Il percorso che comunemente ci porta
ad un concerto - dall'ascolto all'amore al concerto - può essere invertito, e
non è strano che ci capiti di sentire il concerto di uno sconosciuto,
innamorarcene e poi passare all'ascolto. È più o meno quello che mi è accaduto
giovedì 26 al Festival della Creatività di Firenze, un evento che già quando vedi
la tramvia in esposizione all'ingresso senti il bisogno di tornare a casa a
ridisegnarla secondo i dettami di
Lloid Wright.
Pioveva.
E chi vive a Firenze lo sa com'è, perché a Firenze già se sputi a terra è
emergenza esondazione. Soprattutto pioveva. Al chiosco di pesce fritto e
baccalà un ragazzo ha gridato in faccia alla tipa "ma come, un cartoccio di
merda 7 euro?", e allora ho capito che la serata stava prendendo una piega
piacevole.
Siamo
andati al teatrino lorenese, che ha subito riaffermato il ricordo che sempre ha
lasciato di sé: si sente uno schifo e sul palco già in tre ci stanno stretti. E
ce n'erano ben cinque, sul palchetto in muratura, come da copione: batterista
capellone, chitarrista ricciolone un po' finto ebete, altri due inutili e poi lui.
Magro, alto, bello, camicia bianca e cravatta scura, a intonare le sue melodie
accompagnandosi con la sua acustica elettrificata. Dopo tre pezzi già volevo
andar via. Non si reggeva, una cosa che mi addimentico pure come si parla il
taliano se ci arripenzo. Una vera schifezza. Banale, mai un tempo che non sia
un 4/4, tu-ta-tu-ta-tu-ta, perfino il mio battito cardiaco è più sofisticato.
Finisce,
per fortuna, e mi ritorna la consueta padronanza con l'idioma natio, esco, e
fuori piove. Già metto a punto complesse elucubrazioni sull'inutilità
planetaria di
Paolo Benvegnù che ti incontro Samuele, il batterista
degli Amore, che mi fa, candido: "resti a sentire Paolo Benvegnù?". Sto quasi
per vergognarmi quando ripenso a Mastella. Ma come, quello non era il Benvegnù?
No, era
Gianmarco Martelloni. Un nome destinato alla politica. Fumo, bevo,
chiacchiero, la gente viene e va, ma soprattutto piove. Guardo i miei disperati
pard, pudico, e ci intendiamo al volo: bisogna rientrare. Dentro c'è un altro
solito chitarrista capellone, il batterista segaligno, il bassista con le
spillette e poi lui. Alto, biondo, camicia azzurra e cravatta a righe. Non
tanto bello. Forse anche un po' fulminato. Aspetta, ma com'è che la sua voce si
sente se il microfono è lo stesso di prima? Ehi, ma com'è che si distingue
anche il basso ora? Ma quello è il Benvegnù di cui la creatività tutta va
fiera? Trovo subito una scusa mentale per giustificare la mia gaffe precedente
e al terzo pezzo non ho dubbi: questo Benvegnù è veramente degno di lode.
Intenso, carismatico, testi veri, colpisce al segno con pezzi molto diversi
l'uno dall'altro, tra i quali riconosco quei pochi che ho già sentito. Il
pubblico apprezza, per quanto può darlo a vedere un pubblico seduto, e si
arriva alla fine del concerto in un baleno. Perché come il buon Paolo - della
cui musica mi sono nel frattempo innamorato - ci ricorda, i tempi sono categorici
e fuori la creatività dilaga. Sarà. A me sembra che fuori accada poco. Direi
che piove. Soprattutto piove.
[Davide Morena]