ti trovi in: Home
WONG KAR-WAY PDF Stampa E-mail
Scritto da Mariano Lizzadro   
mercoledì 16 aprile 2008
Tra frenesia, manierismo e amore: brevi appunti sul cinema di Wong Kar-Way.

(a me stesso e a tutte le cose belle che ho dentro)

Appunti mnemonici senza date, flussi di coscienza irrazionale e poi telecamere frenetiche e colori e storie irregolari e storie d'amore e molto altro: ecco per me cos'è il cinema di Wong Kar Way. Se dovessi descrivere la mia vita interiore userei come metafora un film di Wong Kar Way perché ritengo che questo grande cineasta racconti storie che per una "sorta" di vicinanza sento mie.

FRA VITA E CINEMA

Wong Kar-Wai nasce a Shangai, il 17 luglio 1958. All'età di 5 anni si trasferisce con sua madre a Hong Kong, il resto della famiglia lo raggiunge solo dopo alcuni anni. Spaesato in una città in cui fatica a comunicare, infatti la lingua parlata a Hong Kong è diversa da quella parlata a Shangai, trascorre intere giornate nei cinema con sua madre. Dopo aver conseguito il diploma, inizia un corso di design grafico che abbandona dopo due anni, iscrivendosi a un corso per sceneggiatori alla Hong Kong Television Broadcasts, un'importante casa di produzione di Hong Kong. Entra così a contatto col mondo del cinema passando dalla porta di servizio: tra il 1982 e il 1987 scrive alcune sceneggiature che spaziano dalla commedia romantica al drammatico.
Il suo debutto come regista avviene nel 1988 con "As tears go by", un gangster movie che gli vale nove nomination agli Hong Kong Film Award, "As tears go by" è un'opera che possiede già quasi tutti gli elementi della poetica che il regista svilupperà con la produzione successiva: montaggio frenetico che riprende l'estetica del videoclip unito alla capacità di sfiorare punte di lirismo struggente e quasi spiazzante, unite ad un certo manierismo di fondo.
Il film successivo, "Days of being wild", è del 1991: un melodramma d'azione sentimentale ambientato negli anni Sessanta, in cui il giovane protagonista, un latin lover distratto, è alla ricerca della madre naturale. Una pellicola che riprende la cifra stilistica propria della Nouvelle Vague grazie a una libertà formale che si disinteressa della logica e della consequenzialità ma che mira dritta alle emozioni. le luci e i colori iniziano a diventare dei personaggi presenti sulla scena, non meno importanti degli attori in carne e ossa. La fotografia dei film di Wong Kar-Wai è spesso carica, iperrealista e tagliente. Crea naturalmente delle situazioni caotiche che contribuiscono in maniera decisiva al lavoro che il regista compie sullo sviluppo e sulla mortificazione finale dei sentimenti dei suoi personaggi. Oltre al direttore della fotografia, anche gli altri componenti dell'equipe del regista iniziano a diventare una vera e propria squadra. Una squadra che condivide la sua singolare metodologia di lavoro: Wong Kar-Wai inizia a rinunciare al processo classico di scrittura cinematografica preferendogli una sorta di "work in progress" che, partendo da alcuni elementi di base: alcuni dialoghi, i caratteri dei personaggi, le situazioni, le atmosfere, i frammenti di musica; lascia che il materiale prenda forma da sé, man mano che le riprese suggeriscono al regista la direzione da intraprendere. Il risultato è sempre qualcosa di estremamente personale, che anche quando parte da generi ben codificati finisce per piegare questi ultimi alle esigenze espressive del regista e alla sua poetica. Sempre in quegli anni Wong Kar - Wai fonda insieme a Jeff Lau la Jet Tone Films e inizia così anche la sua carriera di produttore.
Nel 1994 finisce di girare "Ashes of Time", una "sorta" di storia di cavalieri erranti condito con una bizzarra storia d'amore, che non ottiene il successo sperato. Durante una lunga pausa nella lavorazione della pellicola porta a termine anche "Hong Kong Express", il film che lo fa conoscere a livello internazionale. "Hong Kong Express" prevedeva inizialmente, oltre ai due episodi sviluppati, la presenza di un terzo episodio che, accantonato, venne utilizzato come spunto di partenza per il successivo "Angeli perduti". In "Hong Kong Express" la naturale tendenza del regista alla melanconia viene inserita nel frastuono della frenetica vita quotidiana della metropoli asiatica. Una metropoli che, per quanto enorme, finisce per risultare claustrofobica, angusta e opprimente. Il regista ne mette in scena l'affollamento percettivo e la casualità con uno stile scoppiettante fatto di immagini rallentate, grandangoli e musica rock martellante e onnipresente. "Hong Kong Express" è probabilmente la summa delle costanti tematiche della sua poetica: l'ossessione / necessità dell'amore, l'alienazione e la solitudine della metropoli, la schiavitù dei ricordi inserita in un contesto urbano vivido e pulsante di dolore sotterraneo. Wong Kar Wai riesce a raccontare le manie, le nevrosi e i difetti dei suoi personaggi con tanto cuore e tanto stile, alternando rapidissime sequenze con la macchina a mano a immagini più statiche e intense. La sequenza di "Angeli perduti" della masturbazione della protagonista che dopo l'orgasmo si conclude con un pianto fragoroso e solitario tocca vertici insospettabili di poesia e disperazione.
Il 1997 è l'anno di "Happy Together", storia di una coppia omosessuale ambientata in Argentina che, nonostante non fosse certo all'altezza delle opere precedenti, valse comunque al nostro cineasta il premio di miglior regista al Festival di Cannes.

"In The Mood For Love" è invece del 2000 e racconta le vicende di un giornalista e di una segretaria nella Hong Kong del 1962, vicini di casa che scoprono che i loro rispettivi coniugi sono amanti. "In the mood for love" è un film che, a differenza dei precedenti, ha una trama molto lineare, i sentimenti dei personaggi aumentano tra un incontro e un altro e la colonna sonora prende "silenziosamente" il sopravvento sulla parola e sulle emozioni. La struttura è basata sulla staticità degli eventi e lo sguardo del regista si sofferma sulla ritualità dei gesti dei protagonisti che si incontrano, si chiedono cosa staranno facendo gli altri due, si parlano come se parlassero a loro, si guardano allontanarsi, e inevitabilmente senza dirselo mai, finiscono per amarsi.  Il film si basa soprattutto sulla lentezza dei movimenti, sulle riflessioni dei due personaggi che cercano di accettare il tradimento dei loro coniugi, cercando di capire all'inizio come sia potuto succedere, ma alla fine arrivano a capire che è tutto vano, anche perché la stessa cosa sta accadendo in modo più sottile anche a loro.
Il seguito ideale, "2046", è invece caratterizzato da bruschi passaggi tra la realtà e la fantasia del protagonista. Durante le riprese di "2046", Wong Kar-Wai scrive e dirige "La Mano", uno dei tre episodi di "Eros", gli altri due sono di Soderbergh e di Antonioni, storia della relazione tra un sarto e una sua cliente. L'angoscia esistenziale che accomuna tutti i personaggi di questo autentico autore, l'ossessione della memoria che li incatena, la loro incapacità di vivere e di amare, sono espressi in ogni film in modo diverso, con modalità estetiche spesso originali: così, se in "Hong Kong Express" e in "Angeli perduti" è il tessuto urbano di una Hong Kong notturna e caotica a fare da teatro alle gesta dei protagonisti, in "Days of being wild" e in "In the mood for love" si ritorna agli anni '60, vero e proprio luogo della memoria per il regista, in cui troviamo una città dalla facciata ben diversa, colorata di luci soffuse e bagnata da una costante pioggia che simboleggia un'angoscia e una sofferenza soffocate, mai esplicitate definitivamente. Persino il deserto che circonda la locanda di "Ashes of time" diventa un luogo ideale in cui lasciar esplodere tutte le ossessioni e i rimpianti che danno luogo a dei confilitti che sono mentali prima che fisici.
In questa capacità di trasfigurare e di caricare di significati che trascendono l'ovvietà sta la grandezza di questo regista che ha ormai assunto una posizione privilegiata tra i cineasti contemporanei, proponendosi prima come un regista di culto per le giovani generazioni, poi consolidando la sua fama presso il pubblico di cinefili dei Festival di tutto il mondo. Dunque un regista sperimentale e un profondo innovatore del linguaggio cinematografico le cui pellicole mantengono il taglio classico della cultura orientale soprattutto nelle tematiche delle storie, non esagerano mai coi toni e non sanno nemmeno cosa sia la morbosità: i sentimenti vengono descritti e messi in scena in modo pudico, viene lasciato spazio allo stupore ma mai al compiacimento. Quello che rende Wong Kar-Wai un regista distante dalla terra da cui proviene è invece la forma che dà alle sue storie: per quanto profondamente orientale in quanto a materiale di partenza, il suo cinema è esteticamente e concettualmente più vicino al gusto occidentale rispetto a quello della maggior parte dei suoi connazionali.
Il cinema di Wong Kar-Wai è fresco e colorato, molto più spontaneo e rivitalizzante nel mettere a fuoco problemi che ormai sono diventati propri del mondo e non di una cultura in particolare. L'avventura di questo grande cineasta continua con un altro film documentario collettivo nel 2007 "A ciascuno il suo cinema", poi sempre del 2007 è "Un bacio romantico" per approdare quest'anno a "La signora di Shangai".

LA FRENESIA, IL MANIERISMO E L'AMORE

HONG KONG EXPRESS

Storie di sconfitte amorose che hanno per protagonisti due giovani e improbabili poliziotti ma sono altrettanto importanti le controparti femminili e come tela di fondo Hong Kong con il caotico e labirintico centro residenziale di Chungking e più quieto, l'azione si divide tra un fast food e un bizzarro appartamentino da scapolo. Questo film ha quattro qualità: leggerezza, rapidità, esattezza, visibilità. Più che le storie contano i personaggi e più ancora lo sguardo dell'autore. Film "acido": cinepresa in spalla, montaggio sincopato, uso vertiginoso della deformazione grafica e ottica, colonna musicale ad alta gradazione di decibel, ma raramente questa estetica del videoclip è stata usata in modo così pertinente. "Hong Kong Express" racconta due storie d'amore che hanno come punto di contatto il luogo in cui si svolgono, appunto i quartieri piu' trafficati di Hong Kong e la difficolta' di due poliziotti di legare la propria vita a quella di una donna, che sia una misteriosa bionda, una hostess senza una vera casa in cui stare o una dipendente di un fast food. Questo film mischia sensazioni e culture che vanno dalla Cina di Hong Kong agli indiani emigrati nell'ex colonia britannica in cerca di lavoro, per arrivare alle chiare influenze occidentali nella musica ma nello stesso modo di intendere il cinema, per non parlare delle voci in sottofondo dei protagonisti che parlano della loro storia, semmai con una bottiglia di birra in mano.

ANGELI PERDUTI

Due storie s'intrecciano in questo film notturno ambientato nei bassifondi di Hong Kong: da 155 giorni Killer lavora per Agent, ragazza svelta che gli organizza tutto senza mai un contatto diretto: lui deve soltanto andare e uccidere; il muto Ho che fa strani lavori s'innamora di Cherry, perduta dietro al suo uomo che l'ha lasciata per una Blondie. I due la ricercano insieme, ma poi Cherry scompare. Alla fine Agent e Ho s'incontrano in un bar. "Angeli perduti" è una continuazione, quasi un'appendice di "Hong Kong Express". Dunque una specie di flusso narrativo. Clima nevrotico, allucinato, qua e là onirico. Spazio dilatato e claustrofobico al contempo, percorso da una cinepresa a spalla di vertiginosa mobilità e deformato dall'uso di alcuni tipi di obbiettivi. Sono espedienti formali che, in un cinema dell'eccesso, tendono a creare un tempo irrealistico, o compresso o espanso, sempre fluttuante. I suoi temi di fondo sono la solitudine, l'alienazione, il malessere, soprattutto dei giovani. Ossessiva presenza delle sigarette infatti fumano tutti mentre parlano, mangiano, defecano, si masturbano e dei mezzi di comunicazione: telefono, fax, videocamera, juke-box.
Ed è, paradossalmente, un cinema di sentimenti. Avrebbe dovuto costituire un terzo segmento di "Hong Kong Express", ma alla fine il regista ha scelto di svilupparlo come film a parte. Le atmosfere dunque sono simili, altrettanto introverse ma anche più disperate e notturne. Per le strade di una Hong Kong sferzata dalla pioggia e illuminata soltanto dai bagliori delle insegne al neon si aggirano alcuni personaggi le cui vite si sfiorano appena. Ci sta un killer solitario che sta meditando di cambiare mestiere con la sua agente, forse innamorata di lui; poi c'è un giovane ragazzo muto che vive con il padre e che di notte si introduce nei negozietti del quartiere per "sostituire" i commessi a danno dei malcapitati clienti; c'è una ragazza in crisi perché abbandonata dall'uomo che ama; poi c'è una punk in cerca d'amore. Fra scene indimenticabili e piccoli riferimenti al film precedente, infatti il ragazzo è muto per aver mangiato ananas in scatola avariato all'età di cinque anni questa pellicola è caratterizzata dallo stile folgorante di Wong Kar - Wai con lunghe carrellate notturne, immagini rallentate ed altre accellerate e dei colori intensissimi.

IN THE MOOD FOR LOVE

A Hong Kong Chau, redattore capo di un giornale locale e sua moglie si trasferiscono in un nuovo appartamento in un quartiere di Shangai. Anche un'altra coppia, Li-chun e suo marito, si sono da poco trasferiti nello stesso quartiere. Approfittando delle soventi assenze dei loro coniugi Chau e Li-chun diventano amici, finche un giorno si devono arrendere all'evidenza che i loro rispettivi sposi intrattengono una relazione. Volendo inserire coerentemente "In The Mood For Love" all'interno della filmografia di Wong Kar Wai, potremmo senza dubbio accostarlo a quello che riteniamo il suo capolavoro, "Hong Kong Express". Il principio di de - costruzione della storia in favore di un tipo di cinema più etereo, attento a ricreare un determinato tipo di sensazioni e di rimandi, non certo a favorire l'evoluzione della trama. Anche questo suo lavoro dunque è una storia d'amore, seppur mai consumato né dichiarato: ciò che rimane allora è la potenzialità dell'amore inespresso, che Wong Kar Wai esprime abilmente attraverso immagini calde e sensualmente colorate, movimenti di macchina delicati, dialoghi pacati ed affettuosi: un cinema non convenzionale, volutamente manierista, ma perfettamente coerente con la scelta dell'autore. Quello che il cineasta vuole infatti trasmettere è l'emozione trattenuta del sentimento amoroso e concentrarla nell'atmosfera invece che rinchiuderla nel rapporto tra i due protagonisti: ecco allora che il senso di incompiutezza presente in tutto il film diventa invece struttura portante e significato primo, anche estetico, di "In The Mood For Love". Immagini calde che però non inquadrano nulla di caldo, dialoghi affettuosi che non sfociano in vera passione - ed ecco tornare subito in mente il magnifico duetto finale di "Hong Kong Express": attori strepitosi nell'esprimere il bisogno e la mancanza di espressione. La cifra stilistica portante del film allora non può che essere la dissolvenza verso il nero, che in maniera pacata ma ineluttabile blocca il dialogo e l'immagine quando questi potrebbero diventare pregnanti, densi di significato. Come se Wong Kar Wai volesse lasciare libero il senso nell'atmosfera, non legarlo alle vicende dei protagonisti. Quest'attenzione estrema al proprio stile, questa precisissima conduzione del mezzo espressivo, questa narcisistica precisione e passione di Wong Kar Wai, il suo innamoramento per l'atto di girare più che per la storia che sta raccontando, producono un accumulo di tensione affascinante. La parola più banale per descrivere In The Mood For Love è "manieristico". La sensazione più profonda che lascia il film è l'assoluto distacco della lingua dal racconto. Una parlata così spettacolare e carica da andare oltre la passione, oltre il calore e in fine contro l'emozione, contro la sensualità, ma che in realtà nasconde un vero e proprio atto d'amore

2046

Hong Kong 1966. Chow, uno scrittore di romanzi erotici in crisi di ispirazione, tenta di finire un romanzo ambiento nel 2046, una storia d'amore fra androidi. Scrivendo nella sua stanza d'albergo si materializzano tutte le donne della sua vita. Una di loro ritorna costantemente nei suoi ricordi: Su Li Zhien, la sola che abbia veramente amato. "Che coss'è l'amor" canta  Vinicio Capossela. Ce lo racconta Wong Kar Wai. Si può mancare il grande amore perché lo si incontra troppo presto oppure troppo tardi nella vita. Ma esistono amori diversi e in fondo questa consapevolezza ci dà anche la forza di sognare e di ricominciare a sperare, dopo ogni fallimento. Immersi in un mondo di colori, di sapori, di sfumature. La solitudine è un'attesa, la passione una resa, l'amore un desiderio. Passato  presente e futuro si sovrappongono costantemente, così come arte e vita, sogno e realtà, in un pout pourrì in cui a tratti è difficile districarsi, ritrovare il filo sottile del racconto, perché questa volta il regista non intende raccontare bensì evocare, suggerire, sussurrare all'orecchio dello spettatore un lungo e lento sospiro d'amore. La regia è impeccabile, giocata tutta sul doppio infatti forte è la presenza degli specchi, sulle pause, sui primi piani. La ricerca estetica è puntuale, l'immagine perfetta. Gli attori sono altrettanto sublimi nel rendere sentimenti così delicati e sfumati o appassionati e travolgenti. Le scene d'eros sono verosimili eppure delicate, quella passione che toglie il fiato non scade mai nella volgarità né nell'ordinarietà. L'unica consapevolezza, la bussola che ci aiuta a orientarci nel meandro delle emozioni del cuore, è che il passato non ritorna e che è impossibile riviverlo. Fermare l'attimo, morire ogni volta per rinascere, ricordando anche ma non cercando di ricostruire la perduta felicità. E se l'amore è un'ossessione, la storia si staglia all'orizzonte, con tutto il suo portato di speranze e di paure. Saremo nel 2046, più felici? Wong Kar - Wai parla sempre e comunque d'amore. Amore eterno, modificabile nelle forme ma immutabile nella sostanza, coacervo di felicità inenarrabili e di cocenti amarezze. Fiamme e vampe di passione e non importa sapere se, nel 2046, sogni e desideri si possono realizzare e se dunque saremo più felici: saremo comunque sempre anime in pena in quanto l'amore e i sentimenti sono propri di noi esseri viventi. Grazie Wong Kar-Wai.



[Mariano Lizzadro]

 
< Prec.   Pros. >

Tutti i Festival dell'estate (photo Fester, Dour 2007)

Sound Threshold

Cerca

Login Form

Iscriviti e potrai partecipare al forum, scambiare messaggi privati con gli altri utenti e ricevere la newsletter mensile di tragittisonori.com.
Per gli iscritti, biglietti in palio per partecipare a concerti, festivals e rassegne!






Password dimenticata?
Nessun account? Registrati

Syndication