Un
po' di tempo fa vidi un film che mi colpì molto. Non volevo
scrivere niente su questa visione, infatti mi limitai a segnalarne il
titolo ad alcuni amici (Pietro Sacco, Luigi Catalani, Mauro Savino e
Maria Pina Ciancio). Ma poi si sa che le cose che vanno giù,
oserei dire per inerzia, tornano a galla reclamando vita in
superficie.
Ed
eccomi qua con "I Vesuviani", film visionario, ironico e
grottesco del 1997, suddiviso in cinque episodi, diretto da
altrettanti cineasti. Questi cinque episodi, cinque corpi che formano
il film sono ambientati nella periferia di Napoli, nell'entroterra
campano e sono: "La stirpe di Iana" di
Pappi Corsicato,
"Maruzzella" di
Antonietta De Lillo, "Sofialorén" di
Antonio Capuano, "Il diavolo nella bottiglia" di
Stefano Incerti
e "La salita" di
Mario Martone. Lavoro collettivo quindi,
"I
Vesuviani", che riunisce cinque registi diversi fra loro ed al
tempo stesso legati dalle comuni origini.
Ad aprire il film è
"La Stirpe di Iana" di
Pappi Corsicato che ci mostra cinque
motocicliste, moderne seguaci del culto della dea Diana, che seminano
terrore lungo le strade della provincia napoletana, dimostrando la
loro supremazia sugli uomini e trasformandosi all'occorrenza, come
per magia, in temibili guerriere volanti. In mezzo a fumi colorati,
in un'atmosfera sospesa tra il fiabesco hollywoodiano e le sue
parodie porno, viene narrato del proliferare della stirpe di Iana,
popolarizzazione del culto di Diana. Il resto dell'episodio si
sviluppa liberamente con la stessa leggerezza che le "ianare"
dimostrano nella loro rissa volante, il tutto su sfondi acidi e in
una geografia napoletana dello spazio e dello spaesamento che anche
negli altri episodi impone la scelta di punti di vista marginali e
privilegiati sui non luoghi metropolitani. Le ragazze de "La stirpe
di Iana" sono amazzoni in motocicletta, ragazze dal pugno facile,
dee che volano acrobaticamente sulla spiaggia sotto il Vesuvio. Il
culto della dea Diana non è morto e spazza via la camorra a
colpi di corpi.
Non si sono ancora dissolti i fumi, che un'altra
sorpresa si porge ai nostri occhi, con la voce e il corpo di
Maruzzella, protagonista di una storia carica di nostalgia
all'interno di un cinema porno, insomma la storia di un
"travestito", di
Antonietta De Lillo. Dunque una storia
ambientata nella sala buia di un cinema a luci rosse, dominata dal
travestito Maruzzella in grado di fare pratiche sessuali misteriose,
alchimie culinarie più che altro ed ombre cinesi che
trasmettono l'estasi. Centro d'attrazione del locale, Maruzzella,
disillusa dall'amore incontra una strana spettatrice che piange
alla vista delle pratiche porno più basse. E
la scena hard si trasforma in una carta di cioccolatini lucente e una
spiaggia dove Maruzzella e la spettatrice danno un finale coi fiori
d'arancio alla celebre frase di Billy Wilder "nessuno è
perfetto". Il finale fiabesco inganna ma subito si ricollega alle
"mascherate" di Maruzzella, lontano mille miglia dal
riconciliarsi e piuttosto dirottato verso una vita in cui possa
riconquistare quei piaceri che generosamente elargiva nel retro del
cinema.
L'episodio di
Antonio Capuano "Sofialorèn" si tuffa a
pesce nel fiabesco, strizzando l'occhio a maestri come Totò
e Pasolini, ma forse anche alle colorate fiabe hollywoodiane di metà
secolo con leggerezza poetica, velocità di pensiero e allo
stesso tempo profondità passionale, come nell'intenso incontro
fra il protagonista un abitante abusivo e recidivo delle aree
bradisismiche di Pozzuoli e un ladruncolo dall'aspetto tipicamente
"Pasoliniano". Oppure nel travolgente inseguimento del
principe, una figura burattinesca di moro, chiaro omaggio a Totò
o come nella tenera storia della principessa africana - polipo,
tenuta amorevolmente in una tinozza dal pescatore di Pozzuoli.
Infatti "Sofialorèn" è il nome che il pescatore che
abita nel rione di Pozzuoli, in una casupola giudicata più
volte non agibile, dà al suo bel pesce conservato in una
vaschetta di vetro.
"Il diavolo nella bottiglia" di
Stefano Incerti è
incentrato sul rapporto uomo - diavolo. Fausto, e già il nome
la dice tutta, è un barbone che entra in possesso di una
diabolica bottiglietta grazie alla quale potrà esaudire tre
desideri, con una sola precauzione: per evitare tremende disgrazie ci
si deve sbarazzare della bottiglia vendendola ad un prezzo inferiore
a quello di acquisto.
E'
la bottiglia misteriosa a dare l'opportunità al barbone
"vesuviano" di riscattarsi dalla miseria. Il diavolo meglio del
sindaco?
"Ma voi non sapete quanti problemi devo affrontare" si
lamenta, appunto, il sindaco, nell'episodio diretto da
Mario Martone, mentre sale
faticosamente le pendici del vulcano. Un finale pungente, amaro, ma
affettuoso: "La salita", nello stile di Martone, che allunga la
sua memoria cinematografica da Pasolini a Rossellini. Incontri
fantasma del primo cittadino oppresso da una città che
implode. I morti di Secondigliano fanno capolino da un dirupo e il
sindaco promette che farà di tutto per tirarli fuori, il
cantante popolare cooptato dagli intellettuali di sinistra, che
implora il sindaco di firmare una delibera per l'annullamento dei
concerti, un libro raccolto tra la polvere: "Stato e rivoluzione"
di Lenin, una prostituta malinconica, l'attrice popolare
dell'avanguardia tornata dall'America. E lo spettro in abito di
Francesca Spada che si suicidò, dopo essere stata oggetto di
lapidazione politica dall'apparato del P.C.I, in quanto moglie di
un funzionario dissidente.
Così
finisce "I vesuviani", con un sindaco che deve rispondere a un
oceano di voci di protesta, accusato di dare retta ai media, ma che
almeno sa ascoltare. Martone, ne
"La
salita", ha scelto il sindaco di Napoli come esempio dell'ex
comunista divenuto governante, un amaro dispensatore di promesse
difficili da mantenere, assediato dal passato ideologico e dal
doloroso senso di colpa che nasce dal ripudiarlo ogni giorno,
logorato e spaventato dalle proprie impotenze. Martone, che affronta
di petto la nuova realtà politica napoletana e accompagna il
sindaco (il riferimento è proprio ad Antonio Bassolino!) in
una surreale passeggiata lungo l'impervio crinale del Vesuvio. C'è
spazio per vari personaggi di simbolica napoletaneità e
situazioni emblematiche come quella del cantiere di lavoratori
minorenni (sempre troppo lontano per potervi intervenire), ma
l'incontro più significativo è quello con il corvo
pasoliniano di "Uccellacci e uccellini".
Fra
le righe si potrebbe intravedere anche un omaggio al mito e alla
storia non solo di Napoli: Pappi Corsicato parla delle Amazzoni,
Antonietta De Lillo tratteggia il mito dell'ermafrodito, Antonio
Capuano fa rivivere l'avventura di Ulisse che si lascia incantare
dalle sirene, Stefano Incerti ripropone il mito di Faust, mentre
Mario Martone segue le vicende legate al potere umano. Ma tutto
sommato mi sembra che questi riferimenti non siano del tutto
fondamentali, rispetto al fatto che cinque registi napoletani quasi
tutti giovani si siano uniti per raccontare la loro città
attraverso fiabe, sogni, immaginazioni fantasiose. Visioni reali...
visioni vesuviane!
[Mariano Lizzadro]