Sulla scia dell'ultimo
"
A History of Violence", assistiamo a questo lavoro del
regista canadese, presentato all'ultima edizione del
Torino Film Festival,
impegnato in un viaggio nella mafia russa, attraverso la riproposizione di uno
schema collaudato, che si rifà quasi ai film della cinematografia classica
inglese degli anni sessanta. L'ombra di maestri del "
New Cinema"
come
Michael Powell e
Lindsay Anderson, ammanta la pellicola di
uno strano umore nero, combinato ad una fredda ironia, che ben si adatta alle
atmosfere di una Londra moderna ed in "costruzione" (sullo sfondo i
lavori per le prossime Olimpiadi). Tutto ciò non stride affatto con la
decadenza russa di una famiglia che fa affari attraverso la gestione di un
ristorante, in cui si celebrano pranzi luculliani all'apparenza tranquilli che,
in realtà, celano storie di sfruttamento e di (si presume) riciclaggio di denaro
sporco. Ogni riferimento ai tanti magnati russi che sbarcano in Gran Bretagna è
puramente casuale... La lucidità di Cronemberg è proverbiale nel rappresentare
la storia, invero non originalissima, di una violenza (sic) subita da una
ragazza giovanissima che, incinta e spaesata, irrompe sanguinante nella vita di
una dottoressa di origine russa senza radici, che prende a cuore la sorte
della neonata, frutto del "demone sotto la pelle" da cui è
scaturita, per mano di un tranquillissimo patriarca, che domina la
"famiglia".
La protagonista , un'apolide
Naomi Watts in verità un po' sottotono, si muove goffa sulla moto
d'epoca sovietica del padre, e si imbatte in un ambiguo
Viggo Mortensen,
guardaspalle ed autista del clan, che viene iniziato al rito di affiliazione
alla organizzazione criminale russa, ed ambisce ad un ruolo di comando degli
affari della "famiglia". Clan che viene "gestito"
maldestramente dal figlio un po' scemo del capo, un
Vincent Cassel in
forma e molto credibile nella parte, con l'attore di origine danese che domina
la scena con il fare felino e discreto che lo contraddistingue, e che
improvvisamente agisce quando meno te lo aspetti. La lotta corpo a corpo tra il
bodyguard ed i due sicari nel bagno turco è di una efferatezza unica (ricorda
molto anche la scena di sesso delle scale in "A History of Violence"
). Insomma, che si tratti di sesso o di lotta, per il regista canadese non fa
alcuna differenza: sono momenti che scaturiscono da forme (ambigue e morbose) di violenza. E mi viene da pensare che la scena descritta sia quasi una
citazione da un film di
Jerzy Skolimovski, non a caso presente nel film,
nella parte dello zio ubriacone della Watts, che si chiamava "
Deep End
(On it)", ambientato in un bagno pubblico inglese con piscina, dove
i protagonisti si rincorrevano e si perdevano (bagnati) con in sottofondo le
strepitose musiche dei
Can. Volutamente irrisolto è poi il finale, che fa
quasi presagire ad un sequel. Il tutto ovviamente sa quasi di beffa, visto che
ben conosciamo la idiosincrasia di Cronemberg per le cose scontate. Di certo
questo non avverrà. Così come beffardo è il personaggio di Viggo Mortensen,
sempre più attore feticcio del filmaker canadese, che ha una qualità unica:
essere credibile sia nei panni di Aragorn nella saga de "
Il Signore
degli Anelli", sia nelle gesta di questo muscoloso e supertatuato uomo
della temutissima "mafia russa".
Il mistero e la paranoia
dello sconosciuto sono la caratteristica principale di un regista che non
sbaglia mai un colpo, e che continua a proporci storie inquietanti. Un grande
f-autore di "film di genere". Il "suo", obviously...
[Maurizio Inchingoli]