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Scritto da Francesco Scaringi   
mercoledì 02 maggio 2007
Regia di Ermanno Olmi
Italia  2007
92'

Il percorso di un giovane professore di filosofia dalla religione dei libri alla vita secondo il Vangelo.
Se è vero quel che Olmi ha detto, ossia che "Centochiodi" è il suo ultimo film di fiction, tuttavia il maestro di certo non abbandonerà il cinema perché continuerà a produrre documentari, ritornando così alla sua origine cinematografica. Come ogni ultimo atto, anche questo, racchiude il significato della vita, sia di una vita cinematografica sia della vita più ampia che riguarda il regista ma anche ciascun uomo nella sua ricerca esistenziale. Quell'esistenza, citando Jaspers come nel film, che ormai trova in ogni atto spirituale solo mercificazione.
Per Olmi, come è già scritto in altre opere, il senso dell'esistenza è dato dalla fede e dalla presenza di Cristo. Una fede che non appare come rassicurante, da festa della domenica, ma piena di "terrore e tremore" come suggerirebbe Kierkegaard. Una fede che va interrogata sino nel profondo per saggiarne la consistenza e la verità, per verificare quale rapporto sussista tra la fede e la religione.
Olmi da questo punto di vista spiazza, non a caso questo film ha già suscitato polemiche, come accade sempre in Italia, dove la dottrina religiosa è rappresentata da un solo punto di vista, quello vaticano. La fede  è un cammino, uno scorrere, come il fiume (il Po in questo caso), che si sviluppa e si mette alla prova. Ma come? Ecco il punto da sottolineare, soprattutto oggi in un mondo in cui la religione, le religioni sono mondi chiusi, violenti e contrapposti. Si tratta di vivere il Vangelo, abbandonando la dottrina, la filosofia-teologia, la parola, il testo.
Il film narra le vicende di un giovane e famoso professore universitario che ha dedicato la sua vita alla sapienza e alla conoscenza, curando, con il suo anziano mentore, la biblioteca storica dell'università (di Bologna in questo caso), dove è raccolto tutto lo scibile umano e l'interpretazione della parola di Dio. Ad un certo punto, avvertendo la inconsistenza di questo mondo, decide di compiere un gesto simbolico e scomparire da questa esistenza per "rinascere" ad una nuova. L'atto simbolico, su cui s'innesterà nel film un processo poliziesco, è d'inchiodare i libri sul pavimento e sui tavoli. Un gesto forte e sconvolgente per il mondo nel quale vive, che immediatamente lo rinnegherà. La metafora è ben chiara. Il chiodo fissa la parola al testo, ma le parole non hanno senso perché non sono legate all'esperienza. La parola può prendere solo due strade, quella del fanatismo, che traduce in senso letterale la parola inchiodandosi ad essa, quella dell'astrazione che costruisce un mondo dottrinario che non apre all'esperienza e che inchioda al dogma o all'ipocrisia.
Per Olmi, invece, si tratta di ripercorrere il Vangelo e il cammino di Cristo, come fa Guido il professore (il Cristo del film) nella sua nuova vita alla ricerca di senso. Ed egli non può che letteralmente rinascere e riscoprire la bontà e l'umiltà del creato nella natura e negli uomini, in quegli uomini semplici, umani e perciò cristiani, di cui Olmi ci ha già tante volte narrato nei suoi film. Ecco la parola di Cristo comparire non nei libri ma nella stessa vita, negli umili gesti, nelle semplice cose della vita quotidiane, nei sorrisi, nella semplice gioia, nell'affrontare il dolore senza la disperazione. In questa dimensione il Vangelo si rivela nell'esistenza degli uomini e delle cose, perché le parole non possono dire lo spirito della natura, la bontà degli uomini, l'amicizia, l'amore e la sofferenza. C'è un sogno che appare dall'inizio. Guido (Raz Degan) si trova a ricostruire un vecchio cascinale dove cerca riparo. Intorno a lui pian piano la semplice gente del luogo si ritrova partecipe alla costruzione della casa e dunque a dividere il cibo. L'atto eucaristico fondante, quel tentativo di costituire la comunità, al cui fondamento stanno il senso del dono e lo scambio libero.
Eppure qualcosa succede. Qui il film sembra quasi capovolgere se stesso. Guido viene rintracciato dai carabinieri è portato in prigione, dove incontra il suo vecchio mentore, dolorante per la sofferenza ricevuto per la distruzione degli amati libri. Inveirà contro Guido e gli dirà che dovrà rendere conto di ciò al momento del giudizio universale. Guido con volto sconvolto risponderà "che il Dio di cui parli si deve ritenere responsabile del male e del dolore, perché è lui il male e il dolore". Un'affermazione forte, che richiama il dramma, appunto della fede, ma anche il fallimento dei libri che hanno tentato di dare spiegazione di ciò, che non hanno compreso la stessa debolezza di Dio. Guido sarà messo agli arresti domiciliari. La piccola comunità l'attende con gioia e trepidazione imbandendo una grande tavolata. L'attesa sarà vana in quanto Guido non arriverà. Un fondo amaro appare sui volti delle persone, e un interrogativo  si pone: Cristo ci ha abbandonato? O è l'uomo che non sa più ritrovare se stesso?
Il film nel suo aspetto formale è tipicamente alla Olmi, il movimento è lento, le immagini sono statiche, quasi a suggerire una profonda attenzione ai dettagli e nel contempo alla meditazione. Con attenzione, in questo film- epilogo, si può riscoprire, e rivedere, tanto dell'Olmi dei film precedenti. Raz Degan riesce con la sua recitazione, a rendere bene il personaggio richiesto dal regista. Un film da non perdere.

[Francesco Scaringi]
 
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