La perizia cinematografica dei due
maestri del cinema italiano riesce a raccontare con la delicatezza e la
forza delle immagini un dramma della storia mondiale: lo sterminio
della popolazione armena da parte dei "Giovani turchi" nel
1915 allo scoppio della prima guerra mondiale che preannuncia il
nuovo secolo che porterà con sé, in breve tempo, una
catena di orrori nel cuore dell'occidente.
Commovente
fino alle lacrime, ma non privo di motivi di riflessione, il film esplora il
male e le sue molteplici manifestazioni, che, purtroppo nonostante
l'amore e la pietà, risulta essere sempre vincitore.
La
storia è letteralmente la
via crucis, senza
resurrezione e senza redenzione, di un popolo che ancora oggi non ha
ricevuto giustizia nei confronti della memoria storica e vive nella
persecuzione.
La
vicenda si svolge tra l'Italia e gli altipiani dell'Anatolia e il
dramma viene raccontato attraverso gli occhi di un'agiata famiglia
armena vittima della follia nazionalista e razzista dei "Giovani
turchi" (organizzazione ultra-nazionalista) accecati dal loro
sogno-incubo di costruire la grande Turchia (da Istanbul fino al
Sinkiang cinese).
Come
sempre le vittime sono ignare del pericolo che corrono, aggrappandosi
alle abitudini e allo scorrere della vita quotidiana, non si rendono
conto che pian piano il paesaggio rassicurante che li circonda si è
mutato in un inferno pronto a spalancargli le porte. Che il vicino di
casa, o l'amica o l'ufficiale del villaggio, o l'amante spinti da
un conformismo strisciante, inavvertitamente, si sono trasformati
banalmente in aguzzini e carnefici. Così succede al patriarca
Aram Avakian, che pur presagendo quanto sta per avvenire ne allontana le
conseguenze precipitando così con la famiglia nella
catastrofe. E ciò avviene proprio nel momento in cui il
fratello Assadour (
Mariano Rigillo), partito in gioventù,
ritorna da Venezia (dove vive con i suoi): tutta la famiglia potrà
riunirsi presso la casa dell'infanzia, luogo mitico della felicità,
la
masseria delle allodole appunto.
Il
calvario ha inizio, uccisi i maschi (adulti e bambini, "perchè
non possano vendicarsi in futuro") le donne vengono a piedi
deportate alla volta di Aleppo dove saranno sterminate. Torture e
sistematica violenza le accompagneranno sino all'annientamento
finale. Si salveranno solo due bimbe e un bambino (mascherato da
bambina) della famiglia Avakian, che riusciranno a raggiungere lo zio
a Venezia.
Il
paesaggio si trasforma inquadratura dopo inquadratura, da rigoglioso
giardino, in un arida distesa di dolore e morte, priva di umanità,
costellato come in un calvario da croci su cui vengono brutalmente
uccise le donne che cercano di fuggire. Non mancano scene di pietà
e amore che trovano espressione in alcuni dei personaggi che
caratterizzano il film e che, diversi tra i diversi, si aprirono
alla compassione e all'amore verso l'altro. Amin, il mendicante
turco, che prima tradisce la famiglia che lo ha accolto e che poi,
spinto dal terribile rimorso, e dal segreto amore verso Armineh (la
padrona di casa) insieme con la serva greca Ismene (
Angela Molina)
ingaggerà una lotta contro il tempo e la corruzione per
salvare i membri della famiglia Avakian ancora viventi. Essi
assisteranno e parteciperanno al dramma riuscendo ad arrivare, se pur
disperatamente, sino in fondo. Sicuramente la figura centrale è
Nunik (
Paz Vega), la ragazza che può mettere in campo solo il
suo amore in grado d'incontrare l'amore anche di qualche nemico. Infine Youssuf (
Moritz Bleibtreu), il soldato che cederà
all'amore e cercherà di proteggere Nunik con la speranza di
condurla fuori dall'orrore. Ma è l'amore lo sconfitto, che
risulterà, addirittura, iniquo. Nunik non si salverà a
causa della sua generosità e Yousuff di fronte al tribunale
del processo contro i "Giovani turchi" inutilmente
proclamerà il suo amore e, nel contempo, la sua colpa. Di
fronte al coro fanatico dei "Giovani turchi" processati e
all'ipocrisia dei giudici, paradossalmente resterà l'unico
colpevole, colpevole di amare.
Un
cast veramente bravo, e il film arriva alla fine suscitando
commozione. I fratelli Taviani, pur con alcune sbavatura "letteraria"
o di retorica iconografica e qualche concessione al politically
correct (si sono sforzati di non rendere tutti i turchi orribili
mostri e di non solleticare troppo i nervi ancora scoperti sulla
faccenda), hanno confezionato un prodotto di buona qualità
cinematografica.