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Il Divo PDF Stampa E-mail
Scritto da Maurizio Inchingoli   
giovedì 10 luglio 2008
Regia di  Paolo Sorrentino
Italia 2008
110'

Come Nosferatu nel celebre film di Murnau, il Divo si aggira per i meandri della politica italiana più melmosa degli ultimi cinquanta anni.
 
L'andatura felpata, felina e geometrica quasi di Toni Servillo, riesce bene a rendere il cammino di quest'uomo che ha condizionato le nostre vite, e la società italiana tracciandone un solco profondissimo. La presenza dell'attore feticcio del regista napoletano schiaccia e rende imponente questo ultimo lavoro, che fino a poco tempo fà era avvolto nella nebbia più fitta. Indubbiamente per via dei fatti che andava ad analizzare: eventi tragici, incredibili ed assurdi, che hanno avuto per protagonista sia Giulio Andreotti, ma anche la Democrazia Cristiana tutta, a partire dai collaboratori più stretti dello statista italiano. Che vengono descritti in modo volutamente parossistico da Paolo Sorrentino, come facenti parte di una congrega diabolica che era in grado di cambiare le sorti della storia della nostra nazione, ma anche e soprattutto le proprie.
E' un film difficile "Il Divo". Complesso, buio, dalle enormi problematiche, impossibile da descrivere quasi. Devo ammettere che faccio una certa fatica a mettere insieme delle parole sensate per descrivere tale sublime "mostruosità" visiva al limite del grottesco. La presenza degli attori è funzionale alla storia, come in coro, i personaggi sono complici di un disegno più grande di loro, ma fedeli ai precetti dispensati da tale figura criptica e drammatica. I colori e le ambientazioni della pellicola sono lividi, saturi, tetri, grazie alla fotografia di Luca Bigazzi, estremi. Si ha la sensazione di vivere in uno scenario lynchiano, ma la prima cosa che viene in mente è quella di un tributo alle malsane atmosfere dei film di Elio Petri. "Todo Modo" prima di tutti, vuoi anche per le contiguità della storia e, diciamolo pure, per l'istrionica presenza di Servillo, che ormai si può definire come il più degno erede di Gian Maria Volontè. Stesso carisma, stesso phisique du role, stesso atteggiamento nei confronti dei personaggi che và ad affrontare. Geniale il suo "ricordare" Andreotti. Evocare, non imitare pedissequamente, badate bene.
Tante le scene madri di questa pellicola-fiume che rimarrà nella storia del mai morto cinema italiano, checchè ne dicano alcuni critici odierni. E' solo che quando leggo articoli sulla presunta agonia dell'odierno cinema nostrano mi viene da sorridere, perchè si citano sempre i soliti nomi da botteghino. Mentre si dimentica che un cinema e basta, non "italiano", ma di qualità, esiste eccome. Basta vedere le ultime prove di Sorrentino appunto, ma anche di Garrone, di Ciprì e Maresco, Crialese, Capuano, Piva, un certo meno compromesso Rubini, per citare solo i più "noti". Altro che i soliti Manuali d'Amore ed i piagnistei degli Ozpetek e dei Tullio Giordana di turno. Purtroppo la critica nostrana ha un grande difetto: è pigra da far venire il vomito, e parla soltanto imbeccata dalle case di produzione e dalle tv dei soliti film con attricetta famosa di turno, invece di sforzarsi ed alzare il culo dalla propria scrivania, e scovare opere d'autore che gli stranieri ci invidiano. C'è voluto il festival di Cannes per accorgersi , ad esempio, che il sud del belpaese è uno scenario perfetto, disastrato ed al limite, quindi filmabile? Ci volevano Garrone e Saviano per ricordarci che siamo una nazione allo sfascio, e che anche per questo riusciamo a dare il meglio di noi stessi?
Ne "Il Divo", che è un film notevole e temerario, la maggior qualità è quella di avere finalmente il coraggio di parlare di argomenti dimenticati, volutamente, in favore di storielle becere architettate da sceneggiatori pigri e rinchiusi nelle loro preziose torri di avorio. Dove si era mai vista una cura per i dettagli, per il sound design, per le musiche, così peculiare in Sorrentino, prima d'ora? Le musiche paranoiche ed oscure di Teho Teardo, alternate a quelle di artisti italici e stranieri, sono una delle grandi qualità di questo lavoro. Alternate alle prove attoriali di una mostruosamente brava Anna Bonaiuto, ma anche di Carla degli Esposti, o di Massimo Popolizio.
Al cinema di casa nostra non mancano certo i talenti; e neanche le storie. Mancava in sostanza il coraggio di guardarsi attorno, di affrontare di petto i mali della nostra società. Le fiction le fanno già ( e male ) le tv. Al cinema si và per vedere qualcosa di diverso ed "altro". Per apprezzare la larghezza delle immagini e la profondità dei personaggi. Al cinema si và per uscire di casa, con buona pace delle tv a pagamento, e dei decoder che ci spacciano per novità da avere assolutamente. Film come questo hanno il pregio di farci ritornare umani, di fare i conti con la storia, finalmente, anche quella più recente, che i media più furbi vogliono assolutamente farci dimenticare.
Riscoprendo "l'atto di vedere attraverso i propri occhi", parafrasando uno strepitoso film di Stan Brakhage.  O più semplicemente, come dice Enrico Ghezzi: al cinema "dovrebbe esserci scritto: state per vedervi vivere le prossime due ore della vostra vita".
Chi ha "occhi" per intendere...

[Maurizio Inchingoli]

 
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