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MARKY RAMONE PDF Stampa E-mail
Scritto da Patrizia Gatta   
lunedì 31 luglio 2006
Arezzo Wave12 luglio 2006
Ma voi, la vostra prima volta, ve la ricordate? Io sì. Avevo 14 anni.
Era notte, guardavo la mia piccola tv in bianco e nero, una di quelle televisioni senza telecomando con i bottoni laterali per cambiare canale, che non ti consentono di fare zapping troppo facilmente. E' stata quella la prima volta che li ho visti. Erano chiusi in una gabbia di legno, cantavano "Howling at the moon". Era il 1985. Sono rimasta turbata, non capivo. Soprattutto il fatto che fossero cosi brutti, cosi cretini. Non era facile permetterselo, negli anni ‘80. Si rischiava il rifiuto sociale, peggio della morte. Eppure i Ramones ne erano usciti vivi, dagli anni ‘80.
Dieci anni dopo, quando appendono il chiodo al chiodo, si lasciano dietro 20 anni del più insignificante, immediato, urgente, disimpegnato e balsamico punk rock della storia. Marky Ramone in realtà entra ed esce dal gruppo svariate volte, e a differenza di Tommy, Joey, Johnny e Dee Dee, smarchetta (musicalmente parlando) a destra e sinistra alla ricerca dei soldi facili e della bella vita della quale ai quattro del Queens sembra non fregare granchè. Ha però la fortuna di trovarsi nei posti giusti nei momenti giusti, e così entra a pieno diritto anche lui nella leggenda della quale, ironia della sorte, ne sfrutterà l'ormai ombra della luccicanza nei concerti tributo e nelle comparsate da fiera bovina.
Impossibile quindi non detestarlo un pochino quando sale sul palco per primo con quelle bracciotte flaccide da casalinga e la criniera multiforme dal nero pece un pò sospetto e annunciare, trullo trullo, che si suoneranno alcuni dei brani più famosi dei Ramones. Già questa prospettiva da compilation fa un pò venire i brividi (vuol dire che ci lascia senza "My Brain Is Hanging Upside Down?") ma tant'è, le circa 150 personcine disposte serie e intente nel giardinetto cominciano un pò a emozionarsi, è normale, i signori attempati si tolgono la giacca jeans e si lisciano la barba gialla, le ragazzette buttano giù la birra di un fiato, che fra un pò ci si muove... e a chi non è mai successo, come a me per esempio, di poter urlare "Hey Ho Let's Go" fa un certo effetto, è tutto un pò turistico, ma fa comunque un certo effetto. Il prescelto per fare le veci di Joey è stato prelevato direttamente dai peggiori scantinati di Los Angeles, però la voce c'è, e sei già stufo dopo cinque minuti di sentenziare che è altra roba, che non ci siamo, e ti lasci un pò tentare dall'accenno di pogo. Ragazzini quindicenni con skateboard sotto braccio ululano i testi a memoria, bikers sovrappeso guardano commossi. Ma sì, perchè no.
Una session continua (come da copione) con pause brevissime, un lungo medley con la stessa base di batteria e basso, il pubblico non è fermo, più che altro ipnotizzato dalla velocità, "35th & 5th", "Today Your Love Tomorrow The World", "Pinhead", "I don't care", "Sheena is A Punk Rocker", vanno giù con meno amarezza del previsto, dalle prime file si vedono gambe e teste che galleggiano sulla materia corporea, funziona. Si sbrandella il cinismo, si sgretola lo snobismo. Va bene, ci sto, questo film in costume non è affatto palloso. Johnny e Dee Dee riposino pure in pace. E di Joey, come esplicitamente richiesto, non ci preoccupiamo. Sha la la la...

[Patrizia Gatta]

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