Nel 2006 nasce Stanley Brinks come una delle tante identità di André Herman Düne; la piccola Clemence Freschard lo ha già incontrato a Parigi, lo ritrova a Berlino, fonda con lui il progetto di cover Kreuzberg Merkezi e poi lo accompagna in un tour che li vede insieme, due strani compagni di scuola, uno svedese, l'altra francese, alla ricerca di una buffa malinconia da
campo estivo che prescinde da geografie e origini per convergere in una fame di intimità
lo-fi tutta americana: sul piccolo palco che li ospita non sfigurerebbero un camino o una torta di mele alla finestra. Ma
ascoltare Stanley Brinks dal vivo - specialmente quando Freschard canta con le mani dietro la schiena e sorridendo come una perfetta educanda e André sfila il maglione invernale restando in camicia hawaiana, imbraccia la chitarra, e canta una serie di pezzi che mescolano i generi con la
stessa disinvoltura con cui cambia nome e paese di elezione -
Silly Old Days, Rich Country Education, Don't leave me, Halfway home, Traveling people da Cooks; Ghosts like me da Bops a Zap; All you can take, In the garden, Stood in the doorway, Things moving da
Loiters - viene da pensare che alcune forme di ironia e di apparente semplicità (delle melodie, dei testi) sia l'ultimo tentativo di opporre un baluardo a una visione dell'arte come paradiso intellettuale lontano dalla vita (e dalle sue nostalgie troppo banali da raccontare). Come André tutti i folksinger che amiamo (Jason Molina che ha appena
suonato in tour in Francia proprio con Stanley Brinks, Will Oldham, tanti altri) non sembrano troppo preoccupati di complicare, raffinare, poetare da virtuosi: in fondo i loro testi non parlano che delle solite poche cose essenziali: amore, morte; memoria, e il suo rapporto con un futuro buio, ma senza volontà ideologiche o pose intellettualistiche, piuttosto nella stessa incertezza beffarda di un giocatore incallito con le carte in mano che tenta ostinatamente la fortuna. Se c'è mai stato un sogno americano, affondato a picconate e colpi d'ascia, benché qualcuno, di cui non si farà il nome
per pudore, continui a svenderlo a quattro lire sotto copertura filmica di messaggio edificante -
la ricerca della felicità - basterebbe uno di questi testi, uno di questi accordi, a svelarne tutta la fragilità genetica, lo scheletro sotto la glassa della carne, il senso di inquietudine selvatica che parla di bisogni primari dietro al carnevale della società - pagliacci, serial killer di provincia, valium televisivo, l'apparato spettacolare che serve a distrarci mentre l'esistenza, di per sé insensata, ci fa già sgambetto. Si potrebbe mettere Stanley Brinks - André soprattutto, cantore ambulante, come un monito, dietro alle finestre scheggiate dal ghiaccio che cova sotto il calore fasullo del giorno del Ringraziamento di
The Ice Storm (il libro specialmente, di Rick Moody, dove il Connecticut dei negozi
di giocattoli e delle case con giardino è congelato da una paura improvvisa,
«perché la natura è fratta, la natura è crudele, la natura è discontinua, la natura è scabra e non liscia», dice Rick Moody: e parla della natura umana..) - da cui il film del 1997
Tempesta di ghiaccio: mentre Christina Ricci-Cappuccetto Rosso cerca di diventare adulta con i suoi compagni di giochi, e un adolescente, Tobey Maguire in incognito, non ancora in costume da spiderman, pensa ancora in termini sani, da fumetto, i loro irreprensibili genitori, vicini, aggiungono un cubetto di ghiaccio in più e tentano di allontanare la vecchiaia a colpi di imbarazzanti adulteri del pomeriggio); e pure tra le righe di una letteratura
struggente e canzonatoria come quella di Chuck Kinder, che fa della sua vita con Raymond Carver, dei fallimenti sentimentali, degli improvvisi desideri mistici di mogli bionde, solo un pò intristite, di portare i ragazzi a Disneyland (accetterebbero, sotto LSD), della pancia tesa da bevitore più che occasionale, di lucenti ricordi di giovinezza invincibile, di scrittura accecata, brutale, sincera, tutto ma non un clichè artistico, piuttosto la vita spogliata del suo romanticismo che cozza contro il continuo anelito al romanticismo - che ci perseguita, le stelle sui motel, desiderio di macchine a noleggio per farsi strada senza il fardello di una proprietà riconosciuta, inutili cambi di biancheria, biciclette in fuga, confuso desiderio di essere amati eppure di deviare e distruggere, matrimoni sbagliati, chiacchiere con baristi di passaggio, tutto il fardello delle esitazioni e dei ricordi, fuochi d'artificio, voglia dissennata di nascondere un diamante in un bicchiere e una lettera sporca di cenere in tasca...