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Scritto da Maurizio Inchingoli   
venerdì 15 febbraio 2008
Regia di  Terry Gilliam
Can/GB 2005
122'

Con colpevole ritardo la distribuzione italiana si accorge dell'ultima fatica del regista inglese ex-Monty Pyton.

Il film infatti risale al 2005, ed è una trasposizione dal romanzo omonimo di Mitch Cullin uscito per Fazi Editore.
Nel solco di uno schema ormai consolidato per Terry Gilliam, la storia è un pretesto per inscenare una pantomima in questo caso della famiglia, come presunto modello di vita da seguire. Qui infatti saltano tutti gli schemi e si capovolgono le gerarchie. Jeliza Rose, frutto di una coppia di svitati e bimba sveglia, tiene in vita un menage che parodizza ed estremizza il concetto di famiglia. Addirittura prepara la dose di eroina per il papà, impersonato da Jeff Bridges e consola, suo malgrado, la mamma, che da li a poco tirerà le cuoia. La raggiungerà il marito subito dopo, che però non abbandona il film, ma ne farà ancora parte nel personaggio del cadavere puzzolente e successivamente imbalsamato.Inutile dire che l'attore americano, già protagonista di memorabili prove attoriali come il Lebowski dei fratelli Cohen è in questo contesto così "weird" al massimo della decadenza. Nella scena di apertura poi, dove suona la chitarra con un gruppo rock, ricorda molto un altro "scampato" dalle grinfie della "perdizione" come Lemmy Motorhead. Omaggio voluto sicuramente da un'appassionato di musica come Gilliam, che già ci aveva fatto assaporare una colonna sonora strepitosa, in quello che io ritengo il suo capolavoro, quel "Paura e delirio a Las Vegas" in cui il connubio tra storia, prove attoriali e musiche è rimasto insuperato.
R In questa sua ultima fatica infatti l'alchimia riesce meno, per via forse di una trama un po' pretestuosa ed inconcludente nella sceneggiatura ( ma ammetto di non avere letto il libro di Cullin), basata sulla geniale prova attoriale di Jodelle Ferland, che non basta però a farne un lavoro compiuto. La prolissità è dietro l'angolo, e la noia subentra subito dopo la "morte" dei genitori. Il film non può appoggiarsi tutto sulle spalle di Jeliza Rose, che si muove in un mondo fantastico ed onirico, che però la schiaccia e la fà "sbattere" nella dura realtà che ha dovuto subire. Pur brava ed istrionica non riesce a "salvare" la pellicola da una inevitabile sensazione di noia, che caratterizza soprattutto la parte centrale, quasi a risucchiarci in vortice di vuoto pneumatico, che lascia l'amaro in bocca, visto il talento visionario di Gilliam, che rimane comunque un ottimo regista.Pur restando un piccolo film, più libero dalle logiche di mercato, come era il precedente e sfarzoso "I fratelli Grimm e l'incantevole strega", rimane però l'amaro in bocca , e si ha quasi la sensazione che sia stata una occasione mancata.Da segnalare comunque la splendida fotografia di Nicola Pecorini, che si rifà molto al lavoro che Nestor Almendros fece per "I giorni del cielo" di Terrence Malick, e le musiche dal sapore disneyano di Jeff e Michael Danna.

Il prossimo progetto di Gilliam si dovrebbe chiamare "The Imaginarium of Dr. Parnassus"; titolo eccentrico, non c'è che dire. Consigliamo al nostro di metterci più sostanza (vedi uno sviluppo più calibrato della storia) la prossima volta.

[Maurizio Inchingoli]

 
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