Come Nosferatu nel celebre film di Murnau, il Divo si
aggira per i meandri della politica italiana più melmosa degli ultimi cinquanta
anni.
L'andatura felpata, felina e geometrica quasi di Toni
Servillo, riesce bene a rendere il cammino di quest'uomo che ha
condizionato le nostre vite, e la società italiana tracciandone un solco
profondissimo. La presenza dell'attore feticcio del regista napoletano
schiaccia e rende imponente questo ultimo lavoro, che fino a poco tempo fà era
avvolto nella nebbia più fitta. Indubbiamente per via dei fatti che andava ad
analizzare: eventi tragici, incredibili ed assurdi, che hanno avuto per
protagonista sia GiulioAndreotti, ma anche la Democrazia Cristiana
tutta, a partire dai collaboratori più stretti dello statista italiano. Che
vengono descritti in modo volutamente parossistico da Paolo Sorrentino,
come facenti parte di una congrega diabolica che era in grado di cambiare le
sorti della storia della nostra nazione, ma anche e soprattutto le proprie.
E' un film difficile "Il Divo".
Complesso, buio, dalle enormi problematiche, impossibile da descrivere quasi.
Devo ammettere che faccio una certa fatica a mettere insieme delle parole
sensate per descrivere tale sublime "mostruosità" visiva al limite
del grottesco. La presenza degli attori è funzionale alla storia, come in
coro, i personaggi sono complici di un disegno più grande di loro, ma fedeli ai
precetti dispensati da tale figura criptica e drammatica. I colori e le
ambientazioni della pellicola sono lividi, saturi, tetri, grazie alla
fotografia di LucaBigazzi, estremi. Si ha la sensazione di
vivere in uno scenario lynchiano, ma la prima cosa che viene in mente è quella
di un tributo alle malsane atmosfere dei film di Elio Petri. "Todo
Modo" prima di tutti, vuoi anche per le contiguità della storia e,
diciamolo pure, per l'istrionica presenza di Servillo, che ormai si può
definire come il più degno erede di Gian Maria Volontè. Stesso carisma,
stesso phisique du role, stesso atteggiamento nei confronti dei personaggi che
và ad affrontare. Geniale il suo "ricordare" Andreotti. Evocare, non
imitare pedissequamente, badate bene. Tante le scene madri di questa pellicola-fiume che rimarrà
nella storia del mai morto cinema italiano, checchè ne dicano alcuni critici
odierni. E' solo che quando leggo articoli sulla presunta agonia dell'odierno
cinema nostrano mi viene da sorridere, perchè si citano sempre i soliti nomi da
botteghino. Mentre si dimentica che un cinema e basta, non
"italiano", ma di qualità, esiste eccome. Basta vedere le ultime
prove di Sorrentino appunto, ma anche di Garrone, di Ciprì e Maresco,
Crialese, Capuano, Piva, un certo meno compromesso Rubini,
per citare solo i più "noti". Altro che i soliti Manuali d'Amore ed i
piagnistei degli Ozpetek e dei Tullio Giordana di turno. Purtroppo la critica
nostrana ha un grande difetto: è pigra da far venire il vomito, e parla
soltanto imbeccata dalle case di produzione e dalle tv dei soliti film con
attricetta famosa di turno, invece di sforzarsi ed alzare il culo dalla propria
scrivania, e scovare opere d'autore che gli stranieri ci invidiano. C'è voluto
il festival di Cannes per accorgersi , ad esempio, che il sud del belpaese è
uno scenario perfetto, disastrato ed al limite, quindi filmabile? Ci volevano
Garrone e Saviano per ricordarci che siamo una nazione allo sfascio, e che
anche per questo riusciamo a dare il meglio di noi stessi?
Ne "Il Divo", che è un film notevole e
temerario, la maggior qualità è quella di avere finalmente il coraggio di
parlare di argomenti dimenticati, volutamente, in favore di storielle becere
architettate da sceneggiatori pigri e rinchiusi nelle loro preziose torri di
avorio. Dove si era mai vista una cura per i dettagli, per il sound design, per
le musiche, così peculiare in Sorrentino, prima d'ora? Le musiche paranoiche ed
oscure di Teho Teardo, alternate a quelle di artisti italici e
stranieri, sono una delle grandi qualità di questo lavoro. Alternate alle prove
attoriali di una mostruosamente brava Anna Bonaiuto, ma anche di Carla
degli Esposti, o di MassimoPopolizio.
Al cinema di casa nostra non mancano certo i talenti; e
neanche le storie. Mancava in sostanza il coraggio di guardarsi attorno, di
affrontare di petto i mali della nostra società. Le fiction le fanno già ( e
male ) le tv. Al cinema si và per vedere qualcosa di diverso ed
"altro". Per apprezzare la larghezza delle immagini e la profondità
dei personaggi. Al cinema si và per uscire di casa, con buona pace delle tv a pagamento,
e dei decoder che ci spacciano per novità da avere assolutamente. Film come
questo hanno il pregio di farci ritornare umani, di fare i conti con la storia,
finalmente, anche quella più recente, che i media più furbi vogliono
assolutamente farci dimenticare.
Riscoprendo "l'atto di vedere attraverso i propri
occhi", parafrasando uno strepitoso film di StanBrakhage.
O più semplicemente, come dice Enrico Ghezzi: al cinema "dovrebbe
esserci scritto: state per vedervi vivere le prossime due ore della vostra
vita".
Chi ha "occhi" per intendere...