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GOMORRA PDF Stampa E-mail
Scritto da Maurizio Inchingoli   
venerdì 04 luglio 2008
Regia di  M. Garrone
Italia 2008
140'

"Il paesaggio della terra dei fuochi aveva l'aspetto di un'apocalisse continua e ripetuta, routinaria...
come se nel suo disgusto fatto di percolato e copertoni non ci fosse più nulla di cui stupirsi".

Prendiamo a prestito questa considerazione del libro-inchiesta di Roberto Saviano per addentrarci in un mondo che sembra lontano, ma che in realtà è molto più vicino a noi di quanto non sembra. Produciamo spazzatura, riempiamo la terra, la ingozziamo, la copriamo, ed andiamo avanti come se nulla fosse. La Camorra, o il "sistema", come lo chiamano in Campania, ha capito da tempo il potenziale economico di questo "bisogno", e ne ha lucrato in maniera cinica con fare da imprenditore consumato, rispondendo alle esigenze delle aziende italiane e straniere, con la complicità delle istituzioni e la connivenza di alcune parti della società civile campana. Tutto ciò non poteva passare inosservato per troppo tempo, il fetore prima o poi ritorna alla superficie, moltiplicato ed amplificato a dismisura. Disegnando paesaggi apocalittici e scenari al limite dell'invivibile.

Matteo Garrone si è trovato a suo agio in questo set naturale livido e violento, avendone sondato l'immaginario già nel notevole "L'Imbalsamatore", ambientato sulle spiagge di Villa Literno, sull'ormai ex bellissimo litorale domiziano della provincia di Caserta.Quel film era di fatto una prova generale per il prosieguo del suo viaggio nel sud dell'Italia, quasi a presagio di questo "Gomorra", che forse solo lui era in grado di poter girare.Le immagini della pellicola fanno male, la videocamera è attaccata alle facce dei protagonisti come a voler pedinare zavattinianamente i corpi tozzi e possenti dei ragazzi affiliati ai clan. Che adottano un linguaggio tutto loro, afono, criptico, una forma di dialetto più crudo ed imperscrutabile di quanto ci aspettassimo. Anche le voci degli attori, tutte in presa diretta, sono insolite, taglienti, impenetrabili, finanche comiche.Come le storie scelte per rappresentare solo in minima parte un mondo distante da noi solo di pochi chilometri. Gente che è pronta a tutto pur di campare, nell'inseguimento impossibile verso modelli di vita distanti anni luce dalla realtà. La droga, le macchine, i vestiti, le donne sono il loro sogno, la felicità. A costo di perdere la vita e con il rischio di morire di tumore, col materiale altamente tossico che cova sotto i loro piedi, con i prodotti della terra che fetono, e marciscono ai lati della strada.

Il filmaker romano rispetta e riesce a tradurre in maniera impressionante alcune delle storie di Gomorra, libro di per sé già altamente visionario, trovandosi a proprio agio in queste terre con fare da documentarista navigato. La lezione di grandi antropologi dell'immaginario del passato come Roberto Rossellini e Giuseppe de Santis è ben presente nei suoi e nei nostri occhi. Non c'entra il neorealismo, qui si affrontano cose e situazioni da bollettino di guerra giornaliero, che in effetti fa venire in mente la disastrata situazione dell'Italia post- bellica.Peccato però che siamo nel 2008, e le cose non sono migliorate, anzi. La spazzatura dopo un po' di tempo produce un liquido nauseabondo, e svanisce soltanto se bruciata nell'aria sottoforma di diossina. Veleno puro, morte assicurata, ed intorno le facce sconvolte, che fasciano i propri corpi con i vestiti griffati e le lampade solari, simbolo di futile benessere, in definitiva di incosciente disperazione. La presenza di Toni Servillo è intelligentemente dosata in funzione della storia: il rischio, scongiurato per fortuna, di una solistica prova d'attore invece ci induce a pensare ad una orchestra di strumenti impazziti che però funzionano tremendamente bene. Battono le strade all'unisono, amalgamati in maniera eccellente. Niente personalismi perciò, solo le storie; l'uomo è annullato, è caduto in un abisso-discarica, e prima o poi torna a galla. Con le musiche dai testi surreali dei cantanti neo-melodici napoletani, a far da contrappunto ironico alle immagini sature ed "oscene", nel senso di "o-skenè", fuori scena, per dirla con Carmelo Bene. Qui si vede quello che non avevamo mai visto prima, sembra uno scenario "porno", fuori dall'ordinario, si ha quasi paura di sbirciare. Ma non è voyerismo: è finalmente la dura realtà, si romanzata di un film, ma più vera del vero, drammatica, viva, incredibile. Assurda, insopportabile, senza nessuna ipocrisia, liberatoria, e triste.

Non a caso ho ribadito più volte il concetto di realtà applicato al cinema. Negli ultimi anni tanti registi italiani si erano volutamente tenuti alla larga da storie di questo tipo, forse per vergogna, o per mancanza di idee. C'è voluto un libro come quello di Saviano per tornare con i piedi per terra, per sentire l'odore del sangue, del sudore, della "monnezza" che tutti produciamo. Per tornare a comprendere le dinamiche di una società sempre più ripiegata su se stessa, sempre e solo rivolta alla rincorsa di una sensazione di agiatezza che stiamo perdendo, illudendoci di possederne l'anima comprando tutto quello che ci serve. Il cibo per la mente è un'altra cosa, e quello non si impacchetta e non si compra soltanto, si conquista spremendo le meningi, e si applica fin da quando ci si alza la mattina per andare a lavorare. E' dura, è vero, ma sforziamoci di farlo, faremo meno danni e cammineremo a testa alta, invece di girare lo sguardo da un'altra parte quando andiamo per strada.

Questo film puzza. Finalmente, aggiungiamo noi.

[Maurizio Inchingoli]

 
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