Vàclav Havel, uno dei più famosi dissidenti della ex-Cecoslovacchia, in seguito presidente della Repubblica Ceca dopo l'abbattimento del Muro di Berlino, in un suo saggio del 1987 intitolato "Storie e totalitarismo" cercava di far comprendere la pervasività del regime totalitario nella vita degli individui. Egli parla, in questo saggio, di processo di "nientificazione". Ogni regime totalitario attraversa varie fasi. Se la prima è caratterizzata in modo preponderante dal terrore politico che serve ad eliminare i nemici della "causa" e stroncare ogni forma di rivolta, le altre si caratterizzano per la ricerca di "normalità" e conformismo assoluto che, all'occhio estraneo, sembra quasi il raggiungimento della "pacificazione sociale", ma che in realtà è solo morte interiore: non azione, non storia, non vita, non tempo. "Una nientificazione che snatura la morte in quanto tale e, di conseguenza, la vita in quanto tale: la vita dell'individuo si riduce al funzionamento uniforme di un pezzo qualsiasi di una grande macchina, e la sua morte equivale all'esclusione del medesimo dal processo di lavorazione". I confini tra pubblico e privato vengono stracciati e tutto è reso manifesto e razionalizzato all'interno di un unico pensiero e di un'unica volontà, secondo le norme del Grande Fratello. Havel sottolinea già nel titolo come la vita autentica sia strettamente legata alla storia, meglio alle storie che possono essere narrate nei loro intrecci, che dialogano tra loro mostrando le loro unicità e diversità. Su queste storie si abbatte la "stroncatura" totalitaria affinché l'individualità e le sue possibili espressioni, sottoposta ad un controllo totale e persuasivo, non solo brutale, non "pensi", non si "singolarizzi" e lasci il posto a un "grigiore" universale, dove la vita è sospesa e di conseguenza è espropriata anche la morte. La figura dell'artista diventa dunque emblematica, soprattutto di quell'artista che ha il dono della narrazione, per cui, anche se conforme al regime, è sempre pericoloso e da tenere sotto controllo. In fondo l'arte può sempre sfuggire ai meccanismi di controllo: ecco perché bisogna "normalizzarla" e se non possibile abolirla con la morte psichica dell'artista in un manicomio, con torture studiate ad hoc o quant'altro.
Il film di
Florian Henckel von Donnersmarck sembra essere, per molti aspetti, una illustrazione di questa tesi. Il regime totalitario appare in tutte le sue forme e soprattutto nella sua capacità di controllo totale. La Stasi, la polizia segreta della Germania dell'est, ha saputo mettere su un impianto di spionaggio complesso e capillare che coinvolge tutti i cittadini, che sono insieme vittime e protagonisti attivi di questo perverso meccanismo. Infatti ognuno può essere la spia dell'altro, contribuendo così a creare un regime di sospetto universale, che rende il comportamento di ciascuno sempre più conforme.
La storia del film racconto di due metamorfosi: quella di uno scrittore di talento, compiacente al regime, che si convertirà alla causa della dissidenza; l'altra di un integerrimo e capacissimo funzionario della Stasi, che da "professore" e burocrate della tortura e dello spionaggio, pronto a servire la "causa" e i "capi" nelle loro richieste, acquisterà umanità sino a diventare una sorta di salvatore. Lo scrittore decide di passare all'azione e di scrivere articoli di denuncia da recapitare clandestinamente dall'altra parte del muro, dopo il suicidio di un suo amico regista, il quale, costretto all'inattività, rivendica con questo gesto la sua "unicità e singolarità". Nel frattempo il ministro della cultura, invaghitosi della brava e bella attrice, donna dello scrittore, lo sottopone ad un attento spionaggio per coglierlo in fallo ed eliminarlo come rivale. Per compiere l'opera viene scelto il funzionario più capace, scrupoloso e meticoloso. Solo che man mano che procede nella sua opera, appare in lui un sentimento d'amore verso la donna dello scrittore. Avverte il vuoto nel quale vive scoprendo e appropriandosi della vita dello scrittore, risvegliandosi, così, dal torpore mortifero nel quale era stato gettato dalla sua integerrima carriera.
Al centro di tutto vi è l'arte, come viene simboleggiato dalle musiche regalate dal regista all'amico prima di morire, "La sonata dell'uomo buono", e la capacità di narrare storie. Infatti lo stesso scrittore nel momento in cui decide di scrivere per il "Der Spiegel" e denunciare la situazione degli intellettuali e degli artisti, sottolinea che vuole mantenere uno stile narrativo per raccontare dei tanti suicidi che avvengono in Germania Est e in modo particolare del suo amico regista. Il funzionario, proprio ascoltando quella sonata inizia a mutare il suo atteggiamento e deve inventare una storia diversa da comunicare ai superiori per salvare lo scrittore, sino al punto di compiere un gesto molto rischioso per la sua carriera e la sua vita, quando nasconderà la prova della colpevolezza dello scrittore. La storia ha chiaramente un intreccio più complesso e viene condotta dal regista in modo efficace riuscendo a svelare momenti crudi della storia del totalitarismo e la fragile vita di tanti individui. La sceneggiatura, pur se ben impiantata, risulta un po' troppo lineare per quanto riguardo il profilo dei due personaggi maschili. A ciò pone rimedio un buona recitazione degli attori principali, che contribuisce a rendere godibile il film sino alla fine, nonostante il clima oppressivo e la "pesantezza" degli argomenti.
Il punto sta proprio in questo: per salvarsi bisogna vivere, uscire, se pur a fatica, dalla routine del conformismo per riconquistare quella dimensione del tempo e della storia che appartiene singolarmente a ciascuno di noi, che, però, è l'esatto opposto della volontà totalitaria.
Non manca qualche interrogativo rivolto anche alla contemporaneità. Per dirla in modo provocatorio: le tecniche di controllo (spionistico) e la biopolitica non sono forme di "governo" presenti anche nel nostro democratico mondo?
Comunque un film da vedere, un Oscar meritato nonostante le polemica strapaesane degli italiani per il film di
Pupi Avati in concorso.
[Francesco Scaringi]