Il film infatti
risale al 2005, ed è una trasposizione dal romanzo omonimo di
Mitch Cullin
uscito per
Fazi Editore.
Nel solco di uno schema ormai consolidato per
Terry
Gilliam, la storia è un pretesto per inscenare una pantomima in questo caso
della famiglia, come presunto modello di vita da seguire. Qui infatti saltano
tutti gli schemi e si capovolgono le gerarchie. Jeliza Rose, frutto di una
coppia di svitati e bimba sveglia, tiene in vita un menage che parodizza ed
estremizza il concetto di famiglia. Addirittura prepara la dose di eroina per
il papà, impersonato da
Jeff Bridges e consola, suo malgrado, la mamma,
che da li a poco tirerà le cuoia. La raggiungerà il marito subito dopo, che
però non abbandona il film, ma ne farà ancora parte nel personaggio del
cadavere puzzolente e successivamente imbalsamato.Inutile dire che l'attore
americano, già protagonista di memorabili prove attoriali come il Lebowski dei
fratelli
Cohen è in questo contesto così "weird" al massimo
della decadenza. Nella scena di apertura poi, dove suona la chitarra con un
gruppo rock, ricorda molto un altro "scampato" dalle grinfie della
"perdizione" come
Lemmy Motorhead. Omaggio voluto sicuramente
da un'appassionato di musica come Gilliam, che già ci aveva fatto assaporare
una colonna sonora strepitosa, in quello che io ritengo il suo capolavoro, quel
"Paura e delirio a Las Vegas" in cui il connubio tra storia,
prove attoriali e musiche è rimasto insuperato.
R
In questa sua ultima fatica infatti l'alchimia riesce
meno, per via forse di una trama un po' pretestuosa ed inconcludente nella
sceneggiatura ( ma ammetto di non avere letto il libro di Cullin), basata sulla
geniale prova attoriale di
Jodelle Ferland, che non basta però a farne
un lavoro compiuto. La prolissità è dietro l'angolo, e la noia subentra subito
dopo la "morte" dei genitori. Il film non può appoggiarsi tutto sulle
spalle di Jeliza Rose, che si muove in un mondo fantastico ed onirico, che però
la schiaccia e la fà "sbattere" nella dura realtà che ha dovuto
subire. Pur brava ed istrionica non riesce a "salvare" la pellicola
da una inevitabile sensazione di noia, che caratterizza soprattutto la parte
centrale, quasi a risucchiarci in vortice di vuoto pneumatico, che lascia
l'amaro in bocca, visto il talento visionario di Gilliam, che rimane comunque
un ottimo regista.Pur restando un piccolo film, più libero dalle logiche di
mercato, come era il precedente e sfarzoso
"I fratelli Grimm e
l'incantevole strega", rimane però l'amaro in bocca , e si ha quasi la
sensazione che sia stata una occasione mancata.Da segnalare comunque la
splendida fotografia di
Nicola Pecorini, che si rifà molto al lavoro che
Nestor Almendros fece per
"I giorni del cielo" di
Terrence
Malick, e le musiche dal sapore disneyano di
Jeff e
Michael Danna.
Il prossimo progetto di Gilliam si dovrebbe chiamare
"The
Imaginarium of Dr. Parnassus"; titolo eccentrico, non c'è che dire.
Consigliamo al nostro di metterci più sostanza (vedi uno sviluppo più calibrato
della storia) la prossima volta.
[Maurizio Inchingoli]