Wild Screen
BABEL | BABEL |
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| Scritto da Francesco Scaringi | |
| venerdì 24 novembre 2006 | |
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USA 2006 144' In Marocco due adolescenti nel mezzo del deserto provano un fucile che il padre ha dato loro per tenere lontano gli sciacalli dalle capre, ma la pallottola sparata arriva molto più in là di quanto si sarebbero aspettati.
A colpire una donna americana in crisi con il
marito e in viaggio, su un autobus di un viaggio organizzato. La coppia ha
lasciato a San Diego i figli che sono affidati ad una tata messicana che però
non può mancare al matrimonio del figlio. Nel mentre in Giappone una ragazza
sordomuta vive il disagio di un adolescenza particolarmente
difficile.
Confesso che è il primo film di Alejandro González Iñárritu che vedo, per cui non potrò riferirmi agli altri film della trilogia dello stesso autore e le mie impressioni saranno concentrate unicamente su questo. Un film denso, forse eccessivamente denso, e per molti versi difficilmente godibile. Comunque di grande intensità e bellezza in molte parti. A causa di questa sua densità e della quantità enorme degli spunti contenuti in esso, selezionerò solo quelli che mi sembrano essere più significativi e coerenti per un commento. Se i titoli hanno un senso (non sempre è così) allora questo, Babel, preso come chiave interpretativa, può aiutarci a districare la matassa. Il mito biblico è conosciuto. Nel Genesi (11,1) si narra come dopo il diluvio universale la superbia portò gli uomini a gareggiare con Dio costruendo una torre per arrivare sino al cielo. Dio decide "discendiamo e confondiamo ivi stesso la loro lingua, di guisa che essi non comprendano più la lingua l'uno dell'altro ... . E per questo la si chiamò Babel , perché colà Iahvè confuse la lingua di tutta la terra e di là Iahvè li disperse sulla superficie di tutta la terra". La confusione delle lingue, dunque, e la disseminazione terrestre come condanna, tragico effetto di una maledizione divina. Eliminando il piano della trascendenza (il film, infatti, ha poco di religioso) si possono cogliere alcuni significati che trovano espressione nella dimensione spazio temporale, nella impossibilità di dire, nel dolore insuperabile dei più deboli. Il film si dipana in apparenza in modo frammentario sia nel tempo che nello spazio con storie parallele, dove il tempo pare non seguire una logica lineare, frammentato e sospeso come frammentate e sospese sono le varie vicende che si intrecciano. Esse si svolgono in luoghi agli antipodi (nord - sud, est -ovest), nel Marocco, al confine tra gli Stati Uniti e il Messico, in oriente nel Giappone. Tutte però alla fine saranno unite da un unico filo che, nonostante l'apparente "caos", agisce carsicamente per manifestarsi nel finale. Il regista procede nella narrazione delle storie (così lontane nello spazio) con forme di raffigurazione diverse che vanno dal neo-neorealismo dell'episodio marocchino e messicano alle espressioni più alla Antonioni e alla Wenders della storia americana e di quella giapponese. Differenze nell'espressione per sottolineare anche differenze di realtà di vita e di percorsi esistenziali. Ogni storia, se pur si sviluppata in ambienti fisici e psicologici diversi, si caratterizza all'insegna di due elementi importanti: il dolore e l'assenza di comunicazione. Due ragazzi che vivono in una condizione di miseria, pastorelli marocchini, che, a causa della loro semplice e vitale giocosità gravata d'insopportabile responsabilità, si troveranno a subire una tragedia. Una coppia di americani in crisi che avvertiranno il profondo senso del dolore e dell'abbandono, una donna messicana emigrata e due bambini americani catapultati nella paura e nella disperazione, infine una ragazza giapponese sordomuta che incarna il dolore per la mancanza d'affetto e l'impossibilità della relazione. Sullo sfondo una società "globale" che, se pur in scenari geopolitici diversi, riproduce la stessa risposta. A condurre la sorte dei protagonisti e farli precipitare nel dolore sono la fatalità e il caso che li accomuna in un'unica vicenda, come solo la banalità e la stupidità del male può fare. Il colpo di fucile sparato per gioco dai ragazzi marocchini mette in circolazione una dinamica complessa di relazioni e sofferenze inesplicabili. Ciò che accade avviene fisicamente e mentalmente nel deserto: metafora di una angosciosa solitudine e del consumarsi di ogni forma di relazione e solidarietà. Tante cose lo richiamano. La profonda disperazione della ragazza sordomuta giapponese alla ricerca di affetto e dialogo in una Tokio alienata e consumistica (bella la scena nella quale appare nuda sulla balcone di casa con una Tokio notturna, dai blu cobalti, che l'avvolge nella sua freddezza, colori che ricordano quelli di Paris Texas di Wenders). Il dolore e la sofferenza, anche fisica, che compare nella coppia americana, che nei momenti della disperazione trovano, al di là delle parole, un'intima comprensione (bravi gli attori e in modo particolare Brad Pitt, che, oramai con il viso segnato da qualche ruga, riesce a dare profondità psicologica al personaggio). Così come la disperazione di Amelia (una delle figure più riuscite) che, a causa della stupidità del nipote, si trova spersa letteralmente in quella terra di nessuno (il deserto messicano a confine con gli Stati Uniti) disperatamente armata solo del suo amore, nel tentativo di salvare i bambini che ha con sé. L'arido paesaggio marocchino, lembo di terra consegnato alla povertà dove il male trova il suo sorgere, spietato come il deserto che avanza. Sì è vero, il film sembra terminare con un happy end che risolve tutto. Non è così, a pagare sono i più deboli: i bambini, che sono gli autentici protagonisti, quelli marocchini in particolare (uno muore ucciso dalla polizia, l'altro si accolla addosso tutto il male del mondo) e Amelia, la balia messicana, che inutilmente ha seguito il sogno del riscatto. Ecco il film trova in essi, nel loro sguardo impaurito e sperduto, il suo senso più profondo, la richiesta di compassione, unica risposta ad un dolore universale presente in ogni parte dell'anima e della terra. Come ha affermato il regista in una intervista: "Cosa possa rende felice un bimbo marocchino o giapponese è molto diverso, l'infelicità invece ci unisce, come la miseria e l'empatia. Babel è sulla compassione verso gli altri che poi è l'unica forma che esiste nell'umanità per abbattere le linee di frontiere che stanno dentro di noi non all'esterno. Nessuno più giudica con la compassione, si è persa. Ho cercato che in tutti i personaggi del film ci fosse questo elemento". Solo così potrà essere riscattata la dannazione della torre di Babele. [Francesco Scaringi] Discuti quest'articolo nel forum |
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