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Scritto da Francesco Scaringi   
martedì 04 settembre 2007
Regia di Michael Moore
USA 2007
120'

Michael Moore torna alla carica con un nuovo documentario denuncia.
Questa volta prende di mira il sistema sanitario statunitense. In precedenza con "Bowling at colombine" (2002), che ha vinto l'Oscar come miglior documentario, Moore rendicontava sulla paranoia dell'americano medio verso le armi per contrastare la paura del pericolo esterno, se non della noia e dell'angoscia quotidiana, sulla scorta di tanti piccoli omicidi o di stragi avvenute nelle scuole, grazie alla facilità di procurarsi armi e all'insolfamento dei media. "Fahrenheit 9/11" (2004) si divertiva a smascherare le bugie dell'amministrazione Bush nel post-Torri gemelle; in concorso a Cannes ha vinto la Palma d'oro.
Moore non si smentisce. Anche in "Sicko" presenta gli stessi clichè dei prodotti precedenti. Mordace attualità contro i mali americani, ironia sulla falsa coscienza dei politici e dei manager delle multinazionali, protagonismo da parte del regista, paradossi e autopropaganda. Questa volta, però, c'è più commozione per la presenza di alcune vittime intervistate da Moore nei cui volti e parole compare la sofferenza non solo per la malattia che li ha colpiti ma anche per il profondo senso d'ingiustizia sociale di cui sono vittime. Infatti negli Usa cinquanta milioni di persone, fra cui nove milioni di bambini, non hanno assistenza sanitaria e quelli che ce l'hanno devono combattere quotidianamente contro le case farmaceutiche per l'elevatissimo costo dei farmaci e le multinazionali che gestiscono ambulatori e ospedali, che sistematicamente tentano, in nome del profitto, di negare cure, visite ed interventi ai malati. Così la vita non solo del povero ma anche dell'americano medio è appesa ad un filo che può spezzarsi da un momento all'altro e piombare nella tragedia a causa di una malattia più o meno grave, di un incidente, di un trauma. Un sistema che grazie al cinismo di politici (destra e sinistra) e dell'apparato economico spedisce gli Stati Uniti, il paese più efficiente del mondo, oltre il trentesimo posto della classifica mondiale per la sanità e lascia nella precarietà esistenziale la maggior parte dei propri cittadini. Il documentario usa un linguaggio molto schematico e tralascia di approfondire alcuni aspetti soprattutto nel confronto con i sistemi sanitari europei e canadesi in modo particolare. Si capisce che Moore si rivolge ai suoi concittadini e vuole far comprendere con immediatezza come il sistema americano metta a rischio la convivenza sociale e la stessa democrazia, in presenza di una mentalità ultraliberista che non vuole assolutamente comprendere che oltre all'individuo esiste la solidarietà comune, che deve essere garantita anche dallo Stato verso i cittadini più deboli, e che la questione della salute tocca intimamente la stessa integrità dell'individuo e la sua partecipazione alla vita democratica. Il documentario, che a mio avviso presenta troppe sbavature sia nei contenuti che nella forma (e dal punto di vista cinematografico non sempre mi è piaciuto) apre alcune questioni importanti che Moore, nonostante il suo smaccato punto di vista, mette in risalto e secondo me ne sono anche l'anima.
"Sicko", parola inglese che deriva da sick, vuol dire malato. "Malato" è la metafora su cui si sviluppano alcune riflessioni che si risolvono in una serie di contrapposizioni. La prima riguarda il "modo di sentire" europeo e il "modo di sentire" americano che a Moore sembra essere più originariamente impregnato di cinismo e di mancanza di solidarietà. Antica questione che ha riguardato e riguarda tanti cultori dell'"antiamericanismo" nostrano e della storia letteraria e filosofica europea, che hanno visto nell'America non la patria delle chances ma della tecnica e dell'individualismo sfrenato. Aspetti che possono esistere ma che sicuramente, anche da un punto di vista storico e sociologico vanno meglio approfonditi, senza rivestire l'Europa di un aurea salvifica (comprese le questioni della sanità).
L'altra contrapposizione riguarda il modello ultraliberista americano e il sistema economico e del welfare europeo che agli occhi di Moore risulta essere più umano e pronto a soccorrere l'individuo nei casi di difficoltà, nella crescita dei figli e nella tenuta della famiglia. L'Europa, almeno così appare all'americano Moore, ha sviluppato al suo interno processi di solidarietà più forti che si manifestano soprattutto nell'idea della sanità gratuita per tutti, che garantisce la salvaguardia e la sicurezza esistenziale degli individui.
La terza contrapposizione riguarda la partecipazione democratica che secondo Moore è più marcata nei paesi europei perché il cittadino è meno pressato rispetto alle sue condizioni materiali e salutari. Infatti, come ci ricorda nel film un ex-ministro inglese laburista, un cittadino che è già indebitato prima di entrare nel mondo del lavoro e che ha sulla testa la spada di Damocle della salvaguardia della salute (e oggi si potrebbe aggiungere anche la sicurezza della casa), non può essere libero e autonomo nella vita sociale, per cui rinuncia o non ritiene necessario partecipare. Stressato dai debiti, deve pensare solo a lavorare e cercare di non pestare i piedi rinchiudendosi in un tetro conformismo. È tutto vero questo? Detto così sembra di sì, però molte cose vanno ancora verificate. D'altronde non è che la discussione non sia stata affrontata in altri campi per quanto riguarda i modelli di società. La stessa cultura americana si è cimentata in ciò: basti ricordare la contrapposizione tra due grandi pensatori come R. Nozick o J. Rawls.
Per Nozick siamo tutti figli del caso e differenti gli uni dagli altri: non tenere conto di questo significa mettere a rischio la legittimità della nostra esistenza. È rischioso, infatti, far ricorso anche a criteri di riequilibro e di giustizia basati sulla commensurabilità tra differenti individui rispetto ad un presunto "bene comune". Gli individui sono fra loro incommensurabili e il bene comune non è solo una chimera: sacrificare un individuo a vantaggio di un altro significa semplicemente nuocere a lui e giovare ad altri. Morale, anarchica e conservatrice insieme: ciascuno per sé e nessuno per tutti.
Rawls, a partire dalla differenza degli individui, invita però a pensare in termini comuni. Infatti se una persona nel pensare alla costruzione di una società avverte il rischio di essere posto nelle sfere più basse, gli risulta ovvio credere alla possibilità che la società possa venirgli in soccorso o che gli dia delle chances. Il che vuol dire in un'ottica più generale ed imparziale che quella persona riterrà utile e giusto per lui e per tutti un assetto sociale in cui le disuguaglianze possono essere sfruttate a beneficio dei più sfavoriti, tramite un patto tra individui capace di conciliare interesse del singolo e interesse collettivo. Per quanto riguarda la partecipazione democratica, come non citare l'idea di virtù repubblicana di Montesquieu? Di quell'amore per la cosa pubblica che presuppone disponibilità a mettere in comune qualcosa di sé, anzi il meglio di sé: tempo, capacità, risorse materiali. Una virtù che fa della democrazia la forma di vita comune di esseri umani solidali tra loro. Al patrimonio comune tutti devono poter attingere. L'emarginazione sociale è contro la democrazia e l'idea che nessuno possa essere lasciato indietro, abbandonato a se stesso e alle difficoltà della sua vita particolare, non è un suo elemento accidentale, che può esserci o non esserci, a seconda delle politiche del momento. L'alternativa alla solidarietà è il darwinismo sociale più spietato. L'altro rischio è che la democrazia susciti stanchezza. Ancora una volta Montesquieu: "La virtù politica (della democrazia) è una rinuncia a se stessi, ciò che è sempre molto faticoso da sopportare. Questa virtù consiste nella preferenza continua dell'interesse pubblico agli interessi propri". Una sfida continua contro gli istinti egoistici e degli interessi immediati. È pura illusione questa? La democrazia non ci ha già sufficientemente disillusi. Vanno qui ricordate le vecchie e le nuove "promesse non mantenute" della democrazia di cui tante volte ha parlato il Prof. Bobbio. Un lungo elenco che bisogna tenere sempre presente (come ci sembra a modo suo faccia anche Moore), ma con attenzione vigile, senza retorici trionfalismi, e la consapevolezza che bisogna resistere, resistere.

[Francesco Scaringi]

 
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