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La masseria delle allodole PDF Stampa E-mail
Scritto da Francesco Scaringi   
martedì 24 aprile 2007
Regia di Paolo e Vittorio Taviani
Ita et al.  2007
122'

Liberamente tratto dall'omonimo romanzo di Antonia Arslan, è un film "tragicamente poetico".
La perizia cinematografica dei due maestri del cinema italiano riesce a raccontare con la delicatezza e la forza delle immagini un dramma della storia mondiale: lo sterminio della popolazione armena da parte dei "Giovani turchi" nel 1915 allo scoppio della prima guerra mondiale che preannuncia il nuovo secolo che porterà con sé, in breve tempo, una catena di orrori nel cuore dell'occidente.
Commovente fino alle lacrime, ma non privo di motivi di riflessione, il film esplora il male e le sue molteplici manifestazioni, che, purtroppo nonostante l'amore e la pietà, risulta essere sempre vincitore.
La storia è letteralmente la via crucis, senza resurrezione e senza redenzione, di un popolo che ancora oggi non ha ricevuto giustizia nei confronti della memoria storica e vive nella persecuzione.
La vicenda si svolge tra l'Italia e gli altipiani dell'Anatolia e il dramma viene raccontato attraverso gli occhi di un'agiata famiglia armena vittima della follia nazionalista e razzista dei "Giovani turchi" (organizzazione ultra-nazionalista) accecati dal loro sogno-incubo di costruire la grande Turchia (da Istanbul fino al Sinkiang cinese).
Come sempre le vittime sono ignare del pericolo che corrono, aggrappandosi alle abitudini e allo scorrere della vita quotidiana, non si rendono conto che pian piano il paesaggio rassicurante che li circonda si è mutato in un inferno pronto a spalancargli le porte. Che il vicino di casa, o l'amica o l'ufficiale del villaggio, o l'amante spinti da un conformismo strisciante, inavvertitamente, si sono trasformati banalmente in aguzzini e carnefici. Così succede al patriarca Aram Avakian, che pur presagendo quanto sta per avvenire ne allontana le conseguenze precipitando così con la famiglia nella catastrofe. E ciò avviene proprio nel momento in cui il fratello Assadour (Mariano Rigillo), partito in gioventù, ritorna da Venezia (dove vive con i suoi): tutta la famiglia potrà riunirsi presso la casa dell'infanzia, luogo mitico della felicità, la masseria delle allodole appunto.
Il calvario ha inizio, uccisi i maschi (adulti e bambini, "perchè non possano vendicarsi in futuro") le donne vengono a piedi deportate alla volta di Aleppo dove saranno sterminate. Torture e sistematica violenza le accompagneranno sino all'annientamento finale. Si salveranno solo due bimbe e un bambino (mascherato da bambina) della famiglia Avakian, che riusciranno a raggiungere lo zio a Venezia.
Il paesaggio si trasforma inquadratura dopo inquadratura, da rigoglioso giardino, in un arida distesa di dolore e morte, priva di umanità, costellato come in un calvario da croci su cui vengono brutalmente uccise le donne che cercano di fuggire. Non mancano scene di pietà e amore che trovano espressione in alcuni dei personaggi che caratterizzano il film e che, diversi tra i diversi, si aprirono alla compassione e all'amore verso l'altro. Amin, il mendicante turco, che prima tradisce la famiglia che lo ha accolto e che poi, spinto dal terribile rimorso, e dal segreto amore verso Armineh (la padrona di casa) insieme con la serva greca Ismene (Angela Molina) ingaggerà una lotta contro il tempo e la corruzione per salvare i membri della famiglia Avakian ancora viventi. Essi assisteranno e parteciperanno al dramma riuscendo ad arrivare, se pur disperatamente, sino in fondo. Sicuramente la figura centrale è Nunik (Paz Vega), la ragazza che può mettere in campo solo il suo amore in grado d'incontrare l'amore anche di qualche nemico. Infine Youssuf (Moritz Bleibtreu), il soldato che cederà all'amore e cercherà di proteggere Nunik con la speranza di condurla fuori dall'orrore. Ma è l'amore lo sconfitto, che risulterà, addirittura, iniquo. Nunik non si salverà a causa della sua generosità e Yousuff di fronte al tribunale del processo contro i "Giovani turchi" inutilmente proclamerà il suo amore e, nel contempo, la sua colpa. Di fronte al coro fanatico dei "Giovani turchi" processati e all'ipocrisia dei giudici, paradossalmente resterà l'unico colpevole, colpevole di amare.
Un cast veramente bravo, e il film arriva alla fine suscitando commozione. I fratelli Taviani, pur con alcune sbavatura "letteraria" o di retorica iconografica e qualche concessione al politically correct (si sono sforzati di non rendere tutti i turchi orribili mostri e di non solleticare troppo i nervi ancora scoperti sulla faccenda), hanno confezionato un prodotto di buona qualità cinematografica.

[Francesco Scaringi]

 
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