Il regista losangelino, già autore di un documentario
sugli eccentrici folletti pop
They Might be Giants (per la cronaca:
"Gigantic:
A Tale of Two Johns"), fonda questo nuovo documentario, presentato in
sordina due anni fa alla
Festa del Cinema di Roma, sulle registrazioni
effettuate da
Michael Azerrad per il suo libro
"Come as you are:
the story of Nirvana", forse il ritratto più veritiero dell'artista di
Aberdeen. Sul resto del materiale biografico uscito negli ultimi anni stendiamo
pure un velo pietoso. Quella biografia era il ritratto più intenso ed emozionale
che si potesse riservare ad una persona cosi presa dalla sua cosa (i
Nirvana,
of course), e metteva a tacere tutte le dicerie e le cazzate montate ad arte
da media affamati di scoop da un tanto al chilo, pur di vendere le loro misere
copie. Con la complicità di Mtv, ed anche, diciamolo pure, della casa
discografica; in questo caso la
Geffen.
Nell'ora e mezza del film si analizzano molti degli
aspetti peculiari della band, ma soprattutto gli umori di Cobain, e le sue
storie personali. Si parte dalla sua infanzia, i primi ascolti musicali a suon
di
Beatles (grazie alla complicità della zia, che gli donò una
chitarra: dovrebbero farla santa quella donna!), e poi la giovinezza trascorsa
al ritmo di
Queen,
Black Sabbath,
Aerosmith, ma anche
Leadbelly
e
Creedence Clearwater Revival. Egli fa cenno anche all'inesistente
rapporto con il padre, e al conflittuale eppure tenero
sodalizio con la madre. L'adolescenza trascorsa ad Aberdeen con i primi
squallidi lavori, e poi l'amicizia con
Buzz Osbourne degli onnipresenti
ed importantissimi
Melvins, che lo introdusse al punk. L'approdo ad
Olympia, intellettuale capitale del suono indie della
K Records di
Calvin
Johnson. Ma anche la conoscenza di
Tracy Marander, la sua prima
compagna, e le notti trascorse all'addiaccio a dormire sui cartoni, oppure ospite
di amici. L'incontro con
Jonathan Poneman della
Sub Pop, in un
locale di Seattle con
Christ Novoselic ubriaco e molesto. Le prime
esperienze con le droghe, l'eroina in primis, e gli innumerevoli problemi di
scoliosi e di ulcera.
A fare da collante le musiche strepitose dello score, di
fatto un sunto degli ascolti sempre ponderati e spettacolari di Cobain: il suo
amore per seminali formazioni come i
Butthole Surfers ed i grandissimi
Scratch
Acid di
David Yow, poi negli altrettanto fondamentali
Jesus
Lizard. A questo proposito recuperate la raccolta
"The Greatest
Gift" degli Acid, e davvero vi farete un grande regalo... Non a caso,
la massima aspirazione del nostro, era quella di pubblicare un disco per la
Touch and Go,
label di Chicago a dir poco indispensabile per tutto il miglior indie-rock
degli 80's, e di quello a venire. Infatti nella colonna sonora ci sono anche i
Big
Black di
Steve Albini, poi dietro al mixer del formidabile
"In
Utero", album dal suono intenso, forse meglio e più di
"Nevermind",
dove la produzione di
Butch Vig era quantomeno un po' troppo levigata;
anche se quello rimane comunque un gran bell'album. Per non parlare poi del melmoso
suono di
"Bleach", puro sludge-pop sound pre-novanta, da
risultare in anticipo sui tempi; merito della "disperata freschezza"
del trio, e del lavoro di
Jack Endino, rimasto insuperabile.
Il film parte con una maestosa suite
chitarristico-sinfonica ordita da
Steve Fisk e
Benjamin Gibbard,
cosi ammaliante da far impallidire gli ultimi "liquidi"
Earth.
L'aura del pezzo è cosi potente che ne condiziona lo svolgimento: fatalistica
cavalcata psichedelica dall'umore triste e terminale, perfetto connubio alle
"piovose" immagini delle città del nord-ovest degli Stati Uniti in
cui Cobain si aggirava. Ebbene sì, qui Kurt non si vede mai: si ode soltanto la
sua voce multiforme ed impastata, tranne le splendide fotografie in bianco e
nero di
Charles Peterson, grande testimone oculare di quell'epoca. In
linea con l'impostazione del libro di Azerrad. Addirittura non si cita mai la
parola "grunge"; in effetti solo un modo spicciolo di inglobare una
serie di band, si della stessa area geografica, ma dalle più disparate
influenze musicali. Altre passioni di Cobain, gli
Half Japanese di quel
matto di
Jad Fair,
Vaselines,
Mudhoney, ma anche
David
Bowie,
Iggy Pop, ed i
Bad Brains. In definitiva il meglio che
la cultura musicale americana ed anglosassone ha prodotto negli ultimi trenta
anni.
Lo stile di Schnack in fase di montaggio è quasi discreto
nell'associare immagini moderne e di vita quotidiana alla voce protagonista. I
suoi fotogrammi ricordano molto da vicino il modo di girare del maestro
assoluto del documentarismo americano moderno, quel
Frederick
Wiseman già autore di pellicole di stampo naturalistico-antropologico di
una lucidità ed oggettività spaventose. "About a son" ricorda a
tratti lavori come
"Belfast, Maine" e
"Domestic
Violence" dell'autore di Boston. Più nello stile e nell'impostazione
delle immagini, che nel contenuto, ovviamente. L'epilogo è tutto per il rapporto con la compagna
Courtney
Love, a torto o a ragione frutto di un amore vero, e per la nascita di
Francis
Bean. Si fa cenno anche alla possibilità della morte come cosa imminente e
definitiva: di fatto anticipa che si sparerà con un fucile, tra le altre
dichiarazioni. Ma questo non è importante; lo è molto di più quando accenna
alla possibilità di chiudere l'esperienza con i Nirvana, e paventa l'ipotesi di
affrontare una carriera solista e nuovi progetti. Eventualità che gli stava
molto a cuore a quanto pare. Chissà cosa ne sarebbe uscito fuori...
La pellicola si chiude sulle strazianti e funeree note di
Museum, marmoreo pezzo di un altro personaggio scampato alle
grinfie dell'eroina: l'amico
Mark Lanegan. Alla fine ci godiamo
tutti i titoli di coda per leggere delle musiche presenti nello score, ed
usciamo dal cinema con l'amarezza, ma anche con il conforto della musica che ci
ha lasciato in eredità questo talento lucidissimo ed un po' paranoico. Possiamo
tranquillamente dire che chi ascolta della buona musica non può essere altro
che una gran bella persona, nel bene e nel male. La sua vita privata? Sempre e
comunque, cazzi suoi!
Diceva il solito, grande
Emile M. Cioran:
"la
vita è sopportabile soltanto all'idea di poterla lasciare quando si vuole. La
vita è a nostra discrezione".
P.S. Il film è stato proiettato al Cinema Lumiere, Sala Scorsese di Bologna il giorno 11 aprile 2008.
[Maurizio Inchingoli]