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Scritto da June Miller   
domenica 09 luglio 2006
coming_the_aliens
Regia di Gregg Araki
USA 2004
99'

Qualcosa sarà scorticato e svelato: la pelle del titolo è quella infantile e immediatamente, definitivamente spogliata dal pericoloso  giudizio di innocenza/colpevolezza che sembra spesso scatenarsi anche nella creazione del regista meno ingenuo, quando si trovi ad affrontare un argomento a rischio di facile scandalo.
La pelle misteriosa per Gregg Araki - spesso erroneamente bollato come regista underground a tutti i costi in vena di provocazioni - è specialmente quella dell'immaginario, che sembra in questo film motore primo di qualunque scelta. La pellicola scorre con eleganza  proponendo una visione disperata e delicata dell'infanzia e dell'adolescenza profondamente intrisa di meraviglia e crudeltà in parti uguali, che ha qualche debito con l'estetica Kinghiana dei ragazzini alle prese con i propri e gli altrui demoni interiori, senza per questo trasformarsi semplicisticamente in una favola nera.
Da qualche anno assistiamo a una fastidiosa appropriazione, da parte del cinema hollywoodiano meno sottile, di giovanissimi volti orfani o comunque sperduti tra famiglie classicamente distrutte, posti al servizio di improbabili narrazioni a base di entità soprannaturali, imperniate sulla presunta capacità dei bambini di avvertire l'ignoto - di sollevare la pelle della realtà.
Dal "Sesto senso" (M. N. Shyamalan, 1999) in poi, film valido al quale non possiamo dare colpa alcuna di questo nefasto clichè, i bambini e gli adolescenti, rigorosamente ipersensibili, fragili e dotati di un eloquio da sofisti, si muovono nel quotidiano avvertendo continuamente la presenza di un più o meno giustificato regno delle ombre, che gli adulti, ovviamente indifferenti e ottusi, non sarebbero capaci a priori di percepire.
Araki invece fa subito piazza pulita di ogni traccia di manicheismo - le figure adulte del film sono spesso sperdute (la madre di Neil, che correva il rischio di diventare la tipica rappresentazione materna dalla sessualità ingombrante che causa non meglio specificati traumi nel figlio, mentre è presenza tenera e impotente, quasi una sorella di pari età) o agghiaccianti (alcuni dei clienti di Neil, dei quali non vediamo che l'atteggiamento da consumatori di sesso a pagamento come finestra sulle loro singole vite e che tuttavia basta a descriverne solitudine, straniamento o "normalità" raccapriccianti) o ancora ironiche (la mamma di Brian) - ma non si rivelano mai soltanto carnefici di un mondo infantile relegato a eterna vittima. I bambini e gli adolescenti non sono, viceversa, stucchevoli depositari di ingenuità, ma piccoli alieni in grado di contenere un'esperienza devastante nelle maglie della ricerca dell'amore attraverso il corpo o della creazione di mondi fantastici. 

thumb_mysterious_skin 2 Presto arginato anche ogni pericolo di moralismo, Araki sfrutta al meglio la naturalezza delle interpretazioni dei due protagonisti appena diciottenni senza appesantirla con il contesto pop, grottesco e ipercolorato, che accompagna spesso le sue produzioni (il noto "Doom Generation", 1995) , immergendole stavolta in un contesto tanto magico quanto amaramente reale, magia che avvolge fin dalla prima stupenda immagine, senza abbandonarsi neppure alla facile strategia del pugno nello stomaco, ma chiarendo con precisione lo scarto tra immaginario e quotidiano nella tremenda sequenza che descrive la resa dei conti di Neil, bellissimoe spavaldo, il massacro della fantasia perversa che viene strappata alla sua comune descrizione inoffensiva e un po'pruriginosa e ci viene restituita in tutta la sua possibile brutalità.
Neil e Brian sono essi stessi alieni smarriti che non cedono alle lusinghe della rimozione ma testardamente continuano a sopravvivere temendo e insieme inseguendo come una missione vitale l'unica esperienza che li ha accomunati, simbolo dell'amore per Neil, esperienza extracorporea per Brian, che raccontata fin dall'inizio ritorna in un finale struggente con la camera che si allontana risalendo verso l'alto a suggerire in un ultimo ammiccamento che nulla può essere dimenticato o nascosto, a sancire la vicinanza tra l' umano e l' alieno, non come categoria (fanta)scientifica ma piuttosto come incarnazione della mostruosità sentimentale che ci portiamo dietro. La figura del coach è esemplare a questo proposito; tratteggiata con poche mosse sicure, vaga nella narrazione per molti minuti dopo la sua effettiva scomparsa dalla scena, permane come ghigno e come smarrimento, senza assumere mai i facili connotati dell'orco cattivo, aggredendo soltanto con un sorriso e una dispensa piena di cereali, e con la decisiva mistificazione dell'idea dell'amore, esca migliore di qualsiasi giocattolo per Neil.
Segnaliamo anche la fotografia curata e in particolar modo la scelta felice della colonna sonora, che mescolal'ambient di Harold Budd e la prima esperienza di composizione di musica da film per Robin Guthrie dei Cocteau Twins (spesso citati e amati, assieme agli Slowdive, anche in altre pellicole di Araki,attento conoscitore e appassionato di atmosfere shoegaze quasi romantiche da accompagnare a immagini feroci).

[June Miller]

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