Questa
volta prende di mira il sistema sanitario statunitense.
In precedenza
con "Bowling
at colombine" (2002)
,
che ha vinto l'Oscar come miglior documentario, Moore
rendicontava sulla paranoia dell'americano medio verso le armi per
contrastare la paura del pericolo esterno, se non della noia e
dell'angoscia quotidiana, sulla scorta di tanti
piccoli omicidi
o di stragi avvenute nelle scuole, grazie alla facilità di
procurarsi armi e all'insolfamento dei media. "Fahrenheit
9/11" (2004)
si divertiva a smascherare le bugie dell'amministrazione Bush nel
post-Torri gemelle; in concorso a Cannes ha vinto la Palma d'oro.
Moore non si smentisce. Anche in "Sicko" presenta gli stessi
clichè dei prodotti precedenti. Mordace attualità
contro i mali americani, ironia sulla falsa coscienza dei politici e
dei manager delle multinazionali, protagonismo da parte del regista,
paradossi e autopropaganda. Questa volta, però, c'è
più commozione per la presenza di alcune vittime intervistate
da Moore nei cui volti e parole compare la sofferenza non solo per la
malattia che li ha colpiti ma anche per il profondo senso
d'ingiustizia sociale di cui sono vittime. Infatti negli Usa
cinquanta milioni di persone, fra cui nove milioni di bambini, non
hanno assistenza sanitaria e quelli che ce l'hanno devono
combattere quotidianamente contro le case farmaceutiche per
l'elevatissimo costo dei farmaci e le multinazionali che gestiscono
ambulatori e ospedali, che sistematicamente tentano, in nome del
profitto, di negare cure, visite ed interventi ai malati. Così
la vita non solo del povero ma anche dell'americano medio è
appesa ad un filo che può spezzarsi da un momento all'altro
e piombare nella tragedia a causa di una malattia più o meno
grave, di un incidente, di un trauma. Un sistema che grazie al
cinismo di politici (destra e sinistra) e dell'apparato economico
spedisce gli Stati Uniti, il paese più efficiente del mondo,
oltre il trentesimo posto della classifica mondiale per la sanità
e lascia nella precarietà esistenziale la maggior parte dei
propri cittadini. Il documentario usa un linguaggio molto schematico
e tralascia di approfondire alcuni aspetti soprattutto nel confronto
con i sistemi sanitari europei e canadesi in modo particolare. Si
capisce che Moore si rivolge ai suoi concittadini e vuole far
comprendere con immediatezza come il sistema americano metta a
rischio la convivenza sociale e la stessa democrazia, in presenza di
una mentalità ultraliberista che non vuole assolutamente
comprendere che oltre all'individuo esiste la solidarietà
comune, che deve essere garantita anche dallo Stato verso i cittadini
più deboli, e che la questione della salute tocca intimamente
la stessa integrità dell'individuo e la sua partecipazione
alla vita democratica. Il documentario, che a mio avviso presenta
troppe sbavature sia nei contenuti che nella forma (e dal punto di
vista cinematografico non sempre mi è piaciuto) apre alcune
questioni importanti che Moore, nonostante il suo smaccato punto di
vista, mette in risalto e secondo me ne sono anche l'anima.
"Sicko",
parola inglese che deriva da
sick, vuol dire malato. "Malato"
è la metafora su cui si sviluppano alcune riflessioni che si
risolvono in una serie di contrapposizioni. La prima riguarda il
"modo di sentire" europeo e il "modo di sentire" americano
che a Moore sembra essere più originariamente impregnato di
cinismo e di mancanza di solidarietà. Antica questione che ha
riguardato e riguarda tanti cultori dell'"antiamericanismo"
nostrano e della storia letteraria e filosofica europea, che hanno
visto nell'America non la patria delle chances ma della tecnica e
dell'individualismo sfrenato. Aspetti che possono esistere ma che
sicuramente, anche da un punto di vista storico e sociologico vanno
meglio approfonditi, senza rivestire l'Europa di un aurea salvifica
(comprese le questioni della sanità).
L'altra
contrapposizione riguarda il modello ultraliberista americano e il
sistema economico e del welfare europeo che agli occhi di Moore
risulta essere più umano e pronto a soccorrere l'individuo nei
casi di difficoltà, nella crescita dei figli e nella tenuta
della famiglia. L'Europa, almeno così appare all'americano
Moore, ha sviluppato al suo interno processi di solidarietà
più forti che si manifestano soprattutto nell'idea della
sanità gratuita per tutti, che garantisce la salvaguardia e la
sicurezza esistenziale degli individui.
La
terza contrapposizione riguarda la partecipazione democratica che
secondo Moore è più marcata nei paesi europei perché
il cittadino è meno pressato rispetto alle sue condizioni
materiali e salutari. Infatti, come ci ricorda nel film un ex-ministro inglese laburista, un cittadino che è già
indebitato prima di entrare nel mondo del lavoro e che ha sulla testa
la spada di Damocle della salvaguardia della salute (e oggi si
potrebbe aggiungere anche la sicurezza della casa), non può
essere libero e autonomo nella vita sociale, per cui rinuncia o non
ritiene necessario partecipare. Stressato dai debiti, deve pensare
solo a lavorare e cercare di non pestare i piedi rinchiudendosi in un
tetro conformismo. È tutto vero questo? Detto così
sembra di sì, però molte cose vanno ancora verificate.
D'altronde non è che la discussione non sia stata affrontata
in altri campi per quanto riguarda i modelli di società. La
stessa cultura americana si è cimentata in ciò: basti
ricordare la contrapposizione tra due grandi pensatori come R. Nozick
o J. Rawls.
Per
Nozick siamo tutti figli del caso e differenti gli uni dagli altri:
non tenere conto di questo significa mettere a rischio la legittimità
della nostra esistenza. È rischioso, infatti, far ricorso
anche a criteri di riequilibro e di giustizia basati sulla
commensurabilità tra differenti individui rispetto ad un
presunto "bene comune". Gli individui sono fra loro
incommensurabili e il bene comune non è solo una chimera:
sacrificare un individuo a vantaggio di un altro significa
semplicemente nuocere a lui e giovare ad altri. Morale, anarchica e
conservatrice insieme: ciascuno per sé e nessuno per tutti.
Rawls,
a partire dalla differenza degli individui, invita però a
pensare in termini comuni. Infatti se una persona nel pensare alla
costruzione di una società avverte il rischio di essere posto
nelle sfere più basse, gli risulta ovvio credere alla
possibilità che la società possa venirgli in soccorso o
che gli dia delle chances. Il che vuol dire in un'ottica più
generale ed imparziale che quella persona riterrà utile e
giusto per lui e per tutti un assetto sociale in cui le
disuguaglianze possono essere sfruttate a beneficio dei più
sfavoriti, tramite un patto tra individui capace di conciliare
interesse del singolo e interesse collettivo. Per quanto riguarda la
partecipazione democratica, come non citare l'idea di virtù
repubblicana di Montesquieu? Di quell'amore per la cosa pubblica
che presuppone disponibilità a mettere in comune qualcosa di
sé, anzi il meglio di sé: tempo, capacità,
risorse materiali. Una virtù che fa della democrazia la forma
di vita comune di esseri umani solidali tra loro. Al patrimonio
comune tutti devono poter attingere. L'emarginazione sociale è
contro la democrazia e l'idea che nessuno possa essere lasciato
indietro, abbandonato a se stesso e alle difficoltà della sua
vita particolare, non è un suo elemento accidentale, che può
esserci o non esserci, a seconda delle politiche del momento.
L'alternativa alla solidarietà è il darwinismo
sociale più spietato. L'altro rischio è che la
democrazia susciti stanchezza. Ancora una volta Montesquieu: "La
virtù politica (della democrazia) è una rinuncia a se
stessi, ciò che è sempre molto faticoso da sopportare.
Questa virtù consiste nella preferenza continua dell'interesse
pubblico agli interessi propri". Una sfida continua contro gli
istinti egoistici e degli interessi immediati. È pura
illusione questa? La democrazia non ci ha già sufficientemente
disillusi. Vanno qui ricordate le vecchie e le nuove "promesse non
mantenute" della democrazia di cui tante volte ha parlato il Prof.
Bobbio. Un lungo elenco che bisogna tenere sempre presente (come ci
sembra a modo suo faccia anche Moore), ma con attenzione vigile, senza retorici trionfalismi, e la consapevolezza che bisogna resistere, resistere.
[Francesco
Scaringi]