In un momento storico caratterizzato da una scena musicale
particolarmente fri-fri, non c'è posto per i campioni della violenza
sonora che già negli anni '80 erano emblema della resistenza culturale
e spirituale ai
Duran Duran.
Eppure, da qualche tempo alcuni indomiti artisti, ormai oltre la quarantina, sembrano intenzionati a tornare a mordere. Anche loro, evidentemente, non ne possono più.
I nuovi pezzi di
Prong,
Killing Joke (è di oggi la triste notizia della morte del mitico
Raven,
RIP),
Treponem Pal e compagnia sono non solo di ottima qualità, ma anche pervasi da quello stesso spirito di aggressione che li aveva portati in gloria decadi fa. Il segreto per non perdere lo smalto? Continuare a suonare anche quando i fari non erano puntati su di loro, invece di andare a recensire ristoranti come fa il cantante dei
Franz Ferdinand.
A fare da apripista in Europa non potevano essere che gli
Young Gods, nome di punta del rock industriale, dalla Svizzera senza cacao. Sono tornati (non se ne sono mai andati, in realtà) con un album tostissimo, accompagnato da un tour che tocca anche l'Italia e addirittura Firenze, che decisamente non si merita il cartellone di tutto rispetto che ogni anno pochi coraggiosi si accollano di mettere insieme.
Il luogo è il Viper Theatre, attrezzatissima struttura a pochi chilometri dal centro che cerca di trovare vita nonostante i mille ostacoli posti da amministrazioni varie e allucinanti norme. Lo spazio è notevole: platea "a scendere", per migliorare la visibilità, e balconata laterale per i più intellettuali; amplificazione ottima e abbondante; beveraggi a buon mercato. Che chiedere di più? Un grande concerto? C'era pure quello, venerdì sera.
Gli
Young Gods attaccano con la mitica
Our House e vanno giù diritto con una scaletta durissima: non c'è spazio per le divagazioni ambient di
Al Comet, che dalle sue tastiere lancia rasoiate di chitarre sintetiche a
Bernard, che dopo averle mazzolate per bene le consegna a
Franz, che le rende confezioni di gran classe con la sua voce ancor più bella che in studio, piena, affascinante, senza una sbavatura. Tanti pezzi dal nuovo album, e tanti equamente distribuiti su tutti gli altri da "TV Sky" in qua. La band è presente, spacca, si sta divertendo. Al bis niente cover+ballata acustica+grande hit (come vorrebbe il copione), ma una versione fiume di
Summer Eyes, capolavoro psichedelico di tanti anni fa: segno definitivo che gli Young Gods non hanno paura né soggezione, e se qualche band emergente vuol fargliene, libera di farsi rompere il culo.
Una performance totale, che costringe all'ascolto, che non lascia spazio a distrazioni: si balla e si segue il filo, senza sosta. E alla fine ce ne starebbe ancora, ma i tre di Geneva salutano i pochi astanti e vanno via. Pochi, troppo pochi gli spettatori per giustificare l'ingaggio di band di così alto valore: pollice alto al Viper, per starci provando, pollice verso ai fiorentini, per avere snobbato la qualità per l'ennesima volta. Che potrebbe ogni volta essere l'ultima.
[Davide Morena]