. La techno entra nel
sancta sanctorum. Le credenziali non mancano: la colonna sonora di
Metropolis, le recenti sonorizzazioni di
Buster Keaton. E la serata è fatta:
Mills-Lang-Keaton. Così recitano i manifesti presenti un po' dovunque. L'abito buono. La sala piena. L'uomo parte da dove aveva finito poche ore prima: afro. Mezz'ora di tribalismi, accompagnati da immagini dal forte sapore roots (Mills manovra i lettori dvd/cd Pioneer DVJ-X1) ma penalizzati da un suono che incredibilmente non è all'altezza. Bella partenza, pensiamo sia l'antipasto, invece sarà il piatto forte della serata. Si passa a suoni techno più tradizionali, mentre sullo schermo scorre il saggio di mixaggio immortalato nel recente "Exhibitionist". Il suono rimanda allo sguardo e viceversa: un gioco di specchi piuttosto vacuo e autoreferenziale. Sa di essere il più bravo e non fa finta di non saperlo. Finalmente appare una clip di Buster Keaton e il gioco funziona meglio. Peccato che è finita qui: è trascorsa appena un'ora da quando le luci si sono spente. Il tempo di uscire, accompagnato dall'incredulità dei presenti, ritornare per un'altra breve scarica e scomparire di nuovo, stavolta per sempre. Non è il primo esperimento del genere a lasciare l'amaro in bocca agli appassionati: già altre volte la musica elettronica è risuonata nell'Auditorium senza raggiungere il suo obiettivo, fermandosi sulla soglia più superficiale di percezione. Uscendo ci consoliamo pensando alla sera precedente: uno mi chiede "Davvero anche ieri sera ha suonato a Roma?" Non oso raccontargli di più. Oggi l'uomo è tornato sulla terra, ma ventiquattro ore prima aveva brillato come la più luminosa delle supernove.
E intanto Roma continua a bruciare.
[Luigi Catalani]