Gli uccelli si alzano in volo in massa sul campo da baseball deserto, le palme scosse dal vento, il consueto corollario di decappottabili e divise scolastiche tenuto ai margini di un eccentrico noir californiano dalla struttura perfetta: in
Brick la camera si aggira per un college troppo silenzioso, in esterni sempre pallidi e misteriosamente smorti benché assolati, le recite scolastiche sono costruite come cerimonie esoteriche guidate da un giovanissimo sovrano di loschi affari - The Pin - niente più
che un teenager nascosto da un mantello che porta come scettro un bastone di malattia o di solitudine da ragazzino viziato, ma al tempo stesso il centro del Potere; riti dai quali sono esclusi i
più che Perdenti, che neppure sembrano lontanamente desiderare di essere integrati nella setta: la mente - The Brain, il ragazzo con gli occhiali, il colto, colui a cui si affidano le ricerche; il braccio, Brendan a spalle curve, che è tutto nella sequenza in cui si rimette gli occhiali e si affonda le mani in tasca, dopo
essersi fatto picchiare dall'immancabile quarterback campione della scuola - malridotto eppure impassibile, come se conoscesse un segreto più profondo (il suo magnifico personaggio, benché lontano mille anni luce dalla presenza testosteronica delle Scimmie Spaziali di
Fight Club, ricorda la stessa strategia di audace disprezzo delle conseguenze e di allenamento quasi buddista al dolore che Tyler Durden predica, e fa pensare a un
Donnie Darko più adulto, dalla grazia triste, più trasandato, più cinico e più indifferente: un
solitario,"qualcuno che conosce ogni angolo, ma preferisce starne fuori"). Ed Emily, azzurra femme fatale, fidanzatina inquieta senza che le sue labbra si allontanino di un centimetro, emblema di tutti i fantasmi, cadavere da tunnel che non si può dimenticare, braccio bianco con un segno di riconoscimento. Della bellissima colonna sonora di
Nathan Johnson (The Cinematic Underground), tra tack piano, utensili da cucina, ticchetti e sussurri, lattine di birra, oggetti lanciati contro il muro, percussioni, atmosfere shoegaze o rumorose, suoni desolanti che richiamano il vetro, la pioggia, la solitudine, l'assenza, Emily's Theme è il nocciolo del discorso.
[Da un'
intervista al regista Rian Jonhnson per il webmagazine fucine mute]:
MC: Come mai nel film ci sono quasi esclusivamente i ragazzi? I genitori non si vedono mai e gli unici adulti che compaiono sono il preside e la madre di uno di loro.
RJ: Anche questo rimanda ai fumetti. Pensa ai Peanuts, a Charlie Brown. Anche lì non ci sono i grandi. Sembra una coincidenza, ma le ragioni sono le stesse. Se presenti degli adulti, automaticamente lo spettatore legge la vicenda dalla loro prospettiva. Noi non volevamo assolutamente che accadesse ciò. Ho scelto di immergere completamente il pubblico nella stessa situazione in cui si trovano i ragazzi, adottando il punto di vista di Brendan. È intenzionale che ci siano pochissimi genitori in Brick.
Se Brendan sopravvivesse agli spettri e agli incastri e alle deviazioni e all'amore perduto e a questo film, dedicandosi a inventare suoni e sviluppando quella bizzarra forma di ironia malinconica che esprime nel film - e se abbandonasse le scarpe, guidando un furgone diretto a Portland da quella california lattiginosa - immaginiamo che diventerebbe certamente una figura non troppo diversa da quella di
Eric Crespo.
Basterebbe un'occhiata a una
foto scattata in occasione di A Minor Place festival (Giugno 2007, San Martino Spino, MO) per considerare quanto questo menestrello in maglietta slabbrata sembri capace di suonare praticamente in qualunque ambiente e di creare la propria atmosfera indipendentemente da spazio, tempo e circostanze.
Anche nella serata in cui suona nella apparentemente quieta Twin Peaks che risponde altrove al nome di Potenza, Eric offre uno spettacolo intenso e intimo affollando soltanto con chitarra, voce ed effetti un ambiente - e un pubblico - raccolto e concentrato, temporaneamente reso orfano e innocente dall'innocenza e dall'umiltà di una voce a cui non occorrono scenografie o stratagemmi da palco per catturare l'attenzione - i suoni di Eric diventano strumento di una temporanea sospensione di giudizio. Sembrerebbe essere altrettanto a proprio agio in una vecchia rivista sgualcita di comics, in una storia da fumetto indipendente americano, per la qualità malinconica, nichilista ma estremamente sognatrice e emotiva della sua musica.
Bastano tre pezzi perché
Ghost to Falco - progetto a rapida immersione - cominci a disegnare un gigantesco cielo desertico
neil-young-iano martellato da stelle tremolanti e cucito su accordi imperiosi e rumore fragoroso che segue a momenti di attesa prolungata costruiti senza artificio, secondo un percorso che sembra quasi casuale e rifiuta l'estetica del facile ritornello e delle linee rette, certe volte attardandosi su un'ossessione, fabbricando un riverbero, un ricordo, una memoria, imitando le manovre indecifrabili del pensiero quando si attorciglia su se stesso prolungando la sensazione di un istante in una grande dimensione parallela e vuota, straordinariamente colmata.
Percorso che si rifiuta di farsi afferrare, mappa mai disegnata, oppure, con un inchiostro che si trasforma sotto le dita per il caldo e il viaggio, e la domanda, che è un mormorio fragoroso.
Non muoversi verso
dove. Ma:
muoversi verso cosa.
Special thanks: Massimo Lovisco per le foto live di Ghost to Falco
A margine:
Su Ghost to Falco:
Official Site
myspace (è possibile ascoltare
Fourth)
buy Ghost to Falco
Video - live in Portland
Su Brick:
official site
myspace del film - listen Emily's Theme from soundtrack
Brick music video
[June Miller]