come se nel suo
disgusto fatto di percolato e copertoni non ci fosse più nulla di cui
stupirsi".
Prendiamo a prestito questa considerazione del
libro-inchiesta di
Roberto Saviano per addentrarci in un mondo che
sembra lontano, ma che in realtà è molto più vicino a noi di quanto non
sembra. Produciamo spazzatura, riempiamo la terra, la ingozziamo, la copriamo,
ed andiamo avanti come se nulla fosse. La Camorra, o il "sistema",
come lo chiamano in Campania, ha capito da tempo il potenziale economico di
questo "bisogno", e ne ha lucrato in maniera cinica con fare da
imprenditore consumato, rispondendo alle esigenze delle aziende italiane e
straniere, con la complicità delle istituzioni e la connivenza di alcune parti
della società civile campana. Tutto ciò non poteva passare inosservato per
troppo tempo, il fetore prima o poi ritorna alla superficie, moltiplicato ed
amplificato a dismisura. Disegnando paesaggi apocalittici e scenari al limite
dell'invivibile.
Matteo Garrone si è trovato a suo agio in questo set naturale livido e
violento, avendone sondato l'immaginario già nel notevole
"L'Imbalsamatore",
ambientato sulle spiagge di Villa Literno, sull'ormai ex bellissimo litorale
domiziano della provincia di Caserta.Quel film era di fatto una prova generale
per il prosieguo del suo viaggio nel sud dell'Italia, quasi a presagio di questo
"Gomorra", che forse solo lui era in grado di poter girare.Le
immagini della pellicola fanno male, la videocamera è attaccata alle facce dei
protagonisti come a voler pedinare zavattinianamente i corpi tozzi e possenti
dei ragazzi affiliati ai clan. Che adottano un linguaggio tutto loro, afono,
criptico, una forma di dialetto più crudo ed imperscrutabile di quanto ci
aspettassimo. Anche le voci degli attori, tutte in presa diretta, sono
insolite, taglienti, impenetrabili, finanche comiche.Come le storie scelte per
rappresentare solo in minima parte un mondo distante da noi solo di pochi
chilometri. Gente che è pronta a tutto pur di campare, nell'inseguimento
impossibile verso modelli di vita distanti anni luce dalla realtà. La droga, le
macchine, i vestiti, le donne sono il loro sogno, la felicità. A costo di
perdere la vita e con il rischio di morire di tumore, col materiale altamente
tossico che cova sotto i loro piedi, con i prodotti della terra che fetono, e
marciscono ai lati della strada.
Il filmaker romano rispetta e riesce a tradurre in maniera
impressionante alcune delle storie di Gomorra, libro di per sé già altamente
visionario, trovandosi a proprio agio in queste terre con fare da
documentarista navigato. La lezione di grandi antropologi dell'immaginario del
passato come
Roberto Rossellini e
Giuseppe de Santis è ben
presente nei suoi e nei nostri occhi. Non c'entra il neorealismo, qui si
affrontano cose e situazioni da bollettino di guerra giornaliero, che in
effetti fa venire in mente la disastrata situazione dell'Italia post-
bellica.Peccato però che siamo nel 2008, e le cose non sono migliorate, anzi.
La spazzatura dopo un po' di tempo produce un liquido nauseabondo, e svanisce
soltanto se bruciata nell'aria sottoforma di diossina. Veleno puro, morte
assicurata, ed intorno le facce sconvolte, che fasciano i propri corpi con i
vestiti griffati e le lampade solari, simbolo di futile benessere, in
definitiva di incosciente disperazione.
La presenza di
Toni Servillo è
intelligentemente dosata in funzione della storia: il rischio, scongiurato per
fortuna, di una solistica prova d'attore invece ci induce a pensare ad una
orchestra di strumenti impazziti che però funzionano tremendamente bene.
Battono le strade all'unisono, amalgamati in maniera eccellente. Niente
personalismi perciò, solo le storie; l'uomo è annullato, è caduto in un
abisso-discarica, e prima o poi torna a galla. Con le musiche dai testi
surreali dei cantanti neo-melodici napoletani, a far da contrappunto ironico
alle immagini sature ed "oscene", nel senso di "o-skenè",
fuori scena, per dirla con
Carmelo Bene. Qui si vede quello che non
avevamo mai visto prima, sembra uno scenario "porno", fuori
dall'ordinario, si ha quasi paura di sbirciare. Ma non è voyerismo: è
finalmente la dura realtà, si romanzata di un film, ma più vera del vero,
drammatica, viva, incredibile. Assurda, insopportabile, senza nessuna
ipocrisia, liberatoria, e triste.
Non a caso ho ribadito più volte il concetto di realtà
applicato al cinema. Negli ultimi anni tanti registi italiani si erano
volutamente tenuti alla larga da storie di questo tipo, forse per vergogna, o
per mancanza di idee. C'è voluto un libro come quello di Saviano per tornare
con i piedi per terra, per sentire l'odore del sangue, del sudore, della "monnezza"
che tutti produciamo. Per tornare a comprendere le dinamiche di una società
sempre più ripiegata su se stessa, sempre e solo rivolta alla rincorsa di una
sensazione di agiatezza che stiamo perdendo, illudendoci di possederne l'anima
comprando tutto quello che ci serve. Il cibo per la mente è un'altra cosa, e
quello non si impacchetta e non si compra soltanto, si conquista spremendo le
meningi, e si applica fin da quando ci si alza la mattina per andare a
lavorare. E' dura, è vero, ma sforziamoci di farlo, faremo meno danni e
cammineremo a testa alta, invece di girare lo sguardo da un'altra parte quando
andiamo per strada.
Questo film puzza. Finalmente, aggiungiamo noi.
[Maurizio Inchingoli]