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BLOOD DIAMOND PDF Stampa E-mail
Scritto da Francesco Scaringi   
mercoledì 31 gennaio 2007
Regia di Edward  Zwick
USA 2006
138'

Un film che riesce a tenere insieme la tensione, l'azione e gli argomenti importanti.
Scarno e un po' scontato nella trama, senza complicazioni particolari nella migliore tradizione degli action movies Hollywoodiani, si immerge nell'inferno dell'Africa, un continente alla deriva, dove si concentrano tutte le contraddizioni del mondo, il "buco del culo del mondo".
La vicenda si svolge durante la guerra del 1999 in Sierra Leone dove, dietro le rivendicazioni rivoluzionarie e politiche dei signori della guerra, si cela una realtà più prosaica e nello stesso tempo allucinante e sanguinaria: il traffico dei diamanti per l'acquisto di armi con illeciti ed enormi profitti, la presenza di mercenari pronti a rinfocolare le guerre e compiere devastazioni a non finire. L'inferno, dunque, raccontato attraverso tre protagonisti con tre profili diversi. Tre sguardi che osservano e vivono la stessa realtà in modo differente e che, dalle circostanze e dagli interessi, sono costretti ad agire insieme e a costruire un comune percorso per la salvezza di tutti.

Al centro della storia che Ed Zwick (già regista de "L'ultimo samurai") racconta c'è proprio il dramma vissuto da Salomon Vandy (Djimon Hounsou) pescatore, Danny Archer (Leonardo Di Caprio) trafficante di armi, Maddy Bowen (Jennifer Connelly) giornalista impegnata.
A Salomon, in una retata nel suo villaggio, viene devastata la famiglia dai guerriglieri "ribelli": catturato, è costretto a lavorare come schiavo nelle miniere diamantifere dove trova un grosso diamante rosa che nasconde. Scoperto, scampa alla morte per miracolo. Viene, però, fatto prigioniero dalle truppe governative. Nel carcere vi è anche Archer, immischiato in una losca faccenda, che lo contatta per recuperare il diamante, salvare la famiglia di Salomon (presso un campo profughi in Guinea) e poter cambiare la propria esistenza fuggendo via dall'Africa. Tutte e due africani, uno nero e l'altro bianco, uno, povero ed onesto pescatore, che spera nel riscatto della sua famiglia attraverso il figlio che con sacrifici mantiene agli studi, l'altro, invece, costretto al cinismo per sopravvivere in un mondo dall'aspetto infernale in cui non può esserci un limite tra il bene e il male, anzi esiste solo il male che si traduce nella violenza più efferata per la sopraffazione. E scene di violenza non mancano nel film, anche se filtrate e "ammorbidite"alla maniera del soft holliwoodiano. Maddy, la giornalista, si affianca ai due e li segue nella loro infernale avventura. Diviene, in modi differenti, la salvezza per entrambi, una sorta di angelo che apre una speranza nel cuore di tutti, dove la bontà può trovare ancora posto: lo sguardo commosso dell'altro occidente contrapposto alla faccia rapinatrice delle multinazionali e dell'indifferenza politica mondiale.
Interi villaggi sterminati, donne stuprate, gente e bambini mutilati o costretti, drogati e violentati, ad impugnare le armi per diventare perfette automi di morte, volgarità, cinismo e sadismo sono il quotidiano che grandi zone dell'Africa sono costrette a sopportare sotto lo sguardo indifferente, se non complice, dell'Occidente che riesce a commuoversi solo per un istante al passaggio tra uno spot e l'altro di qualche immagine degli sterminati campi profughi, nei quali sopravvivono intere nazioni di disperati, cancellati agli occhi del mondo.
Nel percorso Archer pian piano abbandona la sua avidità e si mostra più buono di quanto possa apparire, contribuendo con la sua morte alla salvezza di Salomon e del figlio, finalmente sottratto alle atrocità e alla violenza, in possesso del diamante rosa che diviene non solo il simbolo del benessere ma anche della speranza e della possibilità che l'Africa, così ricca di materie prime, possa trovare la pace e la prosperità (anche se qualcuno durante il film esclama, con tragica ironia, "meno male che qui non c'è il petrolio").
Nel film si ricorda la sottoscrizione del Procedimento Kimberley (patto internazionale di non acquistare diamanti certificati come provenienti da zone di guerra africane) e della campagna mondiale sui diamanti insanguinati: da allora, l'espressione "Un diamante è per sempre" suscita in molti un sentimento di inquietudine e di istintiva repulsione, tant'è che sembra essere stata accantonata dalla De Beers che la utilizzava nella propria pubblicità.
Consumatori, produttori, commercianti di gioielli e oreficeria hanno scoperto che potrebbero essere stati inconsapevolmente implicati in uno dei conflitti che hanno devastato - e ancora devastano - una larga parte del continente africano (soprattutto Angola, Sierra Leone, Liberia, Repubblica Democratica del Congo).
Il Dipartimento di Stato americano ha ipotizzato che l'impatto emotivo provocato dall'uscita del film possa cancellare i risultati ottenuti con il Procedimento Kimberley sulla legittima esportazione di diamanti provenienti dall'Africa. Ora si teme un boicottaggio di diamanti da parte delle star, magari nella notte degli Oscar: l'America è infatti il maggior importatore di questo tipo di gioiello. Il film non dimentica, da parte sua, di sottolineare le carenze del Processo Kimberley, attribuendo l'origine dei traffici illeciti ad una società con sede a Londra. Contraddizioni di un mondo nel quale gli interessi leciti e illeciti vivono a stretto contatto e non sempre è facile indicare la linea di confine che li separa sia in campo economico sia in campo morale.
Il film procede con alti e bassi e a momenti di forte emozione e presa, come nelle scene di battaglia, alterna altri più banali di facile emotività (pur senza eccedere) come nel migliore stile hollywoodiano, per cui chi si redime diventa più buono del necessario e non può che morire in un gesto eroico come Archer. Comunque il film tiene, è sufficientemente compatto e dimostra una grande abilità interpretativa da parte dei tre protagonisti principali, rivelando ancora una volta la maturazione di Di Caprio che oramai può considerarsi un attore completo, dotato di tecnica e grande ricchezza di sfumature espressive. Un film che serve a valorizzare il cinema che oltre al divertimento sa dare anche riflessione e impegno. Restano nella nostra mente gli sguardi allucinati dei bambini soldati e quei tratti di natura africana che fanno da contrappunto alla devastazione che parte dell'umanità può compiere nei confronti della natura e dell'esistenza umana.

[Francesco Scaringi]
 
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