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PARANOID PARK PDF Stampa E-mail
Scritto da Francesco Scaringi   
venerdì 11 gennaio 2008
Regia di  Gus Van Sant
Fra/USA 2007
90'

Un omaggio a Portland, al mondo degli skaters, al grande Elliott Smith.
Con questo film, premiato dalla critica cinematografica all'ultimo Festival di Cannes, tratto dall'omonimo romanzo di Blake Nelson, il regista statunitense ritorna sul mondo adolescenziale quale riflesso del mondo d'oggi visto dalla parte dei più fragili, di coloro i quali dovrebbero essere portatori di speranza e di futuro. Ma è proprio così?
"Cosa hai? Hai sicuramente qualcosa" chiede un'amica ad Alex  (16 anni, protagonista del film), "niente - risponde - è  come se vivessi sospeso - come se fossi a mezz'aria". Infatti il film è la rappresentazione di questa dimensione rivissuta da un adolescente della borghesia di Portland, città natale del regista e dello stesso Nelson.
Se il suo recente film, Elephant (vincitore della Palma d'Oro al Festival di Cannes nel 2003, ispirato al massacro della Columbine High School), usava il contesto della scuola e una serire di personaggi per descrivere il mondo "nichilistico" dei giovani, questa volta è un'indagine da un punto di vista più soggettivo, un mondo alienato percepito e vissuto da un ragazzo che per un niente compie un orrendo delitto.
Queste le caratteristiche del film: assenza di comunicazione, assenza di relazioni, individui, giovani in particolare rinchiusi in un loro mondo privo di spessore affettivo. Tra genitori che divorziano ed inesistenti, ombre che appaiono solo per rimarcare la loro assenza, adulti come perfetti alienati (professori) o come indagatori e repressori (la polizia). Adulti che quando s'intravedono rimarcano la loro assenza e l'alienazione nella quale i giovani sono rinchiusi senza possibilità di riscatto in una condizione esistenziale priva di profondità fatta di luoghi comuni, modi di dire, e di sesso proposti in modo riflesso e meccanico. Insomma tanta disperazione e senso della sconfitta.
Alex è uno skater come tanti, che frequenta una scuola asettica e priva d'interesse, ha un amico fidato, una ragazza carina (anche se non gli piace) che all'indifferenza del mondo e alla situazione di crisi della sua famiglia (i genitori stanno per divorziare) decide di andare a Paranoid Park (luogo di culto per gli skaters), dove incontra una strana comunità composta da reduci hippy, fricchettoni, insomma un'umanità che vive nella periferia della periferia della città e della società per condurre un'esistenza raminga o a caccia di qualche sensazione forte che possa sostituire la noia imperante. Alex è  affascinato da questo mondo e ciò lo porterà ad avere un'esperienza diretta con l'omicidio e la morte.
Detto così il film sembrerebbe una semplice analisi del nichilismo dei giovani d'oggi. Sbagliato: Gas Van Sant riprende il discorso lasciato aperto da Elephant, capovolgendone  la prospettiva. Ciò che era segnato dalla fredda e geometrica architettura scolastica, come rivelatore di un mondo distaccato che racchiudeva giovani incastrati in una vita astratta e priva di contatti che porta alla strage degli studenti, qui emerge attraverso il punto di vista soggettivo e la storia narrata in forma diretta dal protagonista. Non c'è sguardo esterno, molte riprese sono fatte dagli stessi ragazzi protagonisti, attori non professionisti ricercati su internet. Si avverte il tono compassionevole del regista, uno sguardo mai spietato o giudicatore, che, anzi, esprime poeticamente la sua delicata pietà nei confronti di questi esseri le cui vitali potenzialità sono spente. Negli sguardi assenti, nei corpi esili, nelle movenze incerte nel tempo rallentato appare la sospensione di cui Alex ci dà sentore.
Il film si muove, come già in Elephant, in un tempo ciclico. Lo stesso spazio temporale è narrato con prospettive diverse, che sono i vari modi di raccontare la storia, dal protagonista che ricostruisce i vari momenti della sua vicenda in uno sforzo di elaborazione di ciò che è stato rimosso per raggiungere una sorta di liberazione. Il ragazzo, e qui è lo sconcerto, non opera per riconoscere l'orribile delitto commesso ma solo per liberarsene privato ormai di qualsiasi spessore morale, nell'indifferenza tra bene e male, per ritornare, così, a vivere nella sospensione e indifferenza.
L'uso della colonna sonora, bella e struggente (si alternano pezzi di Elliott Smith, Nino Rota, Beethoven, Ethan Rose), rimpiazza la mancanza di dialoghi e sottolinea i momenti più poetici e angoscianti con grida, versi di animali, rumori di elementi naturali, come nella bellissima sequenza della docce dove il disorientamento e l'angoscia del personaggio sono avvolte dal rumore dell'acqua e dai versi degli uccelli. Ma anche la musica riempie gli spazi vuoti della comunicazione, con citazioni cinematografiche e generi diversi che fanno da contrappunto alla monocorde presenza dei personaggi, quasi a voler riempire un vuoto emozionale ed umano.
Le riprese in super 8 e 35 mm combinano le visioni più intime e soggettive del film con quelle più ampie ed esterne. Un abile e sapiente montaggio che alterna lunghi e lineari corridoi a tunnel e superfici sulle quali le evoluzioni degli skaters disegnano percorsi da brivido. Superfici sulle quali perdersi.
Gas Van Sant si conferma un regista di rilievo, il cui linguaggio in continua evoluzione lo rende tra i più originali nel panorama dei filmakers contemporanei.

[Francesco Scaringi]

 
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