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LA ZONA PDF Stampa E-mail
Scritto da Maurizio Inchingoli   
martedì 03 giugno 2008
Regia di  Rodrigo Plà
Mex 2007
97'

La sicurezza prima di tutto, anche a costo della vita stessa dei suoi abitanti.

Con questo assunto ossessivo che ritma la pellicola del regista uruguaiano, ma messicano di adozione Rodrigo Plà al suo primo lungometraggio, ci accingiamo a vivere insieme ai protagonisti del film le loro insicurezze e paranoie da cittadini "liberi", ricchi, ma incatenati ad un destino che, necessariamente, passa attraverso la difesa dei privilegi che sono alla base di una economia (poco) democratica, che vive fatalisticamente sulla inevitabile differenza tra poveri e ricchi. E che per allontanare ed esorcizzare tutto ciò, alza muri e costruisce recinti fisici e mentali, utili solo ad alimentare la solitudine e la voglia di materiale e ridicola ricchezza.
In questo film dall'impatto quasi horrorifico e lancinante, assistiamo alla pantomima più crudele ed inconcludente della odierna e corrotta società messicana, che si fa scudo addirittura di uno statuto speciale avallato da un procuratore corrotto (lo stato nella città, ops, come il Vaticano, ma forse stò deragliando troppo...). Il fantasma di un film tutto basato sulla paura collettiva come ne "L'invasione degli Ultracorpi" di Don Siegel, aleggia su questo lavoro dallo stile decisamente secco e conciso, quasi distaccato, di Plà. Sfido chiunque di voi a reggere veramente una storia del genere, senza la dovuta e vitale distanza da una realtà tanto amara ed efferata. Altrimenti impazziremmo tutti, non si potrebbe fare diversamente: troppo drammatica è la vicenda, e difficile da accettare la situazione che vivono le persone coinvolte, loro malgrado, nelle storie di disperazione metropolitana di una capitale-formicaio come Città del Messico. Un dedalo vitale e violentissimo al limite della sopravvivenza che si evoca soltanto. Fiancheggiato da mura altissime che cingono "la zona", paese delle meraviglie (nascoste) in cui si vive all'interno di un ovattato mondo, dove però non si può sfuggire alla dura realtà che sfigura letteralmente dei poveri malcapitati ragazzi, indotti da un evento fatale a penetrare all'interno della comunità-stato, e prodotto della cultura della discriminazione. Vittime due volte: delle infami leggi economiche moderne, e della corruzione quasi endemica della polizia messicana. Che li usa come moneta di scambio per arricchirsi e, di fatto, per tenere sotto scacco la ricca borghesia del luogo, che in questo modo si sente autorizzata ad armarsi ed a farsi giustizia sommaria con tutti i mezzi possibili, legali o no, a sua disposizione.
Il cinema messicano degli ultimi anni, con la complicità di attente coproduzioni spagnole, sta assumendo sempre più il ruolo di capofila nella reinassance del cinema sudamericano. Surclassando il cinema argentino, che sembrava invece quello più vivo dell'ultimo decennio. Registi come Carlos Reygadas, con pellicole estreme e dalle tematiche simili a questo film, come "Battaglia nel Cielo" e "Japon", ma anche "l'americano" Alejandro Gonzalez Inarritu con "Amores Perros", "21 grammi" e "Babel". In verità quest'ultimo con dinamiche ed un respiro meno locale e più globale, ma tant'è, dicevo la vitalità di questo modo di filmare le proprie contraddizioni, e peculiarità culturali ed antropologiche, è un pregio non da poco. E Rodrigo Plà si mantiene sottilmente sulla scia dei maestri della messinscena dell'orrore umano e sociale, come ad esempio l'Altman di "America Oggi", o l'Haneke di "Funny Games". Modelli di assoluto prestigio, insuperabili forse, ma riveriti con rigore formale e stile dal sentore quasi carpenteriano del nostro. I fantasmi di oggetti misteriosi dalla natura fantapolitica, come "Essi Vivono" e "The Fog" del maestro americano della commedia paranoica per eccellenza, sono ben presenti nella mente di questo cineasta che è sulla strada giusta, immesso in un vortice fatto di tematiche sempre più presenti, ma poco sviluppate dal cinema moderno. Tuttalpiù banalizzate dall'industria dell'entertainment più tristemente horror che Hollywood abbia prodotto negli ultimi anni, facendone degli inutili giocattoloni buoni solo per vendere gadget e per reclamizzare la starlettina di turno. Maschere di cera che si squagliano come neve al sole. Invece le facce e le presenze de La Zona sono più vive che mai. Anche inusuali per gli standard a cui l'onnipresente industria hollywoodiana ci ha abituati.
Visi tumefatti, spaventati, delusi dalle proprie vite. Disperatamente aggrappati a forme di esistenza sempre più insopportabili. Alla fine dei conti tutti uguali, poveri e ricchi, di fronte alla grande tragedia umana che viviamo ogni giorno sulla nostra pelle. Un mondo non ci basta più, dovremmo avere più pianeti per produrre, consumare e riprodurci come cavie. Un disegno quasi diabolico da cui non si esce vivi. O da dove si esce cadaveri buttati nella spazzatura, come in una scena raccapricciante di questo indispensabile dramma urbano. Siamo individui, o solo carne da macello? Il grado zero dell'umanità è arrivato. Dopo, solo un'imbarazzato pianto di dolore... Ed un senso di colpa assoluto ed ancestrale.
Lo spirito è finito: è rimasta solo la carne, che inevitabilmente puzza e marcisce, con o senza degna sepoltura. Riflettiamo, o saremo inghiottiti dalla nostra sete di presunta giustizia sociale, chiamata benessere. La sicurezza prima di tutto? Si, ma dopo?
Nel dubbio sopravviviamo.

[Maurizio Inchingoli]
 
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