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Scritto da June Miller   
domenica 15 ottobre 2006
Oldboy57
Music for imaginary movies/Movies for imaginary music

Di cosa parleremo:

Per qualcuno, una colonna sonora invisibile segna i momenti ordinari, quelli meno decisivi.
Come nel cinema meno addomesticato, è l'ordinario che merita un prezioso accompagnamento, non sono mai le scelte fatali a godere di un quartetto d'archi che sottolinea il momento (quelle, perlopiù, restano avvolte in imbarazzati silenzi, o sono naturalmente musicate da lacrime, balbettamenti, risate difensive, o dalla musica da centro commerciale che infesta supermercati, bar, ascensori e sale d'attesa: dimenticate i grilli, le campane e il violoncello, nel ricordo mistificatore delle vostre vite! come nel cinema, spesso la soundtrack è invadente e non gradita, e sottolinea in modo grottesco imperdonabili debolezze).
Ma il suono non è solo ricamo sull'evento, paziente lavoro artificiale: a volte è il suono stesso a generare l'evento, dunque non può e non deve limitarsi a restare descrittivo, come in tanto cinema da asporto. Da questa rubrica non aspettatevi un percorso tematico specifico, né l'aderenza alle stagioni della musica e del cinema: l'argomento è troppo vasto, e lo conduciamo alla cieca, come un omaggio alla struttura caotica che governa la vita di chiunque: esistono film (e vite) musicati da se stessi: sospiri di alta recitazione, oggetti spostati, il sesso simbolico rappresentato dai rumori al di là della parete, il clichè del crollo di un bicchiere che si frantuma a terra all'arrivo della Notizia Drammatica, lo sparo che tutti attendevamo in controcampo nel modello classico del noir.
Nel cinema catastrofico dei nostri tempi lo sparo diventa esplosione, le fiamme sono accese più dal frastuono delle casse che dalla drammaticità della loro presenza, negli esempi più intelligenti di intrattenimento (l'ultimo "Miami Vice" [Michael Mann, 2006]) i proiettili assumono la consistenza e la fisicità di una bomba.
Requiem for a dream
In altri prodotti - un esempio: "Requiem for a dream" [Darren Aronofsky, 2000] la musica si fa racconto, si spinge a tanta solennità da stringere in una morsa e impedire qualunque pausa: la dilatazione da eroina di una pupilla, il trascorrere dilatato del tempo attraverso le stagioni, la fuga da una marchetta vengono raccontati attraverso suoni di sportelli che si aprono, cassaforti che si chiudono, passi concitati, archi ed elettronica mescolati fino a un insopportabile, compiaciuto ma magnifico climax finale. Non troppo diversamente dall'uso che Kar Wai Wong fa della splendida musica di Umebayashi Shigeru in "In the mood for love" [2000], talmente incisiva e sentimentale da paralizzare languidamente le scene già rallentate nel tempo del ricordo e dello struggimento ancora prima che diventino passato, rendendo finalmente superfluo l'uso della parola.
Breaking the waves
Altri film rinunciano solo apparentemente alla seduzione della nostalgia - ricordate i dettami del "Dogma" di Von Trier? utilizzare soltanto musica diegetica - ma lo stesso Lars Von Trier si compiace di contraddirsi allegramente e volutamente, per esempio in "Breaking the Waves" [1996] commentando furbescamente i bellissimi paesaggi-sipario dei capitoli in cui è divisa la storia con incursioni negli anni 70 - in altri si rinuncia quasi completamente al commento musicale: la terribile umanità dei film di Michael Haneke non ne ha bisogno, tanto sono feroci e perfette le sue azioni, mute perchè definitive.
In altri casi ancora ("The life acquatic of Steve Zissou") di Wes Anderson [2004] o "Punch Drunk Love" di Paul Thomas Anderson [2002]) le cover in portoghese di David Bowie a opera di un marinaio nero o i suoni teneramente folli di Jon Brion donano un'irresistibile patina tragicomica alle vicende: talvolta il recupero del passato si dimostra, in questa chiave autoironica, acuto e intelligente, come in "The Big Lebowski" [Coen brothers, 1998] o in "Broken Flowers" [Jim Jarmusch, 2005], quando non è dichiaratamente irrisorio (la boy band di piccoli freaks che si esibisce nel cattivissimo "Palindromes" [Todd Solondz, 2004] pur senza giungere agli abilissimi giochi citazionistici a cui ci ha abituato il cinema tarantiniano (Blaxploitation, spaghetti western, cinema orientale) che testimoniano certamente una sorprendente abilità e cultura musicale ma cominciano a diventare troppo ammiccanti, come negli ultimi due "Kill Bill" [2003/2004].
I don't want to sleep alone
La nostra attenzione si concentrerà anche sulla vertiginosa vitalità del cinema asiatico (un incredibile e recentissimo esempio è nel taiwanese "I don't want to sleep alone" di Tsai Ming Liang [2006], visto a Venezia, che a immagini - come di consueto nel cinema di Tsai - di immobilizzante bellezza e a una visione del corpo struggente e potentissima che lascia senza fiato, associa senza paura musica lirica, radioline e le canzoni ascoltate nella propria infanzia).
Bad guyIl cinema orientale si affaccia finalmente in Italia cominciando a ricevere la giusta attenzione e suggerisce percorsi che vanno dalla splendida estetica sonora della vendetta in Park Chan Wook all'utilizzo incredibilmente spiazzante e commovente di un brano in italiano della cantautrice siciliana Etta Scollo, che si affaccia improvvisamente in un film coreano di crudele bellezza quale "Bad Guy" [Ki Duk Kim, 2001]. Parleremo anche dei matrimoni ideali che ci siamo abituati a consacrare come stabili sodalizi (il meraviglioso e il barocco di Michael Nyman per Peter Greenaway, i suoni affilati e gelidi di Howard Shore per David Cronenberg, l'acciaio incarnato di Chu Ishikawa per Shinya Tsukamoto, la poesia semplice di Joe Hisaishi per Takeshi Kitano) ma anche dell'attenzione al suono da parte di registi che pure si avvalgono di meravigliosi collaboratori (l'immenso Lynch, che restando comunque affezionato all'inquietudine e alla raffinatezza di Badalamenti, continua a sperimentare di persona, senza interruzione fin dai tempi di "Eraserhead" [1977], tanto sugli stereotipi degli anni 
Inland empire
cinquanta e delle villette a schiera quanto sul blues, sulla fascinazione per l'industrial di fabbriche e officine, come nell'ultimo, definitivo capolavoro "Inland Empire" [2006] e lanciandosi in progetti paralleli, tra cui un bizzarro disco - "Blue Bob" [Solitude / Mri, 2003]).
Soprattutto lanceremo un gioco particolare: forzando la possibilità di musicare un film muto o di spegnere l'audio su immagini talmente forti ed evocative da parlare a bocca chiusa, assoceremo di volta in volta un disco a un film e viceversa, lavorando sulle suggestioni per cui un suono produce un'immagine mentale e un'immagine, a volte, si lega irrimediabilmente a un suono, immaginando possibili film mai girati per dischi già esistenti e possibili colonne sonore mai prodotte per i film che amiamo.
Questa rubrica non conterrà quindi recensioni di soundtrack ma un intreccio continuo di spunti, pretesto per rapide segnalazioni sia di dischi che di pellicole che, pur non essendo nati l'uno per l'altro, sembrano ricalcare le stesse atmosfere e meritano ascolto e visione.
Saranno bene accette segnalazioni e spunti di riflessione.

[June Miller]

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