Scarno e un po' scontato nella trama, senza
complicazioni particolari nella migliore tradizione degli
action
movies Hollywoodiani, si immerge nell'inferno dell'Africa, un
continente alla deriva, dove si concentrano tutte le contraddizioni
del mondo, il "buco del culo del mondo".
La
vicenda si svolge durante la guerra del 1999 in Sierra Leone dove,
dietro le rivendicazioni rivoluzionarie e politiche dei signori della
guerra, si cela una realtà più prosaica e nello stesso
tempo allucinante e sanguinaria: il traffico dei diamanti per
l'acquisto di armi con illeciti ed enormi profitti, la presenza di
mercenari pronti a rinfocolare le guerre e compiere devastazioni a
non finire. L'inferno, dunque, raccontato attraverso tre
protagonisti con tre profili diversi. Tre sguardi che osservano e
vivono la stessa realtà in modo differente e che, dalle
circostanze e dagli interessi, sono costretti ad agire insieme e a
costruire un comune percorso per la salvezza di tutti.
Al
centro della storia che
Ed Zwick (già regista de
"L'ultimo
samurai") racconta c'è proprio il dramma vissuto da Salomon
Vandy (
Djimon Hounsou) pescatore, Danny Archer (
Leonardo Di Caprio)
trafficante di armi, Maddy Bowen (
Jennifer Connelly) giornalista
impegnata.
A
Salomon, in una retata nel suo villaggio, viene devastata la famiglia
dai guerriglieri "ribelli": catturato, è costretto a
lavorare come schiavo nelle miniere diamantifere dove trova un grosso
diamante rosa che nasconde. Scoperto, scampa alla morte per miracolo.
Viene, però, fatto prigioniero dalle truppe governative. Nel
carcere vi è anche Archer, immischiato in una losca faccenda,
che lo contatta per recuperare il diamante, salvare la famiglia di
Salomon (presso un campo profughi in Guinea) e poter cambiare la
propria esistenza fuggendo via dall'Africa. Tutte e due africani,
uno nero e l'altro bianco, uno, povero ed onesto pescatore, che
spera nel riscatto della sua famiglia attraverso il figlio che con
sacrifici mantiene agli studi, l'altro, invece, costretto al
cinismo per sopravvivere in un mondo dall'aspetto infernale in cui
non può esserci un limite tra il bene e il male, anzi esiste
solo il male che si traduce nella violenza più efferata per la
sopraffazione. E scene di violenza non mancano nel film, anche se
filtrate e "ammorbidite"alla maniera del soft holliwoodiano.
Maddy, la giornalista, si affianca ai due e li segue nella loro
infernale avventura. Diviene, in modi differenti, la salvezza per
entrambi, una sorta di angelo che apre una speranza nel cuore di
tutti, dove la bontà può trovare ancora posto: lo
sguardo commosso dell'altro occidente contrapposto alla faccia
rapinatrice delle multinazionali e dell'indifferenza politica
mondiale.
Interi
villaggi sterminati, donne stuprate, gente e bambini mutilati o
costretti, drogati e violentati, ad impugnare le armi per diventare
perfette automi di morte, volgarità, cinismo e sadismo sono il
quotidiano che grandi zone dell'Africa sono costrette a sopportare
sotto lo sguardo indifferente, se non complice, dell'Occidente che
riesce a commuoversi solo per un istante al passaggio tra uno spot e
l'altro di qualche immagine degli sterminati campi profughi, nei
quali sopravvivono intere nazioni di disperati, cancellati agli occhi
del mondo.
Nel
percorso Archer pian piano abbandona la sua avidità e si
mostra più buono di quanto possa apparire, contribuendo
con la sua morte alla salvezza di Salomon e del figlio, finalmente
sottratto alle atrocità e alla violenza, in possesso del
diamante rosa che diviene non solo il simbolo del benessere ma anche
della speranza e della possibilità che l'Africa, così
ricca di materie prime, possa trovare la pace e la prosperità
(anche se qualcuno durante il film esclama, con tragica ironia, "meno
male che qui non c'è il petrolio").
Nel
film si ricorda la sottoscrizione del
Procedimento Kimberley
(patto internazionale di non acquistare diamanti certificati
come provenienti da zone di guerra africane) e della
campagna
mondiale sui diamanti insanguinati: da allora, l'espressione "Un
diamante è per sempre" suscita in molti un sentimento di
inquietudine e di istintiva repulsione, tant'è che sembra
essere stata accantonata dalla De Beers che la utilizzava nella
propria pubblicità.
Consumatori, produttori, commercianti
di gioielli e oreficeria hanno scoperto che potrebbero essere stati
inconsapevolmente implicati in uno dei conflitti che hanno devastato
- e ancora devastano - una larga parte del continente africano
(soprattutto Angola, Sierra Leone, Liberia, Repubblica Democratica
del Congo).
Il Dipartimento di Stato americano ha ipotizzato che l'impatto
emotivo provocato dall'uscita del film possa cancellare i risultati ottenuti con
il Procedimento Kimberley
sulla legittima esportazione
di diamanti provenienti dall'Africa. Ora si teme un boicottaggio di
diamanti da parte delle star, magari nella notte degli Oscar: l'America è infatti il maggior importatore di questo tipo di
gioiello. Il film non dimentica, da parte sua, di sottolineare le
carenze del Processo Kimberley, attribuendo l'origine dei
traffici illeciti ad una società con sede a Londra.
Contraddizioni di un mondo nel quale gli interessi leciti e illeciti
vivono a stretto contatto e non sempre è facile indicare la
linea di confine che li separa sia in campo economico sia in campo
morale.
Il
film procede con alti e bassi e a momenti di forte emozione e presa,
come nelle scene di battaglia, alterna altri più banali di
facile emotività (pur senza eccedere) come nel migliore stile hollywoodiano, per cui chi si redime diventa più
buono del necessario e non può che morire in un gesto eroico
come Archer. Comunque il film tiene, è sufficientemente
compatto e dimostra una grande abilità interpretativa da parte dei tre
protagonisti principali, rivelando ancora una volta la maturazione di
Di Caprio che oramai può considerarsi un attore completo,
dotato di tecnica e grande ricchezza di sfumature espressive. Un film
che serve a valorizzare il cinema che oltre al divertimento sa dare
anche riflessione e impegno. Restano nella nostra mente gli sguardi
allucinati dei bambini soldati e quei tratti di natura africana che
fanno da contrappunto alla devastazione che parte dell'umanità
può compiere nei confronti della natura e dell'esistenza
umana.
[Francesco Scaringi]