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Kurt Cobain, About a Son PDF Stampa E-mail
Scritto da Maurizio Inchingoli   
martedì 20 maggio 2008
Regia di  Al J. Schnack
USA 2006
96'

La voce fantasma ed insolita di Kurt Cobain aleggia su questo splendido lavoro di Al J. Schnack.
Il regista losangelino, già autore di un documentario sugli eccentrici folletti pop They Might be Giants (per la cronaca: "Gigantic: A Tale of Two Johns"), fonda questo nuovo documentario, presentato in sordina due anni fa alla Festa del Cinema di Roma, sulle registrazioni effettuate da Michael Azerrad per il suo libro "Come as you are: the story of Nirvana", forse il ritratto più veritiero dell'artista di Aberdeen. Sul resto del materiale biografico uscito negli ultimi anni stendiamo pure un velo pietoso. Quella biografia era il ritratto più intenso ed emozionale che si potesse riservare ad una persona cosi presa dalla sua cosa (i Nirvana, of course), e metteva a tacere tutte le dicerie e le cazzate montate ad arte da media affamati di scoop da un tanto al chilo, pur di vendere le loro misere copie. Con la complicità di Mtv, ed anche, diciamolo pure, della casa discografica; in questo caso la Geffen.
Nell'ora e mezza del film si analizzano molti degli aspetti peculiari della band, ma soprattutto gli umori di Cobain, e le sue storie personali. Si parte dalla sua infanzia, i primi ascolti musicali a suon di Beatles (grazie alla complicità della zia, che gli donò una chitarra: dovrebbero farla santa quella donna!), e poi la giovinezza trascorsa al ritmo di Queen, Black Sabbath, Aerosmith, ma anche Leadbelly e Creedence Clearwater Revival. Egli fa cenno anche all'inesistente rapporto con il padre, e al conflittuale eppure tenero sodalizio con la madre. L'adolescenza trascorsa ad Aberdeen con i primi squallidi lavori, e poi l'amicizia con Buzz Osbourne degli onnipresenti ed importantissimi Melvins, che lo introdusse al punk. L'approdo ad Olympia, intellettuale capitale del suono indie della K Records di Calvin Johnson. Ma anche la conoscenza di Tracy Marander, la sua prima compagna, e le notti trascorse all'addiaccio a dormire sui cartoni, oppure ospite di amici. L'incontro con Jonathan Poneman della Sub Pop, in un locale di Seattle con Christ Novoselic ubriaco e molesto. Le prime esperienze con le droghe, l'eroina in primis, e gli innumerevoli problemi di scoliosi e di ulcera.
A fare da collante le musiche strepitose dello score, di fatto un sunto degli ascolti sempre ponderati e spettacolari di Cobain: il suo amore per seminali formazioni come i Butthole Surfers ed i grandissimi Scratch Acid di David Yow, poi negli altrettanto fondamentali Jesus Lizard. A questo proposito recuperate la raccolta "The Greatest Gift" degli Acid, e davvero vi farete un grande regalo... Non a caso, la massima aspirazione del nostro, era quella di pubblicare un disco per la Touch and Go, label di Chicago a dir poco indispensabile per tutto il miglior indie-rock degli 80's, e di quello a venire. Infatti nella colonna sonora ci sono anche i Big Black di Steve Albini, poi dietro al mixer del formidabile "In Utero", album dal suono intenso, forse meglio e più di "Nevermind", dove la produzione di Butch Vig era quantomeno un po' troppo levigata; anche se quello rimane comunque un gran bell'album. Per non parlare poi del melmoso suono di "Bleach", puro sludge-pop sound pre-novanta, da risultare in anticipo sui tempi; merito della "disperata freschezza" del trio, e del lavoro di Jack Endino, rimasto insuperabile.
Il film parte con una maestosa suite chitarristico-sinfonica ordita da Steve Fisk e Benjamin Gibbard, cosi ammaliante da far impallidire gli ultimi "liquidi" Earth. L'aura del pezzo è cosi potente che ne condiziona lo svolgimento: fatalistica cavalcata psichedelica dall'umore triste e terminale, perfetto connubio alle "piovose" immagini delle città del nord-ovest degli Stati Uniti in cui Cobain si aggirava. Ebbene sì, qui Kurt non si vede mai: si ode soltanto la sua voce multiforme ed impastata, tranne le splendide fotografie in bianco e nero di Charles Peterson, grande testimone oculare di quell'epoca. In linea con l'impostazione del libro di Azerrad. Addirittura non si cita mai la parola "grunge"; in effetti solo un modo spicciolo di inglobare una serie di band, si della stessa area geografica, ma dalle più disparate influenze musicali. Altre passioni di Cobain, gli Half Japanese di quel matto di Jad Fair, Vaselines, Mudhoney, ma anche David Bowie, Iggy Pop, ed i Bad Brains. In definitiva il meglio che la cultura musicale americana ed anglosassone ha prodotto negli ultimi trenta anni.
Lo stile di Schnack in fase di montaggio è quasi discreto nell'associare immagini moderne e di vita quotidiana alla voce protagonista. I suoi fotogrammi ricordano molto da vicino il modo di girare del maestro assoluto del documentarismo americano moderno, quel Frederick Wiseman già autore di pellicole di stampo naturalistico-antropologico di una lucidità ed oggettività spaventose. "About a son" ricorda a tratti lavori come "Belfast, Maine" e "Domestic Violence" dell'autore di Boston. Più nello stile e nell'impostazione delle immagini, che nel contenuto, ovviamente. L'epilogo è tutto per il rapporto con la compagna Courtney Love, a torto o a ragione frutto di un amore vero, e per la nascita di Francis Bean. Si fa cenno anche alla possibilità della morte come cosa imminente e definitiva: di fatto anticipa che si sparerà con un fucile, tra le altre dichiarazioni. Ma questo non è importante; lo è molto di più quando accenna alla possibilità di chiudere l'esperienza con i Nirvana, e paventa l'ipotesi di affrontare una carriera solista e nuovi progetti. Eventualità che gli stava molto a cuore a quanto pare. Chissà cosa ne sarebbe uscito fuori...
La pellicola si chiude sulle strazianti e funeree note di Museum, marmoreo pezzo di un altro personaggio scampato alle grinfie dell'eroina: l'amico Mark Lanegan. Alla fine ci godiamo tutti i titoli di coda per leggere delle musiche presenti nello score, ed usciamo dal cinema con l'amarezza, ma anche con il conforto della musica che ci ha lasciato in eredità questo talento lucidissimo ed un po' paranoico. Possiamo tranquillamente dire che chi ascolta della buona musica non può essere altro che una gran bella persona, nel bene e nel male. La sua vita privata? Sempre e comunque, cazzi suoi!
Diceva il solito, grande Emile M. Cioran: "la vita è sopportabile soltanto all'idea di poterla lasciare quando si vuole. La vita è a nostra discrezione".

P.S. Il film è stato proiettato al Cinema Lumiere, Sala Scorsese di Bologna il giorno 11 aprile 2008.

[Maurizio Inchingoli]

 
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