Con questo assunto ossessivo che ritma la pellicola del
regista uruguaiano, ma messicano di adozione
Rodrigo Plà al suo primo
lungometraggio, ci accingiamo a vivere insieme ai protagonisti del film le loro
insicurezze e paranoie da cittadini "liberi", ricchi, ma incatenati
ad un destino che, necessariamente, passa attraverso la difesa dei privilegi
che sono alla base di una economia (poco) democratica, che vive fatalisticamente
sulla inevitabile differenza tra poveri e ricchi. E che per allontanare ed
esorcizzare tutto ciò, alza muri e costruisce recinti fisici e mentali, utili
solo ad alimentare la solitudine e la voglia di materiale e ridicola ricchezza.
In questo film dall'impatto quasi horrorifico e
lancinante, assistiamo alla pantomima più crudele ed inconcludente della
odierna e corrotta società messicana, che si fa scudo addirittura di uno
statuto speciale avallato da un procuratore corrotto (lo stato nella città,
ops, come il Vaticano, ma forse stò deragliando troppo...). Il fantasma di un
film tutto basato sulla paura collettiva come ne
"L'invasione degli
Ultracorpi" di
Don Siegel, aleggia su questo lavoro dallo stile
decisamente secco e conciso, quasi distaccato, di Plà. Sfido chiunque di voi a
reggere veramente una storia del genere, senza la dovuta e vitale distanza da
una realtà tanto amara ed efferata. Altrimenti impazziremmo tutti, non si
potrebbe fare diversamente: troppo drammatica è la vicenda, e difficile da accettare
la situazione che vivono le persone coinvolte, loro malgrado, nelle storie di
disperazione metropolitana di una capitale-formicaio come Città del Messico. Un
dedalo vitale e violentissimo al limite della sopravvivenza che si evoca
soltanto. Fiancheggiato da mura altissime che cingono "la zona",
paese delle meraviglie (nascoste) in cui si vive all'interno di un ovattato
mondo, dove però non si può sfuggire alla dura realtà che sfigura letteralmente
dei poveri malcapitati ragazzi, indotti da un evento fatale a penetrare
all'interno della comunità-stato, e prodotto della cultura della
discriminazione. Vittime due volte: delle infami leggi economiche moderne, e
della corruzione quasi endemica della polizia messicana. Che li usa come moneta
di scambio per arricchirsi e, di fatto, per tenere sotto scacco la ricca
borghesia del luogo, che in questo modo si sente autorizzata ad armarsi ed a
farsi giustizia sommaria con tutti i mezzi possibili, legali o no, a sua
disposizione.
Il cinema messicano degli ultimi anni, con la complicità
di attente coproduzioni spagnole, sta assumendo sempre più il ruolo di capofila
nella reinassance del cinema sudamericano. Surclassando il cinema argentino,
che sembrava invece quello più vivo dell'ultimo decennio. Registi come
Carlos
Reygadas, con pellicole estreme e dalle tematiche simili a questo film,
come
"Battaglia nel Cielo" e
"Japon", ma
anche "l'americano"
Alejandro Gonzalez Inarritu con
"Amores
Perros",
"21
grammi" e
"Babel". In verità
quest'ultimo con dinamiche ed un respiro meno locale e più globale, ma tant'è,
dicevo la vitalità di questo modo di filmare le proprie contraddizioni, e
peculiarità culturali ed antropologiche, è un pregio non da poco. E Rodrigo Plà
si mantiene sottilmente sulla scia dei maestri della messinscena dell'orrore
umano e sociale, come ad esempio l'Altman di
"America Oggi", o
l'Haneke di
"Funny Games". Modelli di assoluto prestigio,
insuperabili forse, ma riveriti con rigore formale e stile dal sentore quasi
carpenteriano del nostro. I fantasmi di oggetti misteriosi dalla natura
fantapolitica, come
"Essi Vivono" e
"The Fog"
del maestro americano della commedia paranoica per eccellenza, sono ben
presenti nella mente di questo cineasta che è sulla strada giusta, immesso in
un vortice fatto di tematiche sempre più presenti, ma poco sviluppate dal
cinema moderno. Tuttalpiù banalizzate dall'industria dell'entertainment più
tristemente horror che Hollywood abbia prodotto negli ultimi anni, facendone
degli inutili giocattoloni buoni solo per vendere gadget e per reclamizzare la
starlettina di turno. Maschere di cera che si squagliano come neve al sole.
Invece le facce e le presenze de La
Zona sono più vive che mai. Anche inusuali per gli standard a
cui l'onnipresente industria hollywoodiana ci ha abituati.
Visi tumefatti, spaventati, delusi dalle proprie vite.
Disperatamente aggrappati a forme di esistenza sempre più insopportabili. Alla
fine dei conti tutti uguali, poveri e ricchi, di fronte alla grande tragedia
umana che viviamo ogni giorno sulla nostra pelle. Un mondo non ci basta più,
dovremmo avere più pianeti per produrre, consumare e riprodurci come cavie. Un
disegno quasi diabolico da cui non si esce vivi. O da dove si esce cadaveri
buttati nella spazzatura, come in una scena raccapricciante di questo indispensabile
dramma urbano. Siamo individui, o solo carne da macello? Il grado zero
dell'umanità è arrivato. Dopo, solo un'imbarazzato pianto di dolore... Ed un
senso di colpa assoluto ed ancestrale.
Lo spirito è finito: è rimasta solo la carne, che inevitabilmente
puzza e marcisce, con o senza degna sepoltura. Riflettiamo, o saremo inghiottiti
dalla nostra sete di presunta giustizia sociale, chiamata benessere. La
sicurezza prima di tutto? Si, ma dopo?
Nel dubbio sopravviviamo.
[Maurizio Inchingoli]