Dall'uso del colore nei primi film al rapporto tra individuo e potere nelle opere successive: un viaggio nel cinema di Zhang Yimou.
Adoro il
cinema di Zhang Yimou, per me rasenta quasi la perfezione. Mi piace quell'intreccio di storie, colori, fotografia
e coraggio che è poi la cifra stilistica di questo regista che è uno dei
maggiori cineasti mondiali.
Nato a
Xi'an, nella Cina sud-orientale, dopo un'infanzia travagliata, da studente viene
costretto dal partito per motivi
politici ad abbandonare la scuola e successivamente a lavorare dapprima come operaio tessile e poi come
contadino, prima di essere ammesso con pieni voti all'istituto di cinematografia
cinese. Zhang Yimou è uno dei maggiori esponenti
della cosiddetta "quinta generazione", ossia quel gruppo di registi cinesi che
ha scelto il cinema per esprimere la propria esigenza di libertà e per criticare
la realtà. Nel Suo cinema la volontà di rinnovamento e lo spirito di denuncia si fondono con i caratteri tipici del
teatro cinese, così come è presente una straordinaria capacità di creare immagini forti, sia dal punto di vista
cromatico che da quello della messa in scena.
SORGO ROSSO [1988]
Esordisce
alla regia con " Sorgo Rosso" nel 1988, vincitore dell'Orso d'Oro al
Festival di Berlino, storia violenta ambientata
in una Cina feudale piena di usanze e di imposizioni, che appaiono molto strane ai
nostri occhi di occidentali, ma che in realtà risultano vive ancora oggi in
alcune zone della Cina. La protagonista principale è una bellissima ragazza, costretta
dalla sua contingenza a sposare un ricco e anziano distillatore, affetto da lebbra.
Dopo la morte violenta del marito, si risposa con un lavoratore che si comporta
eroicamente nel momento dell'invasione giapponese della Manciuria. "Sorgo rosso" è una "sorta" di sinfonia in
rosso, un viaggio campestre raffinato in cui la vita contadina è scandita sia dalla
violenza che dall'avventura. "Sorgo rosso" mischia momenti di folklore ad altri
drammatici e violenti.
La
vicenda narrata parte negli anni venti
del novecento, quando un gruppo di uomini rozzi trasporta dentro una portantina rossa la giovanissima Nove Fiori
per una vallata solitaria, diretti verso la casa del suo futuro e sconosciuto
sposo. L'uomo che l'attende è un vecchio
e ricco lebbroso, proprietario di una distilleria di grappa color rosso sangue,
ricavata dalle piante di sorgo, unica
ricchezza di quella zona.
Questo
vecchio possidente è riuscito ad ottenere la giovane dai suoi genitori in cambio di un
mulo. Mentre il piccolo gruppo attraversa i campi di sorgo rosso, commentando
la sorte della giovane che si troverà di fronte ad un orribile marito, un
bandito armato li coglie di sorpresa, deruba i portantini e tenta di violentare
la giovane, ma uno dei portantini, Yu, mette in salvo Nove Fiori. Il terzo
giorno dopo le nozze, come vuole l'usanza, la giovane sposa si reca in visita
presso i genitori, ma durante il viaggio, Yu che l'aveva salvata, la porta in
un campo di sorgo dove la possiede. Al ritorno dal viaggio la neo sposa si
ritrova neo vedova, poiché il vecchio marito è stato misteriosamente
assassinato. Nove Fiori assume così la direzione della distilleria conducendola
abilmente e trattando i dipendenti con
giustizia e rispetto, sposa Yu dal quale ha un figlio e vive per anni felice
con lui. Quando il loro bambino ha nove anni la zona è invasa dai giapponesi,
questi ultimi impongono ai contadini la distruzione dei campi di sorgo per la
costruzione di una strada. Terribile la scena in cui un operaio cinese viene
costretto dai giapponesi a scuoiare vivo un ribelle.
Gli
abitanti del luogo, stanchi di queste continue angherie, si uniscono per
difendere il loro paese e preparano una
trappola mortale contro gli invasori, useranno la grappa di sorgo per
confezionare bombe incendiarie. Ma l'attentato finisce in una strage, in cui
muoiono sia Nove Fiori che Yu. La strage è resa ancor più drammatica ed epica da
un'eclisse di sole che accentua questo triste epilogo. Questa opera
cinematografica è molto interessante per la sua favolosa fotografia, che pone
la massima attenzione ai dettagli ed ai particolari. I colori sono veicolo di
comunicazione nella loro valenza simbolica, il rosso è la chiave delle vicende
legate alla vita del villaggio in ogni parte del racconto: all'inizio con i
campi di sorgo che sono anche la ricchezza del villaggio, poi la grappa rossa
che è la ricchezza dei lavoratori delle terre. Il vento tra gli steli del
sorgo, il calore e il colore di una natura rigogliosa, la violenza e il
desiderio in un incontro di insolite premesse per una storia d'amore. La
giovane donna, nel corso del suo tumultuoso viaggio verso la casa del promesso
sposo, comprende che il futuro che l'attende sarà tormentato da dolore e
passioni: il marito che l'aspetta è un vecchio lebbroso, la distilleria di sua proprietà è punto di
riferimento per vagabondi e briganti. Il racconto procede tra squarci elegiaci in
un crescendo di tensione.
Alla
scomparsa del vecchio marito la bella Nove fiori ha saputo come destreggiarsi:
ha preso in mano l'azienda, fronteggiando con furbizia le scorrerie del bandito
Tre Cannoni, ha messo in riga il balordo spasimante che l'aveva posseduta,
legandolo a sé con la nascita di un figlio, ha potuto alfine gustare la grappa
del sorgo, frutto del lavoro suo e dei suoi dipendenti, in un'armonia di uomini
e ambiente felicemente ripristinata. Ma l'invasione giapponese fa esplodere
all'improvviso una nuova violenza: anche nella comunità che vive intorno alla
distilleria, il rosso del fuoco, del sangue e del dolore si uniscono in una
metafora dal forte impatto visivo.
Nella sofferenza
comune, uomo e donna ribadiscono ruoli contrapposti ed in una società in
lacerante trasformazione il brutale cammino della Storia sembra non conoscere
pietà, lasciando nel cuore e negli occhi dei sopravvissuti solo un allucinato
paesaggio di morte e desolazione.
LANTERNE ROSSE [1991]
Tutta
l'opera di Zhang Yimou si caratterizza per un'attenzione ai particolari ed una
dedizione assoluta per la fotografia e l'uso particolare dei colori, in special
modo il rosso. Nel 1991 esce "Lanterne rosse", film di fatto pluri-premiato
a livello internazionale. Si tratta ancora di una tragedia in una società
feudale caratterizzata da rigidi rituali. Siamo negli anni venti del novecento in
Cina. La giovane e bellissima Song Lian
abbandona la casa e l'università per diventare la quarta moglie del
ricco signor Chen. E' la numero quattro, la più giovane e perciò la favorita.
Ogni sera il signor Chen decide la sposa con cui trascorrere la notte deponendo
una lanterna rossa innanzi alla porta della moglie. Song Lian, tuttavia, non
riesce ad accettare la logica violenta di servilismo che si nasconde dietro
l'ordine patriarcale. Dopo aver inscenato una finta gravidanza, finisce
emarginata ed abbandonata da tutte e da tutti, e scopre ben presto l'ostilità,
l'invidia e la perfidia delle altre mogli. Questo clima torbido coinvolge Song
Lian in una spirale di violenza che la spinge alla pazzia. E forse in fondo anche
a capire le altre donne che come lei condividono lo stesso ruolo di mogli dello
stesso uomo. Dunque la diciannovenne Song Lian, in contrasto con la matrigna, ha
abbandonato l'università ed ha accettato di sposare un ricco cinquantenne,
signore di un'antica casata che ha già tre mogli: una signora anziana che gli
ha dato un figlio, un'altra donna ambigua ed infine una ex cantante ancora
attraente. Il segno del privilegio sono le lanterne rosse che il marito - padrone
fa deporre accese davanti alla stanza della sposa con la quale trascorrerà la
notte.
La prescelta gode delle ancelle migliori, di un massaggio tonificante ai
piedi e perfino del diritto di decidere i pasti del giorno dopo. Song Lian
scopre presto tutti i roghi che covano sotto le ceneri di un mondo che sembra
consistere tutto nel cortile rettangolare e nelle eleganti decorazioni
architettoniche dell'antico palazzo. La trama scorre fra false amicizie che
nascondono voglie di morte, forti gelosie ed intrighi vari che conducono a
morti e punizioni violente. L'estate successiva arriva la "quinta
signora", una bambina che nota una giovane donna che vaga come una sonnambula
nel cortile: è Song Lian diventata pazza. Ed adesso il rosso però è il colore
della follia. In "Lanterne rosse" la messa in scena è perfetta e tutto si
incastra armoniosamente. Insomma un capolavoro estasiante, una sintesi sublime
di storie colori suoni fotografia e coraggio. Rosse sono le lanterne che danno il
titolo come rosso era il sorgo del suo primo film. Il rosso appartiene alla storia ed alla cultura della
Cina. E' presente nelle sue cerimonie e nella sua pittura popolare. Ed è anche
il colore che simbolizza le tre fasi della vita ossia nascita, matrimonio e
morte. La trama appare costruita intorno al colore rosso, colore della vita che
ne "Lanterne rosse" appare trattenuto a forza nelle mura di una ricca residenza
della Cina feudale, in cui tutto è rituale ed al contempo tutte le comparse di
questo film appaiono per così dire "spersonalizzate". L'uso del colore fa parte
di una ricerca della perfezione, presente poi anche in molta parte della
produzione successiva dell'estro creativo di Zhang Yimou ... rappresenta una
cifra del suo immenso talento.
LA STORIA DI QUI JU [1992]
Per parlare del
rapporto individuo-potere, che a mio avviso è uno dei nodi centrali di
tutta l'opera cinematografica di Zhang Yimou occorre esaminare la produzione del cineasta cinese successiva a " Lanterne rosse". Zhang Yimou
realizza nel 1989 " Ju Dou", film che non ho ancora avuto l'opportunità di vedere e poi nel 1992 " La storia di Qui
Ju". Storie di primi piani. "La storia di Qui Ju" si chiude su una immagine
della bellissima Gong Li e ritorna in mente un altro grande primo piano del
cinema di Zhang Yimou, quello che apre appunto "Lanterne rosse". Il volto è lo
stesso: Gong Li è ora la contadina cocciuta Qiu Ju che sfida il potere, che
oppone la sua fragile dignità alla macchina possente della legge e dello stato,
mentre in "Lanterne rosse" era la bellissima e raffinata Songlian che
si ribellava al mondo arcaico e maschilista. Molte cose sono cambiate: dalla
Cina degli anni Venti si è passati a quella contemporanea. I rituali di un
palazzo feudale hanno lasciato il posto ai modi spicci della cultura contadina.
Ma Zhang Yimou rimane fedele alla passione di cui vive il suo cinema:
l'intuizione sofferta dell'opposizione tra individuo e potere. In "La storia di
Qiu Ju" è ancora una donna a patire questa opposizione. Anche nei film
precedenti vengono narrate storie di donne in rivolta contro il potere maschile,
pur non essendo il cinema di Zhang Yimou riducibile ad una mera questione di
ruoli sessuali. Caso mai è a partire dai ruoli sessuali che si illumina una
dimensione che travolge uomini e donne. In "Lanterne rosse" il marito-padrone
ha tutto il potere nel e del palazzo poiché la storia gli dà un ruolo che il
cinema, giudice silenzioso, gli nega. È vertice del sistema di dominio
materializzato nei rituali rigidi della casa, ma alla fine è anch'egli sua
trascurabile appendice, incatenato all'ordine del suo mondo. Questa violenza
oggettiva del potere o del dominio, questa sua vocazione a schiacciare i
singoli, uomini o donne che siano, è appunto il nocciolo centrale, il cuore di "La
storia di Qiu Ju". Il cinema di Zhang Yimou non denuncia in modo diretto ma lo
fa semmai in maniera indiretta, allusiva. "La storia di Qiu Ju" è realistica
come può esserlo una favola. Della favola ha infatti le ripetizioni e la
morale. Tutta la vicenda non è che la ripetizione della discesa di Qiu Ju dal
suo villaggio di montagna verso la pianura che serve anche a mostrare il profondo
cambiamento della Cina di questi anni. Il passaggio è dalla semplicità
immediata di un mondo rurale fatto di individui verso la complessità mediata di
un mondo post-moderno. Ogni volta, quella discesa si fa più complessa, più
radicale. Ogni volta, cresce la distanza dal punto di partenza, ossia dalla
semplicità immediata degli individui. D'altronde le favole procedono con un
accumulo di ripetizioni e con un'attesa suggerita e indotta. Che i burocrati
abbiano l'anima, che tutti i burocrati di "La storia di Qiu Ju" ne abbiano una
che ci sembra irrealistica, è essenziale alla trama. Se non ce
l'avessero, se fossero come in genere sono i burocrati, non ci sarebbe più modo
per riconoscere la morale della favola. I singoli burocrati, a partire dallo
stesso Wang, non sono mostri di malvagità. Al contrario, sono funzionari ideali
messi in scena per mettere in risalto il carattere oggettivo del potere. Più e
meglio di Songlian, Qiu Ju è una donna in rivolta che vuole giustizia. Wang, il
capo del villaggio di una zona contadina della Cina del Nord da cui proviene Qui Ju, ha colpito suo marito
al basso ventre con un calcio. Wang ha agito in un momento d'ira, dopo che
l'avversario, la cui moglie è incinta, gli ha rinfacciato di non poter più
avere eredi maschi, infatti è già padre di quattro femmine e la pianificazione
delle nascite gli proibisce di mettere al mondo altri bambini. La sua reazione,
tuttavia, è stata troppo violenta e ora Qiu Ju pretende le scuse. Ma non c'è
niente da fare poiché Wang non vuole perdere la faccia di fronte al villaggio.
Accetta sì una mediazione di un bonario poliziotto che propone di risarcire le
spese mediche, ma in quanto a scusarsi neanche a parlarne. Anzi, getta i soldi
a terra, pretendendo che la donna gli si chini davanti per raccoglierli. La
giovane sposa non è tuttavia tipo da arrestarsi di fronte alle difficoltà.
Accompagnata dalla cognata, affronta duri viaggi invernali sotto la pioggia e
la neve per incontrare funzionari di volta in volta più importanti
dell'amministrazione giudiziaria. Lei, contadina, si avventura nella grande
città: inesperta, sembrerebbe avere la peggio se qualcuno, per sua fortuna, non
finisse sempre per prenderne a cuore il caso. Ma una notte, mentre il marito è
lontano, arrivano le doglie ed è proprio Wang il solo che la può aiutare.
Dunque Qui Ju non vuole il denaro di Wang ma vuole le sue scuse. Con coraggioso
ottimismo, con chiara determinazione, cerca il riconoscimento della sua
dignità, la proclamazione della sua ragione. E li vuole proprio dalla struttura
del potere. La favola potrebbe avere un lieto fine, ma in effetti non va a
finire proprio così. Wang le salva la vita, e Qiu Ju ritiene chiusa la lite: oramai
le leggi e i tribunali possono ritirarsi sullo sfondo, lasciando il campo agli
individui. Ma non è questo il carattere del potere, che non conosce ragioni
soggettive, che non si adatta agli individui e alle loro esigenze interiori. Wang
è arrestato e la donna in rivolta è costretta a guardare negli occhi il gelido
mostro ed il coraggio e l'ottimismo si scoprono sconfitti. Come in quello di
Songlian, nel primo piano di Qiu Ju ora c'è consapevole spavento. La storia di
Qiu Ju segna in apparenza una forte rottura con l'opera precedente di Zhang
Yimou. Mentre " Sorgo rosso" e " Lanterne rosse" privilegiavano immagini raffinatissime
e una cura quasi maniacale delle scenografie, questa volta prevale il massimo
di realismo, con molti attori non professionisti ed una "sorta" di cinema
sporco. Ma, a ben guardare, restano le costanti di fondo: il ruolo centrale del
personaggio femminile, la sua lotta solitaria contro l'oppressione,
l'attenzione amorosa per i dettagli, a partire dall'amatissimo colore rosso,
presente in ogni inquadratura in questo ennesimo capolavoro del cinema di Zhang
Yimou.
VIVERE [1994]
Nel 1994 è la volta di " Vivere!", che narra
venti anni di storia della Repubblica popolare cinese, dalla seconda metà degli
anni '40 sino alla rivoluzione culturale, attraverso le dolorose traversie di
Fugui, ex ricco e animatore di un teatro ambulante delle ombre, e di sua moglie
Jazhen. La trama di "Vivere!" in apparenza sembra raccontare alcuni
decenni di avvenimenti storici vissuti fra mura domestiche, dove si piange e si
ride, dove qualcuno muore e altri tirano avanti. Negli anni Quaranta Fugui è un
giocatore di dadi che perde al gioco la casa del padre, che ne muore di
crepacuore. L'inizio del film racconta la casa da gioco animata dal teatro
d'ombre che il protagonista, dilettante di quest'arte, avrà in prestito dal
padrone Long. Con il suo teatrino, Fugui batte l'intero paese finché nel 1949
finisce prigioniero dell'esercito contro rivoluzionario. In mezzo all'epica
avanzata dell'esercito rosso, il nostro eroe sperduto e perdente si rende conto
che in guerra sopravvivere è tutto. Tornato a casa, Fugui apprende che sua
figlia è diventata muta e intanto Long viene giudicato e fucilato come
proprietario, tanto che il protagonista commenta: "Se non mi fossi giocato
la casa sarei stato fucilato io... E' bene essere poveri". Ottimista o
rassegnato, l'uomo accetta i miti del nuovo regime, speranzoso che con Mao:
"si mangeranno ravioli tutti i giorni". In questi venti anni la
famiglia subisce lutti e avversità. Ad un certo punto arriva perfino l'ordine
di bruciare il teatro d'ombre, poiché ciò che è vecchio è antirivoluzionario.
Un operaio zoppo, attivista delle Guardie Rosse, accetta di sposare la figlia
muta ed il matrimonio si svolge in divisa, agitando il libretto di Mao. Però
poi la giovane muore di parto perché nell'ospedale i medici bravi sono stati cacciati
dalle giovani infermiere contestatrici e non serve ripescarne uno, all'ultimo
momento, reso quasi folle dalle privazioni e dalla fame.
La trama ed il racconto di "Vivere!" sono quasi stoici: chi è
riuscito a salvarsi dalle imboscate della storia, forse ce la farà di nuovo. Gong
Li ancora una volta incarnando una madre dolorosa ci conduce attraverso le
emozioni di un film che alterna scene di massa con momenti di intenso
intimismo. E questo mi pare sia il messaggio che un grande cineasta quale è
Zhang Yimou mandi dall'interno di una società vulnerata e ancora incerta sulla
via da intraprendere verso un avvenire migliore. Zhang Yimou si mantiene
lontano da sofisticazioni stilistiche, divagazioni allegoriche, preoccupato
soltanto di ricreare l'estenuante lotta per la sopravvivenza di Fugui e della
sua famiglia in un Paese sottoposto alle prove più difficili. Il tutto con
umana pietà, tenerezza per i suoi personaggi, commozione e partecipazione
emotiva, non disgiunta da un'ironia di fondo. Come quando marito e
moglie, travolti dalla Rivoluzione culturale, si guardano dolcemente negli
occhi per poi sussurrarsi: "ora siamo massa popolare!". Dunque un
film "semplice", "storico" e "popolare", nel
senso più elevato di questi termini, che alterna scene epiche di battaglia ad
altre più intime. Il motivo conduttore del teatrino delle ombre serve ad
alleggerire la dolorosa vicenda, ma è ammirevole anche la misura con cui Zhang
Yimou riesce a tenere in equilibrio il privato e il pubblico, a collegare le
vicende di Fugui e della sua famiglia con i drammatici avvenimenti storici, a
suggerire la dimensione dell'assurdo del "Grande Passo in Avanti" e
della "Rivoluzione Culturale" senza forzare le tinte. Per
ripercorrere questo lungo affresco, il cinasta cinese si serve di uno stile
alquanto eterogeneo, mettendo in campo insegnamenti e suggestioni provenienti
da tutta la storia del cinema: il melodramma, il comico, il cinema epico con le
sequenze di largo respiro delle battaglie s'intrecciano a scene di sottile
ironia. Anche una certa riflessione sul teatro delle ombre in quanto metafora
del cinema, sul suo mutare funzione a ogni nuovo padrone, fino alla sua
distruzione totale in una civiltà della comunicazione e massificazione globale,
entra a far parte del gioco. Insomma un'altra grande riflessione sul rapporto
individuo-potere, ed in forma più generale sul rapporto fra individuo e storia.
KEEP COOL [1997]
Invece " Keep Cool" del 1997 è la storia di un
irruente e balbettante venditore di libri e l'anziano, mite ricercatore che
cerca di dissuaderlo dal vendicarsi col sangue del nuovo ricco che l'ha fatto
malmenare per ragioni di donne. Si tratta di una commedia critica, razionale,
lucida la cui trama serve per descrivere in maniera ironica e sarcastica come
Pechino possa apparire più caotica e consumistica di Hong Kong, abitata da
gente stressata, affamata di soldi, con dislivelli sociali accentuati come
nell'Occidente capitalista e con una preoccupante deriva verso la perdita di
una identità culturale. Discoteche blu, telefonini e cercapersone, casino e
frastuono, fretta e nervosismo, gente sempre attaccata alla bottiglia d'acqua
minerale come negli stati occidentali, gangster in grosse macchine, computer e
software, il protagonista tutto in jeans con testa rasata e collana d'oro,
ragazze eleganti pazze per lo shopping, grattacieli, risse continue, luci
fluorescenti e tutto ciò a dispetto del titolo che tradotto vorrebbe
significare: stiamo calmi! Secondo me il film mostra come si vive oggi a
Pechino, fra tradizioni e post modernità, fra fame di soldi e ricerca di
valori. Nel ritrarre Pechino, Zhang Yimou sembra sussurrare alle orecchie dello
spettatore: stiamo calmi, dialoghiamo anziché aggredirci! Inoltre questo film
narra anche dei dislivelli sociali che nascono da una non equa amministrazione
delle leggi dato che poi i protagonisti vogliono farsi giustizia da soli con
metodi arcaici come ad esempio il taglio della mano! Per descrivere tutta
questa ingiustizia Zhang Yimou usa i toni della commedia con tinte che vanno
dal comico al grottesco.
Film girato sempre con la macchina a mano, il cui movimento
sussultorio contribuisce a dare a "Keep Cool" e alla Pechino
descritta un ritmo inquieto, frammentato, affannato il tutto ulteriormente
accentuato da una colonna sonora sospesa fra pop cinese e canzoni melodiche
fino al vecchio inno delle Guardie Rosse. Lo sconcerto, l'ironia e forse la
malinconia per il Paese mal cambiato si esprimono attraverso una storia buffa:
un negoziante di libri deciso a riconquistare l'amore d'una ragazza bella,
elegante e sexy che gli ha preferito un losco proprietario di locali notturni.
Il protagonista principale nel momento in cui viene malmenato, fatto picchiare
dal proprietario di locali notturni vuole vendicarsi, mentre un ricercatore che
nella rissa ha avuto distrutto l'amato computer vuol vendicarsi di lui e d'un
cuoco aggressore. Dunque "Keep cool" descrive il cambiamento della
Cina che abbandonati i vecchi valori sta inseguendo quelli occidentali, quasi
senza fare i conti con un passato la cui memoria s'attenua e con un presente
nel quale si mescolano alla rinfusa biciclette e telefonini, computer e
karaoke. Non a caso, in una piccola parte del film appare lo stesso Zhang Yimou
che tirando un carretto stracolmo di ciarpame e vecchie cose, attraversa lo
schermo ossia, un enorme spiazzo vuoto sovrastato da gelidi grattacieli, quasi
fosse l'ironico robivecchi d'una storia e d'una cultura millenarie. La poetica
di questo immenso cineasta non è soltanto specchio di una visione sociologica:
è creatore d'un suo proprio mondo. In "Keep Cool" fin dalle prime inquadrature,
la macchina da presa sempre tenuta in mano ha il ruolo di un grande occhio
curioso. E tutto questo finisce per darci l'impressione che siamo proprio noi a
reggerla, questa macchina da presa in movimento continuo, che siamo proprio noi
a osservare il mondo attraverso questo grande occhio curioso. La continua
mescolanza fra primi piani e improvvisi piani totali crea una "sorta"
di disorientamento rafforzato da immagini di particolari ingranditi fino a non
essere più riconoscibili, sgranati a tal punto e montati con un tale ritmo da
trasformarsi in puro colore e in movimento astratto, come nella splendida
sequenza in cui il protagonista viene assalito e brutalmente picchiato. C'è qui
anche una felicità creativa dell'occhio oltre alla questione sempre posta dal
cinema di questo immenso cineasta sul rappporto tra libertà e potere, tra
individuo e sistema. Infatti Zhang Yimou è testimone della realtà in mutamento
del suo Paese e per estensione di tutto il mondo e lo fa creando e ricreando
mondi e storie in grado di superare confini geografici e culturali e
soprattutto ammaliando lo sguardo di noi spettatori.
NON UNO DI MENO [1999]
Nel 1999 è la volta di " Non uno di meno". In un
lontano villaggio della campagna cinese, dove le strutture sono modeste e il
livello di vita è molto povero, il maestro Gao deve assentarsi per un mese per
andare ad assistere la madre gravemente malata. Per sostituirlo il sindaco
sceglie Wei, una ragazzina tredicenne senza alcuna esperienza d'insegnamento.
Prima di partire, Gao raccomanda a Wei di fare in modo che nessun allievo si
ritiri dalla scuola durante la sua assenza. Con la promessa di un compenso di
cui ha molto bisogno, Wei si appresta ad affrontare un compito che però si
rivela molto difficile: i bambini sono irrequieti e spesso preoccupati per le
molte difficoltà che vivono in famiglia. Quasi inevitabilmente dunque una
mattina il piccolo Huike i cui genitori sono fortemente indebitati, lascia la
classe, scappa dal villaggio e va in città a cercare un lavoro. Wei non ha
esitazione e decide di andare alla sua ricerca. Nel panorama urbano confuso e
disordinato, Wei affronta situazioni del tutto sconosciute. Alla fine una rete
televisiva viene a conoscenza della sua storia e ne fa oggetto di un servizio
specifico. Huike allora ricompare. Quando tornano al villaggio, la troupe li
segue e insieme porta una serie di oggetti raccolti grazie alle donazioni e per
la scuola si aprono nuove prospettive. Intanto i bambini scrivono sulla lavagna
con tanti gessetti colorati. Intimidita, ma salda nel suo piccolo coraggio la
piccola maestria Wei fronteggia la sguardo della televisione. Il suo volto si
riga di pianto. Poi, in controcampo e in primo piano, Zhang Yimou inquadra
l'obbiettivo della telecamera. A quest'occhio mostruoso la ragazzina ora chiede
aiuto. A questo interlocutore muto, che la scruta minaccioso, la supplente del
maestro Gao affida la disperata speranza di ritrovare Huike.
Potrebbe finire qui, "Non uno di meno". Il cammino
della tredicenne Wei si è compiuto. Dalla povertà d'una scuola sperduta in un
angolo della Cina contadina, la maestrina Wei ha ripercorso in pochi giorni la
storia recente del suo paese. In città, del villaggio di Shuiquan e della sua
scuola elementare non c'è neppure il ricordo. Là, in un'antica povertà, i
gessetti per la lavagna sono un bene prezioso. La, il prezzo d'una Coca Cola è
misurato in mattoni: quante centinaia, quante migliaia occorre trasportarne,
per riceverne un compenso sufficiente a comprarsi una di quelle lattine rosse
che vengono da lontano? In città invece, fra centinaia di auto e migliaia di
biciclette, in una concitazione che ricorda quella di "Keep Cool",
sembra che trionfi, se non l'opulenza dell'Occidente, almeno una sua imitazione
o forse il desiderio d'una sua imitazione. C'è anche questo, in "Non uno
di meno" ossia questa descrizione, talvolta rammaricata, d'una società che
si trasforma velocemente, radicalmente. In pochi decenni, una storia e una
cultura millenarie hanno dapprima conosciuto e poi sempre più percorso la
post-modernità. Terribili miserie sono state vinte. Tuttavia altre e nuove
miserie minacciano di prendere il posto delle antiche. Tra esse c'è l'ineguale
distribuzione delle risorse.
E poi ci sono il lavoro minorile e l'abbandono diffuso della scuola. Dunque la
poetica di questo cineasta continua ad avvicinarsi a queste tematiche pur
essendo espresse in veri e propri capolavori. Lo sguardo di Zhang Yimou è
capace di vedere e mostrare il vuoto apparente della campagna cinese,
trasfigurandolo in un pieno d'umanità, di descrivere i rapporti tra gli adulti
e i ragazzini, i sentimenti e i desideri, i discorsi e i volti in modo
immediato e complesso al contempo. Per cui alla fine anche i nostri occhi
partecipano a questa vicenda, narrata in questi ambienti rurali dai colori
bellissimi, della giovanissima insegnante Wei e la sua caparbietà ingenua ed il
suo coraggio. Insomma un altro grande ritratto di donne in rivolta del cinema
di Zhang Yimou. Come alla protagonista di " La storia di Qiu Ju"
a cui tocca affrontare la burocrazia della città, E in città, appunto, che la
caparbietà della ragazzina si libera della sua casualità, e cresce fino a
diventare coraggio consapevole. Non sono più i 60 yuan promessi dal maestro Gao
che la spingono a cercare Huike. La muove un sentimento ben più forte: una
nostalgia di colori chiari e netti, di colline e campi assolati, di rapporti
immediati, una povertà senza miserie, anche se poi alla fine pare che la
generosità virtuale trionfi: la televisione ritrova Huike e porta a Shuiquan
una promessa e un desiderio d'opulenza. Ma il film ha anche un primo finale,
ben più addolorato: con il volto bagnato di pianto, e poi dopo qualche attimo
di silenzio con coraggio, la maestria Wei guarda in macchina e sta per parlare.
Proprio allora, rovesciando la prospettiva del cinema, Zhang Yimou inquadra
l'obbiettivo della telecamera: interlocutore muto, occhio mostruoso. Ed è come
se all'ingenuità felice della maestrina Wei ora toccasse d'esserne divorata.
Amara riflessione sul rapporto essere umano e mezzi di comunicazione di massa,
fra individuo e potere!
LA STRADA VERSO CASA
[1999]
" La strada verso casa" datato 1999 è il film che
più ho amato e che più mi è rimasto impresso fra tutti i film di Zhang Yimou che
ho visto ed è quello che forse ha meno a che vedere col discorso che sto
portando avanti in questo articolo. Stranezza e potenza del ricordo, io adoro
questo film! La trama di questa meravigliosa opera d'arte si dipana intorno
alle vicende di Luo che ritorna al villaggio natale nel nord della Cina, per
l'improvvisa morte del padre avvenuta durante la sua permanenza in città. Lo
zio e il capo del villaggio lo informano delle ultime volontà del padre e dei
funerali che dovranno essere celebrati, secondo la madre, osservando le antiche
tradizioni rituali: la madre desidera che il marito venga portato "a
braccio" sulla strada verso casa e che un drappo tessuto di sua mano ne
avvolga le spoglia. A Luo tutto questo sembra, all'inizio irragionevole, ma la
memoria dell'amore straordinario che unì indissolubilmente la madre e il padre
lo convincerà a onorarla come si onora un testamento. E così se il presente si
scolora in un bianco e nero raffreddato dalla neve, il passato si dipinge dei
colori dell'amore. E nella lunga "strada verso casa" la storia
individuale dei genitori che sono entrambe due maestri diventa la Storia di un popolo che può
pensare il futuro solo celebrando il passato. Allora il regista reintegra ciò
che la Rivoluzione
culturale aveva rimosso: la tradizione e l'individualità. Luo ricorda e dal
bianco e nero nasce il colore. Quasi come al padre, anche a lui la madre mostra
il cammino che lo riporterà indietro, al tempo dell'infanzia e della prima
giovinezza. Di lei, infatti, sono i ricordi che ora lui stesso ricorda e che
anzi ricostruisce e re - inventa e che sullo schermo s'accendono di luci e
colori. Per quanto l'io narrante esplicito di "La strada verso casa"
sia Luo, la prospettiva dalla quale Zhang Yimou ne vede e ne mostra immagini,
idee ed emozioni è piuttosto una prospettiva femminile come ad esempio
attraverso l'immagine della madre di Luo, appunto Zao, coraggiosa come tutte le
donne descritte da Zhang Yimou che silenziosamente ed eroicamente capovolge una
condizione antica d'inferiorità sociale. Lo fa con una determinazione e insieme
con una dolcezza che sono pari solo alla certezza solare dell'amore per suo
figlio Luo.
Accanto alla determinazione e alla dolcezza, si dipana questo film in
cui il presente cerca e trova se stesso nel passato riuscendo a immaginare una
nuova apertura verso il futuro. Con emozione, con sorpresa e con calore, dal
volto ormai sfiorito della madre il figlio vede riemergere la fanciulla che fu
e che di sicuro lui non ha conosciuto. O che ha solo intuito negli anni
dell'infanzia e della prima giovinezza, che ha forse sospettato in quel che ne
restava e che però, anno dopo anno, ha finito per dimenticare, come se fosse
appartenuta a un tempo del tutto altro, senza continuità con il proprio. E quel
suo tempo, in tal modo, ha finito per apparirgli come un presente senza radici,
senza inizio. Quello che lo induce alla riscoperta della memoria o forse ad una
sua postuma ricostruzione e re - invenzione è un piccolo, grande gesto della
madre che si aggiunge alla sua decisione di riportare a casa il padre morto
secondo l'antico rituale ormai abbandonato: a piedi, reggendolo a spalla, gli
amici di tutta una vita gli mostreranno la via che, dalla città dove è morto,
lo ricondurrà al villaggio e a casa. Gli parleranno, durante il cammino,
rivolgendosi a lui e chiamandolo per nome, come se ancora fosse lì tra loro,
insieme con loro. Ma prima ancora, nell'attesa di quel ritorno, lei tesserà un
drappo da posare sulla bara. Ora, appunto, Zao è al telaio, un vecchio arnese
di legno che ha conservato per quarant'anni e che un artigiano rimette in
sesto. Sulle immagini di lei che tesse, che intreccia veloce e attenta fili
antichi, altre immagini riemergono, come per una profonda analogia emotiva.
Qui, dunque, il film passa dal bianco e nero al colore, prima sullo splendore
cromatico di un'estate lontana, poi sul rosso acceso d'un altro drappo che,
diciottenne, Zao tesse per la nuova scuola del marito. È profondamente
femminile, il suo gesto al telaio. Così come per il suo panno, con la stessa
cura Zao tesse il suo amore. Femminile, ancora, è la premura con cui prepara il
cibo per il marito, portandolo poi dove lui, con gli altri uomini, è intento a
costruire la scuola. Anche qui, ben più che un ruolo di subordinazione, si
intuisce un antico luogo dell'immaginario, una potenza simbolica che scavalca
il tempo. E lo stesso accade per la tenacia con la quale attende il ritorno del
suo innamorato e per la scelta coraggiosa che la porterebbe da lui, nella città
lontana, se l'inverno poi non la vincesse. Ritorna in mente la Cina occidentalizzata di
" Keep Cool" e sembra quasi che Zhang Yimou, proprio come Luo,
stia ricreando, reinventando una madre dimenticata. Ossia una cultura antica,
un tempo dell'inizio. La memoria del passato apre al futuro: così l'io narrante
chiude "La strada verso casa", tornato al bianco e nero. "La
strada verso casa" è un'elegia straziante sulla vita che ci sfugge inesorabilmente,
un canto d'amore per la giovinezza e per la primavera dei sentimenti, una
canzone sulla forza della passione capace di superare ogni avversità e che
affida all'immortalità questo film e direi tutta l'opera cinematografica di
questo grandioso cineasta. Dopo "La strada verso casa" Zhang Yimou ha
girato " La locanda della felicità", " Hero",
" La foresta dei pugnali volanti", " Mille miglia
lontano" e " La città proibita". E io non ho più
parole!
[Mariano Lizzadro]
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